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I Templari sul Gargano

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Chi sono i Templari?

 Degli individui, che accolsero l’invito di S. Bernardo di Chiaravalle, su iniziativa di Ugo di Payns, e fondarono nel 1118 un Ordine religioso-militare, con il nome di “Poveri Cavalieri di Cristo”. Essi assunsero l’onere di proteggere tutti coloro che si recavano a visitare i Luoghi Santi e i Santuari sia della Palestina che quelli sparsi in tutta l’Europa.

Vi aderirono subito i personaggi protagonisti delle crociate, monaci e soldati, agricoltori, muratori e artigiani, alchimisti e architetti, banchieri e diplomatici, che elessero come loro capo un “Gran Maestro” ed ebbero come sede, assegnata da Baldovino II re di Gerusalemme, il palazzo dell’Harem di Sharif nei pressi delle rovine del Tempio di Salomone. Per questa vicinanza al Tempio assunsero il titolo Milites Templi o Templari. La loro ’ascesa fu fulminea, fin dai primi cento anni essi si diffusero in tutta l’Europa, si conquistarono la fiducia dei vari Stati e, subito, divennero una potenza che mai Ordine religioso riuscì a raggiungere. Il loro potere era allo stesso tempo militare, politico e morale. Con le donazioni  accumulate costituirono un immenso patrimonio tanto da inventare la professione di banchiere e di tutti quei benefici derivanti dagli interessi e con questa economia divennero anche i governanti occulti dell’Europa del XIII secolo.

Questa immane ricchezza, intanto, preoccupava non poco i vari governanti, fra cui Filippo IV il Bello re di Francia. Costui ne comprese l’importanza di tanta ricchezza e pretese dai Templari di essere eletto Gran Maestro. La sua proposta non fu accolta e, allora, il Re, per non restituire l’ingente somma a lui prestata per dare una ricca dote alla figlia, li accusò di eresia e fece arrestare nel 1307 ben 138 Templari. Due anni dopo, senza attendere il giudizio del Papa, li fece trucidare e condannare al rogo come eretici. Iniziò così la fine di quest’Ordine monastico-militare

La diffusione in Italia dei Templari avvenne dopo alcuni decenni dalla loro fondazione, a cominciare da Messina (1131) e poi man mano si estese in tutta Italia e in Europa. Infatti, subito dopo li troviamo a  sorvegliare le strade principali dei pellegrinaggi, come quella Francigena o dei Romei, diretta sia a Santiago di Compostela in Spagna che a Roma ed anche sulle antiche strade romane, quale la  Traiana e la Frentana, dirette verso il Gargano, detto la Montagna Sacra, e verso la Puglia a Bari, gran Santuario di S. Nicola di Mira.

Questi Cavalieri Templari, che nei primi tempi alloggiavano in chiese minori o in monasteri, con i contributi che ricevevano ricevuto da pellegrini e benefattori, vi costruirono essi stessi chiese, residenze proprie, note come domus e ospizi detti hospital con dormitori e stalle per accogliere i pellegrini,

Inoltre essi disponevano di una loro flotta e dei porti per difendere le navi dirette verso la Palestina e al ritorno sia se utilizzate dai pellegrini che adibite a fornire derrate a Gerusalemme.

A Vieste prenderanno residenza, secondo me, dopo il 1177, perché non li troviamo citati come scorta di Alessandro III quando qui si imbarcò per incontrare Federico Barbarossa a Venezia.

Il trovarsi la nostra città nella parte più avanzata nell’Adriatico fu più che necessaria porre una loro residenza e disporre di più località per sorvegliare e difendere le navi dirette verso l’Oriente. Si giustificherebbe così la presenza di un numeroso nucleo di Templari e di almeno due abitazioni e di un fortilizio. Una doveva trovarsi nell’attuale via Diaz, poco discosta dal crocevia con corso Umberto I, confinante col vico Arco Cirillo e quasi frontale a via dei Mille, il cui spigolo posto a meno di un metro dal tetto, è formato da alcune lastre sovrapposte di pietre, spesse una ventina di centimetri.

Su la parte laterale rivolto su Arco Cirillo, sono scolpiti in bassorilievo particolari simboli templari. E precisamente sulla prima vi è la caratteristica croce patente ad otto punte e una stella racchiusa da due segni simmetrici, sulla seconda vi è l’immagine di due tozze colonne che sostengono la facciata di una chiesa con scritta illeggibile; sulla terza due figure separate da una sottile losanga che potrebbero rappresentare due personaggi; sulla quarta vi è un cerchio con raggi e una losanga delimitata in un rettangolo nei cui spigoli vi sono piccoli quadratini; nella quinta emergono due figure romboidali. Mentre le immagini riportate su l’altro lato rivolte sulla strada, sono poco intelligibili e difficili da fotografare per la ristrettezza della strada.

Un’altra abitazione, dopo l’incrocio, è su via Arcaroli, caratterizzata da un arco che unisce le due case frontali. A destra si accede al palazzo da un portone, mentre su l’arco a mo’ di una torretta, vi sono camerette comunicanti con le stanze del palazzo, ciascuna dotata di finestre e balcone, rivolte sia su via Diaz che su Largo S. Marco. Sugli stipiti della finestra dell’ultimo piano, rivolta su questo Largo si trovano incise a destra la Triplice Cinta e su quella a sinistra un Calice riverso in senso orizzontale.

Sorpassato l’arco, a pochi passi, vi è l’antico convento dei Celestini. E’ una tozza costruzione a base quadrata di circa 20 metri di lato, costruito su una piattaforma petrosa, con mura molto spesse a scarpate, dal cui terrazzo si domina su tutto l’orizzonte del mare. Se osserviamo attentamente le linee architettoniche ci accorgiamo che non hanno niente dello stile di un convento. Infatti dopo l’assalto a Vieste del 1480 da parte dei Saraceni guidati da Acmet Pascià, i Celestini, che avevano la loro casa fuori delle mura della città, in quella che è ora via S. Maria di Merino e, precisamente, nei pressi del pozzo S. Pietro, posto ora nei giardini pubblici, venne distrutta e i frati riuscirono a rifugiarsi all’interno della città. Il fortilizio, che senz’altro, con l’ampliamento dell’abitato, aveva perso la sua funzione di rocca, doveva trovarsi in uno stato di abbandono, i frati ne approfittarono per restaurarlo e lo adattarono alle loro necessità, abitandolo per circa due secoli.

Nella parte sottostante a livello del mare vi era l’arsenale che fu molto attivo durante il periodo svevo e angioino per le costruzioni di navi, ma in tutti i secoli si limitava alle riparazioni e a dare rifugio ai pescherecci assumendo il toponimo di u riandre, il rientro.

Molti viestani senz’altro ricordano che sull’attuale Rotonda di Marina Piccola vi era negli anni del 1950/1960 ancora un resto di muraglia che perimetrava l’accesso a questo rifugio. Questo si sviluppava, press’a poco, su un’area triangolare sempre a livello di mare, fino all’angolo del palazzo Martucci, cioè all’ingresso dell’attuale piazza di Vittorio Emanuele, più noto come il Fosso, sul cui fondo vi era una chianchettata, pari ad una strada fatta con lastroni di pietre levigate.

La testimonianza è data sia da Francescantonio Nobile, che agli inizi del 1800 approntò un preventivo di spese per colmare la voragine che si era verificata in questa piazza, conservato in un faldone della biblioteca comunale e ordinato da me, quando questa era nei locali del Municipio e testimoniata anche dall’ing. Giovanni Minerviino durante i lavori di rinforzo del muro del palazzo Martucci.

Senz’altro i Templari dovevano possedere anche proprietà a Vieste, ma di queste ci mancano precise documentazioni. Io, però, posso solo ipotizzare che siano state confiscate da Federico II, quando spogliò i Templari di tutti i loro beni e potrebbero, quindi, essere quelle che sono elencate nel suo Quaternus excadenciarum: e cioè le piccole proprietà senza una buona rendita, come la chiesa di S. Giacomo con tre orti, i piccoli vigneti a Focareto, a Precomagno e a S. Caterina; appezzamenti di terreni deserti a Pietra de Mando, a Lago della Vita e al vallone del Ventre; i 24 piedi di ulivi a S. Marco, altri alberi a Pozzobuono, 18 a Romattino, un casa con magazzino e un’altra diruta presso l’Episcopio.

Matteo Siena


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