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LA STORIA INCREDIBILE, MA VERA, DELLA REMOTA CITTÀ DI VIESTE: FIGLIA DELL’ORIENTE.

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Riceviamo e pubblichiamo.

VIESTE 11 NOVEMBRE

Sono il Professore Giuseppe CALDERISI, nato a Vieste l’01 Febbraio 1943, che finora ha pubblicato due libri su Vieste. Il primo di 414 pagine: Vieste: luce eterna, patria di Omero. Rivisitazione storico letteraria dei poemi omerici e delle migrazioni pre ed indeuropee in Italia, pubblicato nel 1994. Il secondo di 362 pagine: Vieste: figlia dell’eternità, da unità di luogo e di tempo dei poemi omerici a principio dei miti universali. Rivisitazione del mito di Atlantide e altri, pubblicato nel 1999. Ora sono pronto a pubblicare il terzo libro di 525 pagine dal titolo seguente: Storia incredibile, ma vera, della remota città di Vieste: figlia dell’Oriente. Vieste, città <sperduta> e ora ritrovata come certa, unica e vera patria di Omero; remota capitale del continente Apeira, o Atlantide, o Europa; città genitrice di personaggi mitici e di Roma.

La sintesi di questi due precedenti miei libri è innanzitutto la scoperta di Omero come cittadino di Vieste, la quale è pure l’Atlantide-città di Platone, o l’Europa-città di Erodoto, la stessa di Pizzomunno-città, o città Pizzo del Mondo, cioè Capitale del Mondo, ma di quello omerico, essendo atlante sinonimo di pizzo, come pure di angolo, da cui si scopre Vieste pure come città madre, o di origine, di Capitale del Regno d’Angoulmoise (Angoloculla) di Nostradamus, il quale già dall’anno 1500 aveva previsto la sua scoperta il settimo mese dell’anno 1999, cosa che di fatto è avvenuta con la pubblicazione del mio secondo libro nel 1999, motivo quest’ultimo che mi ha dato adito di scrivere pure questo mio terzo libro.

Una città capitale di un Continente che deriva da Omero che fa di Scheda, ora Vieste, capitale del Continente Apeira (= aperta). Apertura che si trova negli Uri Aperti del Gargano, cioè Viestani, citati da Catullo, come pure in Apulia (= senza porta) e in Europa (= vasta vista). In senso geografico e cronologico Aperta di Apeira e Vasta Vista di Europa sono equivalenti di uno stesso Continente.

Tenuto conto che Omero ha scritto due poemi, che sono poesie di grandi dimensioni, Vi comunico che l’Iliade è stata interamente ispirata a Omero dal Piano della Battaglia viestano dove: l’omerica Bellacollina è l’attuale Montincello (u Muntincidde) per lo stesso significato; la rocca con sopra il Pergamo di Priamo è la rocca di Caprareza, collina che sovrasta Merino sulla quale nell’anno 1200 c’era un “Castellum Marini” (A. Russi), i cui residui compaiono nel libro scritto dal Giuliani nella seconda metà del 1700.

Caprareza è un toponimo di origine greca proveniente dalla fusione di capra(ina) (xonrpaiva): troia, a sua volta simile a capra(o) (xcorpaco) cioè l’essere innamorato in calore, o troia; con il reza finale proveniente dal greco rezo (ps^co) che significa sacrifico, offro in sacrificio.

Caprareza in definitiva indica una “Troia data in sacrificio”, o una “Troia sacrificata”, anche come capro (da capros xa-rcpoo, = cinghiale, il maschio (verro) della troia) espiatorio. Un cinghiale o una troia dal cui sacrificio nascono poeticamente nuove realtà, o città, o isole come di fatto è poi avvenuto con la traslazione del Palladio da Troia per la nascita di Roma.

Il Canale della Macchia (dal greco makes = battaglia, luogo di battaglia) che solca l’intero Piano della Battaglia è l’omerico Scamandro. La spiaggia di Scialmarino è poeticamente capace di consentire la sosta delle 2000 navi degli Achei. La distrutta città di Troia si trova tuttora tra gli scavi di Merino. Il Palladio, da circa sei secoli in forma maggiorata col nome di S. Maria di Merino, la cui statua viene tuttora portata a spalla dapprima a “u Munduncidde”, il tùmulo, la collinetta bassa che Omero chiama “altare, o sacrario, o tomba della molto balzante Myrina” per poi passare nella chiesetta di Merino: il 7 Maggio 1680 fu promossa una pubblica inchiesta sull’antichità della processione (in realtà un’anfizionial).

Dalle deposizioni di molti cittadini, di Livio Fasano di anni 45 e di Leonardo di Salvato di anni 42, rispettivi priori delle congreghe di S. Antonio e della SS. Trinità, è emerso che essa si teneva “ab immemorabili, a ricordo della città distrutta’” di Merino. La città distrutta di Merino va quindi identificata con la Troia di Omero, dapprima bruciata da alcuni Achei, tra i quali principalmente Diomede e Odisseo, nascosti nella pancia del cavallo di legno e poi sprofondata da un diluvio di nove giorni (Diluvio Greco!) dagli Dei (Zeus, Poseidone e Apollo) a causa di un muro, in parte tuttora presente nella piana, costruito maldestramente dagli Achei senza fare i dovuti sacrifizi.

Tutta l’Odissea ha come centro di ispirazione Vieste con i suoi due corni e con tutti i suoi immediati dintorni, principalmente coi nomi della isolata in mezzo al mare, quindi non isola, città di Scheda (il Montarone viestano, che parimenti si inoltra isolato nel mare: Mon-tauro- one è un toponimo generato dalla fusione di etimi greci che significano: peduncolo isolato ma non distaccato dalla forma di corna di un toro possente).

Il nome Scheria (proviene dalla funzione di approdo di navi dei suoi due porti), che con l’isola e città di Ithaca (sempre Vieste. Sissignori!), sono le due località centrali dell’Odissea, ma che, come si vedrà fra poco, in realtà hanno in comune lo stesso porto con all’interno una polla d’acqua, proprio come in quello maggiore ad Ovest (Ponente) di Vieste, il Pantanella, le cui acque erano alimentate da una corrente d’acqua tuttora attiva.

Pantanella è un toponimo generato dalla fusione di etimi greci Panta-ne(as)-el(os)-la(as) che alla lettera significa “da ogni parte nave approdo rupe”, ovvero “una rupe da ogni parte approdo di nave”. Oltre che in Itaca nel cui porto appare la corrente chiamata Aretusa, il Pantanella con la sua corrente compare anche in molti altri luoghi omerici principali, anche come isole, talvolta anche insieme con l’altro porto che, come per Scheria, nel passato si trovava a Est (Levante) del Montarone di Vieste.

Questo secondo porto viestano che secondo Omero “piccola roccia grandi flutti trattiene”, partiva da una bassa roccia che si trovava sotto le fondamenta dell’Hotel Merinum, proseguiva con la parte più alta di questa roccia, che qualche tempo fa (2000?) venne rasa al suolo per fare posto all’Hotel Bikini, andava sotto l’attuale via Salvemini e terminava alla base della collina del Petto sulla sinistra della chiesa della Madonna della Libera, o S. Maria delle Grazie, se guardata di fronte.

Per farla breve comunico i fatti più salienti e immediatamente dimostrativi per identificare Vieste con l’omerica Scheria che consistono nelle opere realizzate da Poseidone per ammonire i Feaci, abitanti di Scheda, colpevoli di aver accompagnato Odisseo a Itaca, a non accompagnare più nessuno, ritenendo i naufraghi sue vittime predestinate. Omero di Scheria scrive che Poseidone, dio collerico e vendicativo, oltre a cingere la città di una veste tutt’intorno di grandi, o di forti rupi, minaccia di far crescere una montagna per nascondere la città dal mare (la parte di roccia sopraelevata sulla quale poggia il Castello che sovrasta il Montarone viestano così come si presenta se visto dalla spiaggia del Castello, o della Scialara, anticamente detta il “Chitrone” per via della presenza delle correnti d’acqua);

Lo stesso Poseidone con una manata affonda e pietrifica la nave dei Feaci, quella dell’accompagno di Odisseo a Ithaca, quando era già in vista di Scheria (lo Scoglio viestano, identificato nel 1420 da G. di A. Da Lizzano quando scrive: “chananzi sie uno schollietto ebbasso chome una galea pare lontano”). Poseidone inoltre minaccia di vomitare una stele sul fianco di Scheria, che diventa reale nella poesia omerica quando poco prima Odisseo tra una rupe che pare levigata e che un mortale non poteva scalare neppure se avesse avuto 20 mani e 20 piedi (la Ripa subito a fianco il monolite), si aggrappa a un bastione di pietra per salvarsi dalle grandi ondate provocate dallo stesso Poseidone per rendere difficile l’ultima parte di transito sul mare del naufrago Odisseo.

Questa stele, o bastione di pietra, è lo stesso omerico “bastione della terra d’Eracle” che in questi ultimi tre casi sono da identificare con il Puzmume (nome che deriva dal greco Pougx (ircooy^; leggi punx): mergo (ma vedi baia dei Mergoli vicino Mattinata, o il Monte Pucci di Peschici), il mume finale di Puzmume proviene dal greco momos (popoo): Momos è il dio greco della risata e della maldicenza, come pure del biasimo e dell’ammonizione.

U Puzmume, come questo bastione di pietra veniva chiamato dai viestani di qualche tempo fa e sul quale c’è una specifica poesia dialettale del maestro Gaetano Delli Santi, non è assolutamente e mai più da confondere con il Pizzomunno, che in realtà appartiene al Montarone in quanto Vieste, sul quale è situato il suo centro storico. Il nome Pizzomunno riguarda la remota funzione e posizione geografica e politica di Vieste considerata la metropoli (= città madre) del remoto omerico Mondo che ha come pizzo, angolo, atlante, capitale, che Omero chiama con il nome di Scheria definendola capitale del Continente Apeira. Il nome Scheria, come si è già detto, deriva dalla funzione di approdo di navi del porto del Pantanella, approdo che avveniva anche con l’aiuto della sua corrente di acqua dolce tuttora presente.

A questo si aggiunge la formazione dell’attuale falesia, la Ripa, spezzata da un colpo di tridente inferto da Poseidone per far sprofondare con tutta la parte di roccia ora mancante, Aiace Oileo, colpevole di aver detto in pubblico che si era salvato da un suo precedente naufragio senza l’aiuto di alcun dio.

Al centro dei due poemi, poesie di grandi dimensioni, c’è l’omerico Regno dei Morti da me identificato con la Necropoli della Salata, vicino Merino, nella quale tuttora scorre una “corrente” che sfocia nel mare, da individuare con l’Acheronte, che viene alimentato con acque provenienti da tre sorgenti: il Piriflegetonte che, oltre una roccia davanti alla quale riceve acqua dal Cocito che a sua volta riceve quella dello Stige. Omero infatti scrive: “Qui in Acheronte il Piriflegentonte si getta e il Cocito, ch’è un braccio dell’acqua di Stige, e c’è una roccia, all’unione dei due fiumi sonanti’.

Oltre tutti gli altri fatti che non espongo per ovvie ragioni, evidenzio la prova lampante della cittadinanza viestana di Omero, che è la presenza del porto del Pantanella viestano in porti principali dell’Odissea, facendo presente che dopo il 1600, anno in cui si verificò uno straordinario bradisismo negativo con innalzamento della costa molisana e pugliese, non vi sono tracce di un porto funzionante a Vieste, pur trovandosi nel 1923 notizia di un porto “ora interrito”(Petrone) dai lavori di bonifica, durati dal 6 Settembre 1868 al 5 Giugno 1874, resisi necessari per la putrefazione della sua poca acqua interna divenuta letale per molti abitanti (A. Perrone: Giornali Domestici)) dopo che già un secolo prima, nel 1780 circa, il porto viestano “aveva picciola profondità ed era incapace di contenere grandi vascellf’(Giuliani).

Premesso che il nome di Vieste come Uria comprende quello di “alveo con canale per trarre le navi da e per il mare ”, aggiungo che a fare riferimenti al porto di Vieste sono alcuni portolani del 1400. Di essi meritano particolare attenzione il Magliabecchi e B. Rizo perché, scrivendo di entrate da ponente e da levante, rivelano che Vieste ha in realtà due porti (uno di Levante e uno di Ponente, che presentava una piccola bocca) formati da due isole (lo Scoglio e il Montarone, che dopo Omero diventa famoso anche come isola di Teuthria, la seconda delle due Isole Diomedee) rivolte a Tramontana (cioè a Nord) la cui presenza è confermata dalla realtà dei luoghi, da alcune testimonianze, tra cui alcune bitte per legare le navi, e da prove documentali del Pisani (1660-1700), del Giuliani (1783), del Masanotti (1830), del Petrone (1930) e del già citato Perrone.

Le due Isole Diomedee sono: la prima, lo Scoglio, o isolotto del faro, l’isola disabitata sulla quale, secondo Strabone, Diomede è stato sepolto e sulla quale i gabbiani ancora si lamentano per il dolore della sua perdita; la seconda isola è il Montarone che Strabone chiama isola di Teuthria (= biancastra), che però isola non era dal momento che Diomede avrebbe voluto tagliare l’istmo (del Montarone) per farne una vera isola, ma che non riuscì per la sua sopravvenuta morte.

Questa seconda Isola comprendeva un monumento, il Timavo (Timauon, proveniente dai verbi greci timao: rendere onore, e auo: lamento, come avviene per Diomede), sul quale c’erano sette correnti con corso largo e profondo che subito finivano in mare. Strabone racconta che secondo Polibio tutte queste correnti erano di acqua salmastra (le sei correnti della Scialara), eccetto una di acqua buona (del Pantanella).

D’ora in poi diciamolo a tutti: le isole Tremiti non hanno niente a che fare con le due Isole Diomedee, sia per i fatti suesposti (il loro numero), sia perché il loro nome antico è quello di Tre Molinas (Il Compassodi Giovanni di Antonio da Uzzano, che nel 1442 infatti scrive: “Bestria è porto,e sopra lo capo sonvi Isole ch’anno nome 3 Molinas, e sono lungi 15 miglia per maestro”. Le Tremiti. Le Tre Molinas sono un nome greco che significa “le tre secche” sottomarine dalle quali in realtà fuoriescono cinque isolette di varia misura.

Torniamo al dunque: il Magliabecchi nel 1420 scrive: “lisola (bestia) e buon surgitoio e puoi entrare da ponente (e daleuante e puoi stare a anchora e prodese alti pali)”.

Più dettagliatamente, nel 1490 il Rizo scrive: “Bestie e cita e sia per tramontana do ixole che li fa porto la sua intrada si e di leuante e perche la bocha da ponente e pizola et iui per esserui picol fondi usa grandissima chorente de aque pero darai li prodexi in terra ale ixole e le anchore in fondi verso la terraLe do ixole che li fa porto, significa che oltre le due isole ci sono pure due (li fa) porti.

Nel Codice Diplomatico del Monastero Benedettino di S. Maria di Tremiti si legge che nel 1155 “la Chiesa di S. Lorenzo è fondata sulla punta medesima sopra il porto Aviane, che si trova dalla parte dove si vede la punta della chiesa rupestre di S. Eugenia (Petrucci)”, poi rupe di S. Croce: Laicamente la punta della Banchina detta pure la Mancine.

Plinio, che cita i luoghi in perfetto ordine alfabetico, scrive: “di qui l’Apulia dei Dauni, dal nome del duce suocero di Diomede, in cui la città di Salapia Siponto Uria .., Porto Aggasus, la punta del Monte Gargano, che dista 234 miglia dal Salento o Japigo, comprendendo in questa distanza il periplo del Gargano, il porto Garhae, il lago Pantano A parte Uria, del cui significato si è in parte già detto, il porto Aggasus e il porto Garnae sono ancora lo stesso porto viestano del Pantanella. Il lago Pantano, da tempo disseccato, si trovava nella piana di Merino (Giuliani).

Virgilio (Eneide 111,521) del porto di sbarco di Enea scrive di: “un porto che si curva ad arco verso l’onda orientale, con gli scogli avanzanti che grondano spuma e spruzzi salmastri, ma esso è al riparo: in doppio bastione allungano i bracci le rupi turrite e il tempio, dedicato a Minerva, arretra da riva comparendo sulla vetta“, Gli scogli avanzanti sono i corni del Montarone. In vetta alle rupi turrite del Montarone c’è la basilica viestana, edificata sulle rovine dell’antico tempio di Vesta (E. Bacco). Vesta si sincretizza con Minerva anche per la perenne verginità di entrambe queste dee.

P. Mela individua il porto viestano con alcune particolarità, scrivendo:…e il Monte

Gargano: è un seno incinto dalla continuità del litorale apulo, di nome Uria, con un’entrata stretta e per lo più tormentata (asper accessu). Fuori Siponto”. Il seno incinto equivale all’alveo con canale per trarre le navi da e per il mare di Uria, mentre l’entrata stretta e di accesso difficile del porto coincidono, in parte, con i racconti del porto di Ponente (il Pantanella) del Rizo, del Magliabecchi e dalla realtà di questo porto.

Omero del porto di Scheria scrive: “Ma come in vista della città arriveremo – un muro alto, e bello ai lati della città s’apre un porto, ma stretta è l’entrata’’ e che “Guardava ammirato Odisseo i porti, le navi equilibrate, le lunghe mura, eccelse, munite di palizzata, meraviglia a vederle”. I porti (due) che si aprono ai lati della città (Scheria) e l’entrata stretta (del principale porto come pure della città coincidono sia con l’entrata stretta del porto del Pantanella, sia con l’entrata stretta della città (Vieste) la cui porta principale e le lunghe mura si trovavano sull’istmo del Montarone (Pisani, Giuliani e T. Masanotti).

Omero del porto dei Lestrigoni scrive: “Qui, come entrammo nel bel porto, che roccia inaccessibile cinge, ininterrotta da una parte e dall’altra, e due promontori sporgenti, correndosi incontro sulla bocca s’avanzano, stretta è l’entrata; qui, dunque, gli altri tutti spinsero dentro le navi ben manovrabili e quelle nel porto profondo stavan legate vicine, che mai si gonfiava flutto là dentro, né grande né piccolo, ma v’era candida bonaccia”. La polla sorgentifera, o fiume, o corrente, di questo porto viene da Omero chiamata Artachia. Il porto dei Lestrigoni con la corrente di Artachia è quello più veritiero e corrispondente a tutta la remota località sia del Montarone, con i due promontori sporgenti che s’avanzano sulla bocca, e sia del Pantanella con l’entrata, o bocca, stretta.

Omero del porto dei Ciclopi scrive: “qui all’estrema punta una grotta vedemmo, sul mare .. qui un uomo aveva tana, un mostro, che greggi pasceva”, “un’isola piatta davanti al porto si stende .. c’è un portò comodo, dove non c’è bisogno di fune, o di gettar l’ancora o di legare le gomene, ma basta approdare e restare a piacere, fino a che l’animo dei marinai non fa fretta o non spirino i venti. In capo al porto scorre acqua limpida, una sorgente sotto le grotte: pioppi crescono intorno”.

Il mostro è Polifemo che abitava nella grotta (ora di S. Nicola), che ancora nel 1600 si trovava iuxta (adiacente) il mare (Mascio Ferracuti). L’isola piatta che si stende davanti al porto è lo stesso che in parte si trova tuttora sul rialto a fianco della Scuola Media Spalatro sul quale c’è un traliccio telefonico. Quest’isola piatta che si completava con la Chianghe dell’Onne della parte opposta (ora quasi del tutto abbattuta) chiudevano in buona parte il Pantanella rendendo quiete le sue acque interne. Tra questi due rialti tuttora scorre (ora sotto via Pedini e via della Repubblica) la corrente di acqua buona del Pantanella, che sfocia nell’angolo a monte del molo turistico.

Omero, dopo aver detto che il porto di Itaca è sacro al signore del mare, Forchi, la cui presenza è tuttora testimoniata dagli scogli marini detti <i Forchi>, ora italianizzato in Forti, situati sott’acqua a sei miglia a nord di Vieste, di questo porto di Itaca scrive: “due punte s’avanzano e sporgendo a picco(i due comi del Montarone) proteggono la baia, chiudendo fuori l’onde immani dei venti violenti e dentro senza ormeggio rimangono le navi buoni scalmi, quando alla fonda sian giunte. In capo alla baia c’è un ulivo frondoso, e li vicino un antro amabile, oscuro, sacro alle ninfe che si chiamano Naiadi (.) e vi sono acque perenni’, quelle della fonte che questa volta Omero, per ovvie ragioni poetiche, chiama Aretusa.

Platone del porto di Atlantide testualmente scrive: “Quel pelago allora era navigabile, da poi che un’isola aveva innanzi alla bocca(il Montarone), la quale chiamate Colonne d’Èrcole (il Puzmume, cioè l’omerica stele vomitata da Poseidone sul fianco della città; l’omerico bastione di pietra al quale si aggrappa Odisseo cui si aggiunge la limitrofa Rupe (la Ripe viestana) che pare levigata e che un mortale non poteva scalare neppure se avesse avuto 20 mani e 20 piedi dal momento che Platone scrive di Colonne d’Eracle; mentre Omero scrive di un bastione della terra d’Eracle usato da costui per salvarsi). Platone continua .. “ed era l’isola più grande che la Libia e l’Asia insieme (l’Europa) .. donde era passaggio alle altre isole(ora Croate) .. a quelli che viaggiavano di quel tempo, e dalle isole(ora Croate) a tutto il continente che è a dirimpetto(l’omerica Tracia, ora Penisola Balcanica), che inghirlanda quel vero mare(l’Oceano di Omero). E per fermo quel tanto mare che è dentro alla bocca della quale favelliamo(il Golfo Adriatico) è un porto dall’entrata stretta a vedere(il Pantanella); ma quell’altro assai propriamente dire si può vero mare(il mare Ionio). La divisione di questi due mari a Vieste, oltre che in Omero che scrive di un naufrago (di Odisseo) che non si sa se proveniente dalle genti orientali (eonion) o dall’esperion (genti occidentali), si trova nel geografo/matematico Tolomeo che scrive: “nel mare Ionio Salapia, Siponto, Apeneste 42,50,40(la longitudine dell’estremità del), Monte Gargano 42,20,41(la longitudine alla base del Monte Gargano) e adiacente il mare Adriatico, Hyrium”.

Platone continua: “.. Ora, in cotesta isola Atlantide (Vieste, poiché l’atlante, l’angolo, il pizzo di Pizzomunno sono sinonimi), venne su possanza di cotali re, grande e meravigliosa, che signoreggiavano in tutta l’isola(Vieste, l’Italia) e in molte altre isole e parti del continente(l’Europa); e di qua dallo stretto tenevano imperio sovra la Libia infino a Egitto, e sovra l’Europa infino a Tirrenia(Tirrenia è l’Etruria, l’attuale Toscana)”.

Lo stretto cui si riferisce Platone è lo stretto braccio del vasto mare dell’Ellesponto che, secondo Omero, Achille, partendo dalla spiaggia troiana (ora Scialmarino) avrebbe ripercorso in tre giorni di navigazione verso l’Aurora, (verso l’Est, l’Oriente) per tornare in patria a Ftia; o lo Stretto Ionico di Polibio oltre il quale c’è il Golfo Adriatico; o il Laurento di Livio che aggiunge: “Anche questo luogo è chiamato Troia“, dando prova di ignorare, come tutti finora; l’esistenza della Troia di Omero a Vieste. Per suo conto Erodoto scrive: “Sta vicino a questa montagnola (il Montarone) un monte che ha nome Atlante (da cui il Carmine, o il monte Gargano, detto Monti Urii, e da cui Atlantide per Vieste).

E’ stretto e circolare(il Montarone) da ogni parte ed alto -a quanto si dice- tanto che le sue vette non si possono scorgere: giammai infatti le abbandonano le nubi né d’estate né d’inverno (lo stesso scrive Omero per la già citata Rupe del Montarone con a fianco il Puzmume). Gli indigeni dicono che sia una colonna della volta celeste (Il Montarone con il Puzmume, jl bastione di pietra usato da Eracle e Odisseo per salvarsi).

Da questo monte gli abitanti del paese han tratto il nome, si chiamano infatti Atlanti (lo stesso di Vestani) (…) Dunque fino a questi Atlanti sono in grado di dire i nomi di quelli che abitano sull’altura (il Montarone), Ma da questi in poi non più. Il ciglione (il Montarone, o l’orlo di italica spiaggia di Virgilio) si estende in ogni modo fino alle colonne d’Eracle (che ora vengono stoltamente situate sullo Stretto di Gibilterra), e anche oltre queste” (dove ora c’è l’Oceano Atlantico nel quale tuttora si cerca, altrettanto stoltamente, il continente Atlantide, che è lo stesso di Europa).

Per completare questo mio scritto, faccio presente che Atlantide scompare nel giro di una notte e un giorno sia come Troia e Uria e sia come altre località altrettanto mitiche.

Prof. Giuseppe CALDERISI, via Antico Porto Aviane, 2D -r 71019 – Vieste P.s.: L’idea di pubblicare il mio terzo libro non è più fattibile per due motivi seguenti:

  1. Il prezzo richiestomi dall’unica tipografia viestana: di £ 4650 più IVA (4650+1162,5= 5812,5 per un costo di £ 58,125 cadauna) per 100 copie e di £ 7100 più IVA

( 7100+1775 = £ 8875,00); cioè £ 29,583 cadauna) per 300 copie, cifre davvero esose e per me insostenibili per la pubblicazione di questo mio terzo libro.

  • – La mia avanzata età e il mio compromesso stato di salute che non mi permettono di raggiungere lo stabilimento grafico di Leone a Foggia al quale mi sono rivolto in occasione della pubblicazione dei miei primi due libri nel 1994 e nel 1999, pagando prezzi molto più accessibili, anche se per numero di copie decisamente superiori.

Tenuto conto che posso intervenire con una somma corrispondente a £. 2000,00 (duemila/00), chiedo alle Signorie Loro o un contributo alla spesa prevista dalla tipografia laconeta pari a £ 3813,00 per 100 copie, o di £ 6900,00 per 300 copie, nel qual caso tratterrei per me n. 30 copie nel primo caso e 70 copie nel secondo caso.

Oppure, nel caso ci sia qualcuno (membro di giunta, consigliere comunale e impiegato comunale) disposto a fare le mie veci per raggiungere, o contattare tramite telefono o computer, lo stabilimento tipografico Leone a Foggia sia per trattare il costo della pubblicazione, sia per dare eventualmente mandato a Leone di stampare pure questo mio terzo libro, nel qual caso sono disposto a consegnare immediatamente a chi ne farà le mie veci la chiavetta del computer nella quale è contenuto questo mio davvero interessante terzo libro, la cui pubblicazione può aprire un nuovo periodo di gloria eterna alla nostra Vieste, con tutti i vantaggi che scaturirebbero anche sotto il profilo turistico ed economico. Un vero peccato non pubblicare questo libro, se penso al contenuto davvero straordinario che rivela la storia e l’importanza della remota città di Vieste sia per i motivi già esposti in precedenza e sia per quelli intrinseci nelle mie numerose pagine di questo libro.

Considerati i vantaggi che la nostra amata città potrà avere in futuro sul piano storico, culturale e turistico, potete utilizzare il mio indirizzo nel caso intendiate convocarmi in una riunione di giunta per maggiori chiarimenti in merito ed eventualmente dare inizio a una nuova epoca dando un maggiore e assoluto vanto alla nostra Vieste anche nell’attuale Mondo.

òòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòòò

Vieste, 18 Novembre 2021

Egregio Sindaco Comune di Vieste

e p.c. ai componenti la Giunta Municipale Comune di Vieste

Oggetto: Le coordinate geografiche di Omero che conducono Troia a Vieste.

Vi invio nuova relazione successiva a quella già inviatavi N1 Novembre 2021, V/s protocollo n°. 34228 di pari data, per meglio accreditarmi nel popolo viestano, di cui siete i maggiori esponenti, per supplementare la mia scoperta della viestanità di Omero, anche se avvenuta nel 1998 e pubblicata nel lontano 1994 con la pubblicazione del mio primo libro: Vieste, luce eterna: patria di Omero.

Vi scrivo perché alla mia età, prossima ai 79 anni, non ho più tempo da perdere.

La presente relazione è intestata con l’argomento seguente:

OMERO E I SUOI POEMI? PATRIMONIO ITALIANO, ANZI VIESTANO.

Le fonti (Propilei Voi. Ili, pag. 631) scrivono: “Da due millenni e mezzo si affronta e ci si chiede chi fosse Omero, se sia proprio vissuto, e quando e dove; questa disputa non sarebbe neppure stata possibile se i poemi stessi ci avessero offerto un chiaro sistema di coordinate “.

Ciò che scrive Omero nelle sue poesie di grandi dimensioni in endecasillabi, però, diventa incomprensibile solo se si continua a identificare l’Ellesponto con il Bosforo, tant’è vero che per gli Accademici Troia era un luogo di mera fantasia (A. Morelli. Dei e Miti, v. Troia) che nel 1860 il commerciante di oro di seconda mano, poi archeologo dilettante Schliemann ha creduto, turlupinando tutti, di trovare nella “paludosa” pianura di Hissarlik, sconfessando la più antica designazione a Bunarbashi, ma a sua volta sconfessato dagli scritti di Omero e dallo stesso sprovveduto speculatore Schliemann, che in realtà si è imbattuto in una collina, da lui acquistata, anticamente destinata alla cremazione di cadaveri, spacciandola per Troia.

La colpa è da ricercare pure negli antichi abitanti della attuale Grecia, inducendo in errore lo Schliemann. Questi antichi abitanti della Grecia erano presuntuosi, prepotenti, testardi, accaparratori, vanagloriosi, interessati, che si sono sconsideratamente impossessati dell’Ellesponto chiamandolo Stretto di Dardanelli (da Dardania, l’antica Troia, distrutta dall’omerico Eracle) finendo per fissare l’omerica Troia a Burnabashi.

Lo stesso è avvenuto per il monte Olimpo omerico che in effetti è uno dei monti Viestani (Coppitella o Cuppolare?) sul quale gli dei si riunivano in assemblee, e poi dando nomi di origine omerica ad alcune città come Argo (dalla quale il nome omerico degli Argivi degli Achei), Micene e altre. Tuttora ben sette città dell’attuale Grecia si vantano simultaneamente di essere la patria di Omero quando invece si tratta di un cittadino Italiano, anzi Viestano. Lo stesso è avvenuto per Atlantide, un continente che ha come città di origine Vieste e che è lo stesso dell’attuale Europa, ma che venne identificata dagli stessi antichi abitanti dell’attuale Grecia con la loro Isola di Santorini.

Contrariamente a quanto affermato dalle fonti e se si tiene conto dei versi dell’Iliade, ma non solo di quelli, per individuare la vera posizione di Troia, invece Omero disegna precise coordinate geografiche, mai finora individuate da nessuno al mondo, che portano a localizzare Troia in una realtà <unica> in tutto il mondo greco, ma in-quello della Magna (Grande, anche nel senso di Antica) Grecia, appellativo che proviene dalla Antica Greca, precisamente dalla remota città di Vieste, ma che ora è generalmente attribuita a tutta l’Italia meridionale.

Nei suoi versi, infatti, Omero di Troia tramanda un’identità territoriale assoluta, con una memoria che si è conservata nella realtà, nei nomi e nei toponimi dei luoghi viestani, e „ con un’identità geografica relativa a una città che fondamentalmente si affaccia sul mare verso oriente ma che nel contempo è situata sul mare a occidente dell’opposta omerica Tracia, l’attuale penisola balcanica della quale, nella sua parte più meridionale, fa parte l’attuale Grecia,

I versi omerici da cui si ricava la giusta posizione geografica di Troia sono i seguenti:

  1. Achille minaccia il ritorno in patria, facendo tre giorni di navigazione verso l’Aurora, cioè sul mare verso Oriente (Iliade IX,360. Ed. BUR): “tu vedrai, se vorrai, se te ne importa qualcosa, sull’Ellesponto pescoso navigare all’aurora le mie navi, e dentro uomini ardenti a remare; e se il buon viaggio ci dona l’Ennosìgeo glorioso, al terzo giorno saremo a Ftia fertile zolla”.Vieste, nome greco che da Ui-este è figlia dell’Oriente, è una città che si trova sul mare sul lato orientale dell’Ellesponto dal quale, per conseguenza, origina anche il lato occidentale dello stesso Ellesponto se idealmente si considera un percorso inverso di Achille.
  2. Ftia, patria di Achille, è una città della Tracia, l’attuale penisola balcanica, detta pure Illyria, nome che dal greco illo-yria indica un continente che si trova di fronte all’omerica Iria città (ora Vieste) che si trova a oriente del mare (ora Adriatico) e, per logica conseguenza anche del punto precedente, chiude quello che Omero definisce lo stretto braccio del vasto mare dandogli il nome di Ellesponto. Omero (Iliade II,845) scrive: “Acàmante e Pìroo guidavano i Traci, quelli che l’Ellesponto flutto gagliardo chiude”.I remoti abitanti della attuale Grecia hanno situato l’Ellesponto sul Bosforo che però è un canale marittimo stretto da due terre, che contrasta quanto precisato da Omero per l’Ellesponto, che oltretutto ha sul mare di fronte la Tracia orientale.
  3. Il sole che sorge dal mare, quindi a Oriente, si vede sia quando Teti giunge sulla spiaggia troiana con le nuove armi di Achille (Iliade XIX, 1): “L’aurora peplo di croco dalle correnti d’Oceano balzò a portare la luce agli immortali e ai mortali e Teti giunse alle navi sia quando i Greci bruciano i resti di Patroclo sulla spiaggia troiana (Iliade XXIII,226): “Quando Lucifero esce ad annunziare la luce alla terra e dietro si stende sul mare l’Aurora peplo di croco allora si esaurì il rogo e cadde la fiamma”.Lucifero (= portatore di luce; poi Venere) e Aurora sorgono, quindi, dal mare che si trova inevitabilmente a Oriente della spiaggia troiana. Un fatto che è incompatibile sia con la posizione geografica di Hissarlik, che si trova a Nord-Ovest della Turchia, come pure quella di Burnabashi, località situata pure sul Bosforo a distanza di sessantacinque Km a Est di Hissarlik; sia per l’attuale inclinazione del Bosforo da Est verso Sud-Est che di fatto non permette di vedere il sole che nasce dal mare, che Omero chiama Oceano, né da Hissarlik né da Burnabashi.
  4. La suddetta esclusività della posizione geografica di Troia si ricava anche dal fatto che il suo orizzonte marino si estende dall’oriente all’occidente. Infatti, nel raccontare la tregua stabilita da Greci e Troiani per recuperare i rispettivi caduti, Omero scrive che i Greci e i Troiani vedono sia il sole che sorge dal mare all’inizio delle operazioni (Iliade VII, 42): “E mentre il sole nuovo colpiva le campagne, su dal profondo Oceano che scorre quietamente salendo verso il cielo, s’incontraronoess/”; sia il sole che tramonta nello stesso mare alla fine delle stesse operazioni (Iliade XVIII, 483): “E il lucido raggio di sole calò nell’Oceano la notte nera traendo sopra la terra”.Il sole che sale dall’Oceano verso il cielo e che cala nello stesso Oceano è tuttora visibile da Vieste in estate.

La posizione di Troia che guarda l’orizzonte del mare a oriente e ad occidente, passando per il nord, è confermata nella descrizione del nuovo scudo di Achille (Iliade XVIII, 483): “Vi fede la terra, il cielo e il mare, l’infaticabile sole e la luna piena, e tutti quanti i segni che incoronano il cielo, le Pleiadi, l’Iadi e la forza d’Orione e l’Orsa, che chiamano col nome di Carro: ella gira sopra se stessa e guarda Orione, e sola non ha parte nei lavacri d’Oceano”.

Con questi versi Omero, un uomo vero, rivela la sua posizione in terra rispetto alla “corona” di un cielo che spazia dal nord celeste, identificato con la costellazione boreale dell’Orsa, delle Pleiadi e delle ladi, che insieme formano il Toro, la costellazione che indica il nord -o Settentrione, nome che proviene dalle sette (lat. septem) stelle del Toro (lat. trio-ones)-, fino all’equatore celeste che si identifica con Orione. Orione è la costellazione equatoriale (meglio meridionale), che si estende a sud del Toro. In particolare, i versi sull’Orsa che “sola non ha parte nei lavacri d’Oceano” indica che il Carro dell’Orsa non si abbassa mai sotto l’orizzonte del mare che necessàriamente si estende a nord di Troia, confermando indirettamente i precedenti versi anche sul sole che sorge dallo stesso Oceano.

L’omerico Oceano è tutto il mare che si trova di fronte a Vieste, città di divisione del Golfo Adriatico e il Mare Ionio, tra i quali inserire poeticamente l’Ellesponto di Omero. Quanto a Orione, accecato da una sbornia, per ritrovare la vista perduta percorre il territorio garganico per incontrare l’Aurora (Eos) e crea il porto del Pantanella con l’ultima pedata messa all’estremità del promontorio. Per questo il Monte Gargano veniva detto dagli antichi Monte Orione.

  • Tutto il precedente contesto geografico di Troia, che guarda il mare da est a nordovest, passando per il nord, oltre il quale mare c’è la Tracia, emerge pure dalla direzione dei venti citati da Omero: Zefiro, vento di nord-ovest, e Bora, vento del nord, i quali (Iliade IX,5): “soffiano questi di Tracia, improvvisi e subito l’onda nera si gonfia e sputa lungo la riva molte alghe”. L’Euro, vento dell’est proveniente dal mare e da oriente, è a noi più noto col nome di Grecale, che precisamente spira dal punto dove il sole sorge il giorno 21 giugno, esattamente dietro la punta settentrionale dello Scoglio viestano, considerando che in origine il termine greco identificava tutto ciò che si trova sul percorso del sole nel giorno del solstizio d’estate, un fatto che di fatto esclude la provenienza di questo termine dall’attuale Grecia. La direzione est/ovest dell’Euro coincide anche con quella inversa dell’Ellesponto omerico così come richiamato nei punti 1,2 e 5.
  • Una maggiore estensione dell’orizzonte marino da nord-ovest a sud-sud-est, considerato da Omero e valevole pure per la posizione geografica di Troia, si deduce dallo scontro tra due venti contrari, lo Zefiro (Maestrale), che proviene dalla Tracia e dal mare da nord-ovest, e il Noto (Scirocco anche Levante), che proviene dal mare e dalla stessa Tracia da sud-est. Omero (Iliade. XI,305) infatti scrive: “come talvolta Zefiro s’urta contro le nubi del biancheggiante Noto, con raffica fonda colpendole, e s’arrovescia continuo il flutto gonfio, alto la schiuma spruzza, sotto la sfèrza del vento errabondo, fitte così sotto Ettore cadevano le teste del popolo”.

Premesso che della guerra di Troia l’Iliade narra gli ultimi 51 giorni di un periodo tardo/primavera-estivo, questo sistema di coordinate permette di identificare Troia con l’estremità di una penisola di forma triangolare irregolare con la base grande rivolta a est e alla terraferma (l’Italia); il lato sinistro aperto all’occidente estivo (ovest-nordovest: Tramonto, Zefiro, punti 5, 7); il lato destro aperto verso un orizzonte marino che va ancora più a sud dell’oriente invernale (sud-sudest; Noto – punto 8); la sua punta si addentra nel mare verso il nordovest-nord (Carro, Bora; punti 6, 7) aprendosi nel mare con una leggera concavità della punta della stessa penisola; sia a un orizzonte marino compreso tra il sole che nasce e quello che tramonta; sia alla Tracia, a sua volta estesa tra l’occidente estivo, il nord, e l’oriente invernale (nell’ordine: Tramonto e Zefiro; Orsa e Bora; Sole nascente, Aurora, Lucifero, Euro, Ellesponto. Punti 1, 3, 4, 5, 7). Questi riferimenti conducono semplicemente al Gargano alla cui estremità c’è soltanto Vieste.

Se si considera ancora una volta che la Tracia di Omero è l’attuale penisola balcanica, in particolare l’Illyria (ora Croazia) che si affaccia nel mare, il dato geografico che emerge da questo chiaro e inequivocabile contesto è che l’omerica Troia è ubicata all’estremità di una penisola del versante adriatico dell’Italia peninsulare, se non altro perché nell’Adriatico la Bora spira tuttora proveniente dalla Tracia settentrionale.

Sul fronte apicale del Gargano c’è il litorale di Vieste, città boreale per eccellenza perché riceve la Bora da 0° latitudine Nord, la quale condivide con Troia sia la vista estiva “esclusiva” del sole che nasce e tramonta nello stesso mare con tutti gli altri requisiti geografici tramandati da Omero; sia la parte fin qui omessa del territorio, il sud di Troia, nell’esatto modo che nella seconda metà del 1700 il Giuliani (Memorie Storiche di Vieste), che alla pari degli scritti di Omero, di Vieste scrive: “Nel gettarsi che fa nel seno dell’Adriatico mare il Monte Gargano, prolungandosi in mezzo alle acque circa venti miglia nella sua estremità, lascia la città di Vieste sopra uno scoglio a guisa di una penisola (..) Rimira ad oriente, a settentrione e all’occaso il libero suo orizzonte in lunga distanza tutto bagnato dalle acque marittime, ed a mezzogiorno e da selve, e da piani, e da colli, e da monti che a poco a poco per lungo tratto s’innalzano, venendo interrotto, in niuna parte del giorno è priva de’ raggi solari. In un tempo stesso, situata a guisa di una punta all’estrema falda de’ monti, viene dominata da contrari venti; e si osserva in tempo di bonaccia che le acque del mare portate sono in parte contraria (..) per dividersi quivi i venti, e due venti spirano nel tempo stesso”.

Quanto all’Ellesponto, la cui tanto remota quanto grossolana confusione con il Bosforo è certamente stata la causa primitiva della errata ubicazione di Troia in Anatolia, cioè in un contesto geografico non corrispondente alle indicazioni di Omero che oltretutto scrive di uno stretto braccio del vasto mare e non di un canale marittimo tra due terre, come di fatto è il Bosforo, occorre fare qualche premessa:

  • Esiste una tradizione orale sulla presenza di Troia in Adriatico e anche storie scritte della presenza di una Troia adriatica costruita da Enea e Antenore (Livio. Storia di Roma.
  • 1) o da Enea (Virgilio. Eneide III, 349;495) e, in sintonia con la distanza omerica (Iliade
  • 811; XXIV,437), di un’Argos Ippion costruita da Diomede con le pietre portate da Troia (S. Ferri. Atti del IV convegno dei comuni Messapici Peuceti e Dauni. Trinitapoli 1972 pag. 26) sul luogo del loro primo sbarco (Livio, ivi). Questo luogo del primo sbarco, che è situato nei “campi iàpici del Gargano” (Virgilio, ivi) e che prende più corpo nella descrizione dello stesso Virgilio (Eneide. Ili, 521) che aggiunge: “Il porto si curva ad arco verso l’onda orientale, gli scogli avanzanti grondano spuma e spruzzi salmastri, ma esso è al riparo: in doppio bastione allungano i bracci le rupi turrite, il tempio arretra da riva”. Questo porto corrisponde in pieno all’antico porto viestano, il Pantanella, sia per la direzione verso l’onda orientale, sia per il doppio bastione dei corni del Montarone viestano, città portuale che anche per Seneca (Ad Elviam matrem 7,6) è il comune e isolato luogo di sbarco di “Antenore (..) Diomede e gli altri che la guerra di Troia disseminò, i vinti insieme ai vincitori per le terre altrui’. Del porto dei poemi di Omero e della sua identità con il Pantanella viestano si è già riferito nella precedente relazione.

Vieste che con tutti i fatti precedenti rivela il motivo della sua elezione a <sacrario> di Diomede e che con la sua identità sia con il Timavo di Strabone (Italia V.1,8), Plinio (Storia Naturale 111.30,151) e Virgilio (Eneide I, 244); sia con Teutria, l’isola abitata delle due che formano il sacrario di Diomede (Plinio, Strabone), pure secondo altri antichi documenti costituiva il remoto capo del sentiero marittimo usato dai viandanti indeuropei che quivi approdavano giungendo dall’lllyria.

Costoro, quando dovettero riconoscersi come popolo, prima di “disseminarsi per le terre altrui’ in tutta l’Europa (Seneca, ivi, ’6-7), ricorsero a capostipiti i cui nomi derivarono dapprima da una caratteristica fisica e geografica del sito viestano, in particolare del porto del Pantanella; sia dalla funzione di erma del naturale porto remoto viestano.

Poi, con la diffusione della favola epicomitica di Omero, altri popoli presero il loro nome dai fatti e dagli eroi eponimi tratti dai suoi poemi. Oltre le anzidette coordinate geografiche Vieste ebbe, quindi, una funzione di porta analoga a quella di Troia, capo dell’Ellesponto e crocevia di popoli indeuropei. Infatti, agli inizi del 1900, M. Petrone, interpretando alcune scritture messapiche; identifica Vieste come Porta della Gran Madre Terra, titolo presente in alcune pietre ritrovate in una casetta, ora demolita, che si trovava sopra la collinetta del Carmine viestano.

Furono perciò i popoli che, dopo aver fatto tappa a Vieste, partirono trasponendo eroi e favola omerica in Italia e in Europa. L’Ellesponto, che per Omero non è un canale di mare tra due terre, ma un “braccio del vasto mare”, cioè uno specifico percorso, una rotta bene individuata nel grande mare, da cui l’antico, greco, orientale, primo giorno, mattino (= Elles) sentiero del mare alto e aperto (= pontos) che in direzione ovest-est andava da Troia alla Tracia (percorso di Achille) e da est-ovest dalla Tracia a Troia (percorso di Teti), analogamente alla rotta che un tempo collegava Vieste alla frontale Croazia, e ritorno. Infatti, Vieste (= figlia del mattino, dell’oriente, del Greco, etc. etc.), che è “in mare forte alto” (G. di A. da Lizzano) ed è “aperta” (Catullo. Canti 36), per Tolomeo (Geografia III, 11), che cita Vieste sia con il nome di Ap-en-este (= anche parente (figlia!) dell’Oriente) sia con Hyria (l’ardore con cui si apre alle opposte correnti eoliche e marine), costituiva il primitivo punto di divisione tra lo Ionio e l’Adriatico di cui Polibio (Storie 11.14,4-5) scrive: “L’Italia, nel suo insieme, ha la forma di un triangolo, in cui il lato che si piega verso oriente è delimitato dallo Stretto Ionico e, subito di seguito, dal Golfo Adriatico”. La stessa divisione del mare è stata già dichiarata da Strabone e innanzitutto dal geografo-matematico Tolomeo.

Oltre che con l’Ellesponto, quindi, lo Stretto Ionico oltre il quale c’è il Golfo Adriatico di Polibio si identifica pure con il “corridoio” (= greco laure) da cui il Laurento percorso da Enea per sbarcare in Italia che Virgilio identifica pure come una “via senza via“, (Virgilio ivi, III) e con la “via stretta” percorsa da “Antenore (..) Diomede e gli altri che la guerra di Troia disseminò, i vinti insieme ai vincitori per le terre altrui’ per l’approdo a Vieste, sul sito della quale questi eroi omerici sopravvissuti fondano una nuova Troia sul luogo del loro primo sbarco (precisamente nei campi iàpici del Gargano, la-piga = monade Troia).

Altra importante coincidenza è che fino al 1940 i naviganti viestani impiegavano tre giorni, proprio come Achille, per raggiungere la Croazia a remi o con barche a vela, facendo due tappe notturne su altrettante isole intermedie (Pelagosa, Lagosta, per raggiungere tramite Meleda la Croazia).

Sulla identità di Vieste con Troia ci sono ancora altre prove che sono le seguenti:

• quella etimologica. Vieste, dal greco ui-este, conserva il significato di figlia di Troia (come pure figlia di Uria), essendo il suffisso este analogo sia di eos (mattino^ aurora, oriente, greco, antichità, eternità) sia di euos. La radice greca euo corrisponde al latino uro (da cui Uria) parimenti al greco auo, che a sua volta è analogo di titrosco e teiro, originati dall’indeuropeo <tr>, rovina, da cui nasce l’omerica Troo o Troas. Alcuni dei tanti nomi di Vieste, come Stiria e Vestice, conservano l’identità di vestigio, rovina, memoria, traccia;

• quella toponomastica. Anche i toponimi della pianura viestana rivelano la loro chiara origine omerica e l’identità assoluta, territoriale, della pianura troiana, considerata la loro piena corrispondenza con tutte le altre peculiarità descritte da Omero, che da questi luoghi, comprendendo la rovina alluvionale della piana (Iliade. XII. 13-33), è stato ispirato. Così, col passare del tempo l’omerico monte ricco di vene Ida (= monte selvoso, luminoso) diventa definitivamente Gar-ganos (= davvero luminoso). Mentre l’omerico Gàrgaron, estrema propaggine dell’lda ricco di vene, è la punta estrema del Gargano (Rocci, v. Gargaron), cioè il sito viestano ugualmente ricco di vene per le sue correnti d’acqua che tuttora gargarizzano sui litorali viestani, e da cui il nome di Gargaria attribuito anticamente all’Italia da Aristotile (Rocci, v. Gargaria).

La Batìèa, o sacrario di Myrina, la piana con al centro il tumulo, la collinetta bassa (u Munduncidde) sul(la) quale i Troiani e i loro alleati aspettano i Greci per la battaglia (Iliade. 11,813). Questa collinetta che non è affatto scomparsa per lé piene del fiume, come afferma Schliemann, diventa il Piano della Battaglia, che è la più grande pianura viestana con al centro il piccolo tumulo (u Munduncidde) tuttora destinato a primitivo altare di Merino. Fu, quindi, per la fama di Myrina se al tempo romano Vieste si identificò con Mirinum (M/Della Malva. Vieste e le città della Daunia); Merinum (Mappa dei fari del Mediterraneo nel Mondo Classico) e Marinum (Strabone, ivi V,2. Marino è presente nel Castellum Marini e in Scialmarino).

La Collina degli dèi, o Bellacollina, totalmente ignorata da Schliemann perché a Hissarlik non è mai esistita, diventa il dialettale “Muntincidde”, il Montincello, cioè un monte piccolo e bello, ovvero l’omerica Bellacollina. Lo Scamandro, che non ha affatto cambiato direzione, come scrive Schliemann nel considerare un fiume che a Hissarlik scorre in una realtà opposta a quella omerica, perché lo Scamandro dopo la confluenza con un altro canale (il Simoenta) non ha mai smesso di scorrere da ovest a est dove sfocia nel mare (di Scialmarino) in perfetta sintonia con le indicazioni omeriche, ora diventato il Canale della Macchia, dal greco makia, battaglia, luogo di battaglia.

Caprareza, la collina (rocca per Omero e per il Giuliani) sulla quale nel 1200 c’era il Castellum Marini e nel 1760 erano ancora visibili i segni di un’antica fortezza (Giuliani, ivi p. 66), dal greco capra(ina)-rezo è una <troia data in sacrificio> che si identifica con il Pergamo di Priamo, re di Troia.

A questo si aggiunge che, oltre la congruità della distanza che va dalla strada protetta da un muro scarpato per salire su Caprareza, come viene evidenziato dal Giuliani che scrive: la distrutta città di Merino .. situata alla sponda del mare verso borea. … Se ne mirano ancora oggi gli avanzi, e su di una collina, che la città riguardava a prospetto del mare, rimangono pubbliche mura, segni di un’antica fortezza, nella cui sommità, incavate in duro macigno, si mirano tre cisterne unite, una più sollevata dell’altra, avendo l’una coll’altra un picciolo canale. Ai lati di essa collina, a traverso su viva pietra … persistono ben anche vestigie di comoda strada, dal tempo rovinata, che dalla città su la rocca conducea ”.

Omero scrive che dalla metà di queste pubbliche mura (per Omero un muro scarpato) e di una comoda strada Elena indica uno per uno i principali eroi omerici a Priamo. La distanza per arrivare dalla metà di questa strada all’antico litorale marino, ora di circa m. 3/400, non sono i 2 km di distanza con cui Schliemann ha sconfessato Bunarbashi.

Questi dati vengono confermati sia dalla realtà archeologica e geologica di questa parte del Piano della Battaglia, sia dalla perfetta analogia con altri particolari presentati da Omero (Iliade III), sia da altra realtà del sito tramandata dal Giuliani (ivi) nella seconda metà del 1700 e sia, infine, dalla testimonianza di Seneca (Le Troiane v. 1068) che scrive: “Solo una torre è rimasta in piedi della grande Troia, dove Priamo usava recarsi. Da quella vetta e dalla sommità di quei merli, come arbitro della guerra stando in sedute, lui guidava le schiere”. La torre rimasta in piedi della grande Troia dove Priamo usava recarsi è il Pergamo dello stesso re di Troia ed è lo stesso “Castellum Marini” che nel 1200 faceva da confine tra i territori di Vieste e Peschici (A. Russi) ed è la rocca di Caprareza. All’inizio della salita di questa comoda strada per salire su Caprareza, c’erano le omeriche Porte Scee. Il Giuliani infatti scrive che “sebbene è rivolta verso borea, col maggior suo sito al pendio della collina riguardava l’Oriente e il Mezzogiorno” da cui il passaggio verso l’Occidente, la sinistra (Scee, greco sxaiai) del restante territorio. Come si è già detto Caprareza è un nome greco che significa una “troia data in sacrificio”.

Vi sono poi altre prove, che qui vengono tralasciate, ma tutte imperniate su Vieste con i suoi immediati dintorni; come quelle archeologiche e pure come quelle delle immutate manifestazioni religiose viestane e altri innumerevoli fatti derivanti dalle leggende e dalla mitologia, che sono la storia tramandata con l’unica, intelligente e incancellabile maniera possibile per i tempi remoti di tramandare la vera storia.

Contrariamente a tutto quanto si è detto e scritto finora e nell’identico modo di qualsiasi altra opera concepita dall’uomo nel tempo, il territorio viestano funge da unità di tempo, di luogo e di azione (palcoscenico!) dei poemi omerici, che è poi la verità storica celata sia dal mito di Eracle sia dal mito di Atlantide di Platone, che di entrambi i poemi omerici si compongono succintamente, considerando che altri innumerevoli fatti e prove radicano sullo stesso territorio viestano tutti gli episodi dell’Odissea, a cominciare dal porto come pure dai due porti omerici, sempre lo stesso o gli stessi due porti viestani, come si è già potuto vedere, oltre che dai contorni e dalle vicinanze di Vieste, che danno risposte congrue a tutto il resto della intera questione omerica.

Professore Giuseppe CALDERISI nato a Vieste l’01/02/1943


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