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IL LIBRO DELLA SETTIMANA/ UN CASO D’INNOCENZA DI RAFFAELE PENNELLI

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C’è un angolo della Capitanata in cui la bellezza del creato ha permeato l’animo e lo spirito di tanti intellettuali del passato e della contemporaneità. Quell’angolo è il Gargano. Dall’asprezza dei rilievi montani alla suggestione della mari­na, il Gargano è terra di banditi e di in­tellettuali, scrittori e poeti. Un iocus amoenus in cui la passione sembra far scorrere ancora più forte il sangue nelle vene dando linfa ed ispirazione alle tante mentì inquiete pronte a tra­sformare in romanzo o in poesia le turpi storie di mafia e le uccisioni tru­culente tra faide. E da qualche gior­no reso disponibile presso le librerie l’ultima fatica letteraria di Raffaele Pennelli, ottantacinquenne con una mente ancora avida di impressioni e suggestioni da incastonare sulla pa­gina bianca. L’ultimo volume, pubblicato a cinque mesi dalla stesura. Un caso di innocenza” è edito dalla Planet Book la cui trama si muove su due direttrici diverse: la prima, in parte au­tobiografica, ricalca la storia di un ma­lavitoso locale, liberamente ispirato alla parabola umana e criminale del boss Angelo Notarangelo,di cui Pennelli è stato insegnante, la se­conda, invece, narra la storia di un av­vocato difensore di un perseguitato dalla giustizia, un personaggio già protagonista delle precedenti due opere dello scrittore apricenese. Insomma, la lotta primordiale tra il bene ed il male in una terra selvaggia è la fonte di ispirazione per l’autore che in tal modo combatte con la penna il cri­mine.

“Questo libro ha un’origine fortuita e alquanto strana”, commenta Pennelli. “La giustizia e il crimine sono il leit motiv di entrambe le sto­rie vissute dai due protagonisti. Deci­si di scrivere queste vicende dopo aver ricevuto la notizia della morte di Notarangelo, mio ex allievo e vicino di casa, assassinato a seguito dell’en­nesima guerra di mafia tra clan viestani. Incontrai Notarangelo qualche sera prima della sua morte, mi conti­nuava a chiamare ‘professore’. Scoprii poi che era diventato un capo mafia. La sua morte mi impressionò così tanto da indurmi a scriverne la storia, in parte romanzata. Quan­to all’altro personaggio comprimario del volume, la figura dell’avvoca­to è stata ispirata dalla vicenda di un magistrato letta in un libro in cui si parlava del fenomeno mafioso dell’area garganica. Ecco, si può dire che Un caso di innocenza nasce da suggestioni distinte e separate, così come lo sono le storie dei due personaggi”. Due vite, quelle del bandito e dell’avvocato, diverse, come differenti sono le vicende che li riguardano. Per la caratterizzazione del primo l’autore ha utilizzato un tratto fortemente cronachistico, mentre per il secondo, invece, Pennelli si è avvalso di una cornice rosa.

“Il nostro avvocato si dibatte tra la difesa a tutto tondo di un innocente e il ritorno tra le braccia di una donna amata in passato, una collega con cui aveva avuto anni prima un flirt- racconta ancora l’autore -, En­trambe le storie sono ambientate tra Monte Sant’Angelo e Vieste”.

Le natura garganica si staglia prepotente nelle descrizioni. Ecco che gli alberi di ulivo della tenuta dell’avvocato vengono evocati durante un incendio doloso appiccato per ammonire l’uomo dall’abbandonare la difesa del suo innocente. Non solo natura ma anche la ferocia degli atteggiamenti persecutori propri della mafia garganica, viene più volte evocata, com’è il caso del sasso in bocca, sfregio al cadavere di un af­filiato che ha rivelato cose che dovevano restare segrete ed interne al­la cupola. Storie di summit, ammonimenti al silenzio, intrighi, sono i ca­ratteri di una narrazione dedicata all’esplorazione romanzata di un cri­mine che sempre più permea il tessuto sociale ed economico di un ter­ritorio.

“Questa nostra terra è abbastanza appetitosa per quanti vivono di ma­laffare. L’economia che ruota attorno alle belle spiagge, soprattutto d’esta­te, risulta fortemente attraente”, rile­va lo scrittore, socio fondatore dell’Associazione “Il Gargano nuovo”, periodico di cui è stato redattore per circa quarantanni, strumento per far­si divulgatore della “garganicità”.

“Attraverso il periodico si è cercato di promuovere la cultura e le nostre tra­dizioni, con pubblicazioni in dialetto e non solo”, ricorda l’intellettuale, do­cente in pensione di lingua inglese e presidente del Centro Anziani di Vie­ste, città in cui ha lavorato e tuttora ri­siede. Un caso di innocenza fa parte della “trilogia della giustizia” e segue di poco tempo “L’ultima arringa” e “Dal buio alla luce”. Ancora precedente è poi “La guerra di Leon”. Pennelli si è cimentato con successo anche nel­la poesia e nel teatro risultando terzo al Premio Artistico “Liberarte” con la piece “Viva Dio e Francesco II” e vincitore nel 2020 del primo premio al Concorso Undicesimo “Mirella Bojardo” indetto dal Comune di Pojana Maggiore con la poesia “Virus ingrato”.

claudia ferrante

l’attacco


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