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“CHI HA UN FIGLIO CAMPIONE È PREGATO DI PORTARLO A GIOCARE DA UN’ALTRA PARTE”

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Caro direttore,

 Torniamo a parlare di “calcio malato”. Nostro malgrado. Passiamo alla categoria peggiore: quella dei genitori-ultras, di quei papà e di quelle mamme convinti che il proprio figlio sia sempre e comunque il più bravo di tutti. Visto che le tribune dei campionati dei bambini si trasformano in ring, con scene da “far west”. Perché quando manca il rispetto (verso l’arbitro se c’è, verso i dirigenti o genitori avversari o addirittura verso i bimbi dell’altra squadra) allora il tutto sprofonda nell’inciviltà. E nella vergogna. E la colpa non è dei piccoli che sono in campo e che magari si credono pure bravi. No, a quell’età un bambino non critica un avversario, non giudica le sue qualità, ma pensa solo a giocare. E a divertirsi. A “pomparli” fino all’esasperazione sono proprio quei genitori, col volto paonazzo come il più becero degli ultras. Genitori che in tribuna urlano, insultano l’arbitro, imprecano contro gli avversari arrivando persino a picchiarsi. Una partita nella partita. È nei confronti di questi personaggi che serve tolleranza zero. Fuori tutti, prima che sia troppo tardi. Prima che un figlio scoppi in lacrime…

A.S.

L’intervento di ninì delli Santi

Carissimo,

non mi sono mai posto il problema del rapporto figlio-genitore-allenatore. Ho giocato tanto a calcio; ho scritto tanti articoli di calcio (anche un libro); ho frequentato e frequento numerosi addetti: calciatori, tecnici, giornalisti. Ma non ho mai visto giocare mio figlio. Gli estremismi non vanno bene, forse, almeno da lontano avrei dovuto seguirlo.

Posso dire che il calcio ha condizionato tanto la mia vita… La prima “azienda” della quale ho fatto parte era una squa­dra di calcio: bisognava porre lo sforzo al servizio del colletti­vo.

All’oratorio, in spiaggia, dietro la rotonda della Marina Piccola o nel campo di calcio ognuno di noi si mostrava com’era. Era facilissimo scoprire il generoso, l’altruista, l’insicuro, il malinconico e tutti i tipi che compongono la com­plessa fauna umana.

Visto che il calcio non fa distinzioni, se non tra giocatori bravi e scarsi, in quelle nostre squadre convivevano obesi e magri, alti e bassotti; non c’erano differenze neanche tra i ragazzini con le scarpette quasi nuove e quelli che giocavano quasi scalzi.

Guardando in profondità, da quell’esperienza si usciva con una serie di nozioni generali sul comportamento dell’uomo e sul funzionamento della so­cietà.

Chi gioca a calcio sa di non poter fare a meno dell’amico vicino di reparto, anche di quello che per ruolo non segna mai o è buono solo a scardinare, distruggere.

Impara a convivere con l’estroso, il potente, il forzuto, il furbo, il fesso, il cattivo, ma anche il buono, il generoso, l’altruista.

Impara a rispettarlo perché sa che è importante per la squadra.

Bene diceva Platone: “Educa i ragazzi col gioco, così riuscirai meglio a scoprire l’inclinazione naturale”.

Chi gioca a calcio sa che non sempre si può vincere, e quando si perde ci si può rialzare. Sa che una vittoria può essere il frutto di un lavoro collettivo o di un caso. ….insomma la metafora della vita…… concordo con il grande filosofo-scrittore, uno dei padri del’esistenzialismo francese, Albert Camus: “Tutto ciò che so in fatto di morale e responsabilità l’ho imparato dal calcio”

Anche se la conseguenza di questa formazione è che in più di un momento della vita sono stato e tuttora vengo assalito dal dubbio esistenziale racchiuso in quello che mi ripeteva mia nonna…”A Vist chi cammin rit…mor afflitt”… 

Far parte di un gruppo, giocare significa far circolare il pallone intorno alla grande idea di saper stare insieme terminata la partita quell’idea diventa un sentimento…

E oggi?

Oggi bisogna fare i conti con la comunicazione, che ha stravolto la società e dunque anche il gioco del calcio.

Brevemente una piccola puntualizzazione: esiste l’informazione, cioè i fatti e la comunicazione (cioè il costruito intorno ai fatti, quindi il marketing). Costruisco un prodotto, lo confeziono e lo vendo. E quello che succede oggi anche e soprattutto nel calcio. E qui cascano in tanti. 

Tra gli antichi, compreso noi, “ultimi antichi”, la cultura si trasmetteva principalmente attraverso la parola parlata. Esistevano i libri e neanche si immaginava l’esistenza della televisione o di Internet. Forse per questo noi “antichi” eravamo più abituati ad ascoltare.

L’informazione, memorizzata, ci veniva trasmessa da padre a figlio, da maestro a discepolo, attraverso l’unico canale accessibile: di bocca in bocca. Questo faceva sì che l’udito fosse un organo fondamentale. Si ascoltava per poter rispondere in modo giusto, così che l’ascoltatore si trasformava a sua volta in interlocutore.

Oggi le cose sono cambiate. L’udito ha ceduto il posto alla vista. Tuo figlio che ti grida..” e chi lo dice?…lo dici Tu?” . Abbiamo adottato (o siamo sfociati) in quello che in filosofia è definito pensiero debole e che in sociologia si chiama società liquida. Da alcuni anni siamo dominati dalla cultura dell’immagine. I bambini vengono influenzati in questo linguaggio oramai fin da piccoli, fino al punto che diventa loro molto difficile studiare e assimilare se la spiegazione non è accompagnata da disegni o immagini. La televisione, li attrae come una calamita e oggi soprattutto internet. E non è strano che rimangano ipnotizzati per ore davanti ad uno schermo.
E’ il linguaggio di oggi.

Ma attenzione questa civiltà solo dell’immagine produce sempre più una sorta di “sottoutilizzazione” del pensiero portato sempre meno ad approfondire. Schematizza la vita di “superficie”, impoverisce i principi etici che sono alla base della formazione della persona umana. Quasi mai dopo una visione ci sono domande profonde.

La Tv ci fa vedere un cielo nero per l’inquinamento atmosferico, ma è con superficialità che ci spiega le cause di quell’inquinamento.

La Tv ci fa vedere i gol con il sottofondo di una canzone modaiola, ma non dice quasi mai, anzi mai, quanti sacrifici sono dietro a quel gol.

Che vita ha condotto e conduce un calciatore per arrivare a quei livelli. Passa il messaggio che tutto è semplice.

Un luccichio, un fasullume.

La mia non è una visione catastrofista ma oggi una partita di calcio è una sorte di ingegneria sociale. Oggi il calciatore si presenta come il nuovo Achille di plastica e gel, un eroe senza eroismo che si trasforma nel manichino del perfetto trionfatore globale, una divinità messa nel pantheon pubblicitario della moda passeggera.

Tutto per un obiettivo: dare speranze illusorie con il fascino del prestigio sociale… e soldi.

E’ questa deriva che oggi, in particolare i genitori devono temere.

Purtroppo sono in tanti a lasciarsi abbindolare della costruita comunicazione che gira intorno al calcio.

Tanti genitori la fanno semplice, ignorano la forza degli ingegneri sociali. Di coloro che scientificamente costruiscono mode e tendenze.

L’auspicio è di non cadere nella trappola. Il gioco è una cosa seria. Anzi, tremendamente seria, sottoscrivono i pedagogisti. E dunque anche il gioco del calcio è una cosa seria. Come seria è la vita del proprio bambino.

Chiudo con una chiosa: agli addetti della scuola calcio suggerisco di scrivere all’ingresso dello spogliatoio, ma anche sulla carta intestata: “Chi ha un figlio campione è pregato di portarlo a giocare da un’altra parte”.


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