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IL LIBRO DELLA SETTIMANA/ IL LEVRIERO DI DON CHISCIOTTE DI VICTOR CARVAJAL

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Stupisce la singolare scelta di Víctor Carvajal di intrecciare il suo romanzo con i brani più noti della Prima Parte de «L’ingegnoso hildalgo don Chisciotte della Mancia». Ispirarsi all’opera più importante e immortale della letteratura spagnola implica problemi all’apparenza insolubili: superare o eguagliare l’originale è impossibile, e al tempo stesso vi è il rischio che l’opera sorta all’ombra di quella principale venga considerata povera di individualità.

            Ciononostante, questo romanzo minore mi sembra assolutamente originale, diverso e intrinsecamente destinato a occupare un posto nella narrativa attuale, nonché – senza dubbio – a suscitare polemiche. Non è infatti usuale riproporre, in pieno XXI secolo, un testo che risale al 1605, tanto più che l’autore – curiosamente – non sembra aver fatto alcuno sforzo per imitare il linguaggio di allora, con la particolarità di rendere quest’ultimo perfettamente comprensibile e accettabile anche oggi; un’impresa che nemmeno gli scrittori più prestigiosi possono vantare. È questa una delle caratteristiche più peculiari dello stile di Carvajal.

            L’altra caratteristica – non certo secondaria – è quella di aver trasformato un semplice incidente tipografico, una sbavatura di inchiostro o un vocabolo scritto a casaccio in un vero e proprio personaggio – reale, autentico e nobile quale questo fedele levriero, intelligente, coraggioso e pronto a sacrificarsi, che all’ombra del suo padrone accorre in suo aiuto nelle disavventure, lo difende dai nemici e lo guida per i territori della Mancia, con occhi che non vedono che don Chisciotte e un cuore di cane che lo ama e non chiede altro che un osso lasciato cadere per caso dal suo piatto.

            Il levriero è un personaggio unico, onnipresente per il lettore quanto inesistente nell’universo creato da Cervantes. È il personaggio che ha tutti i nomi senza averne alcuno, e che si rassegna a non essere né visto né preso in considerazione, eppure – e forse proprio per questo – si impadronisce del «Chisciotte» per diritto proprio, e prende vita.

            Può darsi – ed è molto probabile – che «Il levriero di don Chisciotte» sia un romanzo d’élite, adatto soltanto a un pubblico di cultori del «Chisciotte», che lo hanno letto e gustato, e che per questa ragione comprendono come l’inedita intromissione, mai tentata prima d’ora, di un nuovo personaggio – un levriero – non faccia che confermare l’universalità del capolavoro di Cervantes, che può ammettere che sotto la sua protezione nasca e si sviluppi la vicenda di un semplice e fedele cane.

Enriqueta Flores Arredondo


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