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LE NOVELLE GARGANICHE/ NORI BAMBOLA DI UN TEMPO DI GIUSEPPE D’ADDETTA (4)

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Quanti anni sono passati, Nori ?

Forse è meglio non dirlo, nella speranza che resti un nostro segreto. Ma possono essere trascorsi tutti gli anni di tutte le eternità, senza che il ricordo di te si sia affievolito nella mia mente, che ti rivede spesso e sempre come eri, bambola di un tempo, sui piccoli banchi della prima gin­nasiale, in una cittadina delle Marche. Tu eri una bambola graziosa, ricciolona, con gli occhi grigi che avevano in certi mo­menti riflessi azzurrini, robustella. Io non m’ero ancora tolto di dosso quella patina di rudezza montanara di cui il paesello mi aveva spalmato e che forse, se pure sbiadita, con­servo ancora.

E mi eri davanti, nel primo banco, con una vicina che sfigurava di fronte alla tua grazia. E studiavi tu, diligente ed ordinata, mentre io non riuscivo ad evitare i rabuffì dei professori.

Forse alla fine del primo anno, la gioia delle vacanze estive nascondeva, in fondo, il rammarico di non doverci vedere per dei me­si. E dovevamo anche rinunziare ai pochi minuti d’intervallo fra una lezione e l’altra, durante i quali ci parlavamo più con gli occhi che con le parole. Occhi di bimbi, che certo non avevano lampi impuri, nei quali sorrideva l’ingenua gaiezza d’un gioco che solo allora cominciavamo a conoscere.

E poi gli anni successivi, gli aiuti reci­proci nelle materie in cui ognuno di noi era più forte, la esclusività che volevi nel leg­gere per prima i miei compiti d’italiano che molte volte erano classificati i migliori della classe, e poi… E poi un anno non venisti più e cercai invano di vederti il primo giorno di scuola.

Seppi, in quelli successivi, che eri andata alle normali e l’aula mi sembrò vuota e sem­pre vuota per me rimase fin quando in un’al­ba limpida di maggio non fu il cannone a svegliarci. E nella cantina buia ed umidiccia dove ci rifugiammo, pensavo al tuo destino.

Poi mi venisti incontro mentre su un carretto trasportavamo un morto. Lo aveva­mo raccolto con le viscere di fuori; e presso aveva tre pagnotte di pane.

Ti avvicinasti, mi sorridesti con gli occhi grigi e mesti. I tuoi riccioli castani li muo­veva appena il vento. Non parlammo; ci strin­gemmo la mano, forse un po’ forte perché quella stretta di tanto in tanto la sento ancora.

* * *

Ora sei qui, a me davanti, Non, bambola come allora. E mi sorridi ancora triste, con i tuoi occhi grigi dai riflessi azzurrini e le labbra appena aperte.

Che cosa ho fatto in tanti anni ?

Ho inseguito dei sogni che si son dileguati l’uno dopo l’altro, come ti sei dileguata tu, mio primo sogno. E forse ne inseguo ancora, pure se non hanno sembianze di bambole e riccioli profumati, e son tanto lontani gli anni dei piccoli banchi.

Ma non ridere, Nori, sui sogni di un vecchio.

Si può  forse vivere se nella vita una pas­sione non ci anima e non ci strazia ? E lo

strazio di un vecchio cuore che insegue sogni più ampi ed ideali più vasti, è simile in tutto a quello che agitava il cuore del bimbo.

Che? Non ridi più, Nori, bambola d’un tempo? E i tuoi capelli sono grigi come i

miei, e il tuo cuore, lo vedo, come il mio sanguina e palpita per ideali più grandi, per sogni più vasti.

Oh ! Nori ! dove sei ? Anche la bambola d’un tempo è scomparsa. Un altro raggio di sole è caduto sulla terra ed ha intristito e rabbuiato l’orizzonte.

Fin quando non saranno caduti tutti i rag­gi del mio sole ed avrò finito di sognare e di straziarmi l’anima.

Giuseppe D’Addetta

Scrittori Dauni – 1960 –

(4 continua)


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