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GLI EBREI A VIESTE

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Che una comunità ebraica vivesse a Vieste fin dal Medioevo e forse anche prima, lo apprendiamo principalmente dal compianto Cesare Colafemmina, dagli scritti pubblicati nella rivista “Rassegna degli studi dauni” del 1976 e in quello de “Il Faro” del 1997 con il titolo “Sotto il segno dell’Arcangelo Michele.

Essi erano concentrati nel quartiere detto la Giudecca, tramandatoci poi con il nome di Via Judeca. Di solito, come avveniva in tutte le città pugliesi, il quartiere era diviso da mura e porte, assai utili durante la Settimana Santa, per proteggersi dal furore dei fanatici desiderosi di vendicare la morte di Cristo e di far man basso dei loro averi, anche se le loro case, erano in gran parte collegate, con passaggi segreti, per meglio difendersi.

La comunità ebraica di Siponto era molto folta e antica, questo perché era favorita dalla sua magnifica posizione sul mare e poteva disporre di un suo porto senz’altro molto attivo rispetto a quelli pugliesi e, più di tutto, vantava nel suo entroterra un territorio molto fertile.

Essi erano per la provincia un elemento importante sia sotto il profilo sociale che sotto quello religioso. Interessante per quest’ultimo aspetto perché gli ebrei erano culturalmente molto più preparati dagli uomini di Chiesa e ciò esercitava un forte fascino sui cristiani, spingendoli ad abbracciare i riti giudaici.

Senz’altro una comunità di questi ebrei dovette scoprire l’ampio nostro territorio, fertile e lussureggiante, utilizzato nei mesi invernali dai pastori provenienti dagli Abruzzi,  staccarsi da quella sipontina e piantarvi qui le loro radici. Questo senz’altro avvenne verso la fine del Medio Evo.

Indubbiamente misero a frutto l’ampio territorio e dettero vita ad una economia agro-pastorale e, inoltre, sfruttando le vie marittime esercitarono una lucrosa attività commerciale.

Il professore Colafemmina, inoltre ci ha messo a conoscenza che gli ebrei di Vieste non si dedicavano soltanto al commercio dei prodotti agricoli, ma anche all’artigianato, alle attività finanziarie, principalmente col prestito del denaro, che avevano messo su l’industria della tintoria, che praticavano con eccellenti successi e, inoltre, che si applicavano, più per vocazione che per fine di lucro, alla scienza della medicina.

Quest’ultima attività la scopre con il ritrovamento di un prezioso codice conservato a Parigi. Trattasi del manoscritto la Cyrurgia, che vennericopiato a Vieste nell’anno 5216 dell’era ebraica, ossia nel 1456 dell’era volgare, dall’ebreo Isaac ben Salomon del Bari. Questo trattato venne compilato da Guglielmo da Saliceto, vissuto a Piacenza tra il 1210 e il 1277, ed era ancora un’opera fondamentale sulla trattazione di tutte le malattie esterne e dei metodi di intervento e di cura.

Isaac l’ebbe in prestito da un altro medico ebreo viestano e lo tradusse dal latino in ebraico per suo uso esclusivo. Salvatosi dall’eccidio dei saraceni del 1480, guidati da Achmet Basnà, dovette emigrare e rifugiarsi a Parigi.

Quindi a Vieste si curavano i malati seguendo i trattati di Guglielmo da Saliceto, anche erano trascorse oltre duecento anni. Il ritrovamento di questo prezioso manoscritto ci attesta, comunque. che nel XV secolo vi era una comunità giudaica molto attiva, ma non possiamo dire fino a quanto essa è esistita.

Isaac ben Salomon doveva essere un grande dotto e un grande ricercatore, a lui, infatti si devono anche le trascrizioni di altri Codici, fra cui il Gioiello perfetto, grandiosa opera medica di Abul Al Yonah Kasim, che tradusse dall’arabo in ebraico e il Libro dei Viaggi  di Beniamino da Tuleda.

Isaac doveva essere un medico scrupoloso e attento, molto sensibile e arguto osservatore dalla battuta facile e pungente, come lo si puù dedurre dall’epigramma che egli stesso ebbe a scrivere in calce alla Cyrurgia:

Disse il tempo allo stolto: fa il medico,

uccidi gli uomini e prendi le loro ricchezze.

Sarai superiore agli angeli della morte

Perché essi uccidono l’uomo per nulla.

Senz’altro intendeva ammonire, con sottile sarcasmo e maliziosa sagacia, che non bisogna intraprendere alla leggera l’arte nobilissima della medicina.

                                                                                                                 Matteo Siena


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