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VIESTE ANTICA/ L’ENEOLITICO (3)

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L’età eneolitica, che ha inizio verso il 2500 a. C., può essere considerata come una continuazione della neoli­tica, essendosi svolta in essa una civiltà non molto di­versa dalla precedente, eccetto che per un’accurata lavora­zione della silice, per cui è difficile distinguere livelli eneolitici puri da quelli neolitici.

L’Eneolitico, inoltre, può considerarsi un periodo di transizione tra l’età della pietra e quella dei metalli; esso presenta infatti i primi oggetti di rame, tra i quali degno di nota il caratteristico pugnale triangolare, ma­nufatto non reperito, peraltro, nei nostri luoghi.

Solo alcuni pugnaletti di rame sono stati rintracciati nella stazione di Macchia a Mare. Nel territorio di Vieste la maggior parte dei ritrova­menti eneolitici sono associati all’industria campignana. In questo periodo è diffusa la cultura del tipo « Mac­chia a Mare », che si ritiene derivata da un «campignano» neolitico locale, al quale possono senz’altro ri­ferirsi le ricche serie di manufatti trovati in diverse lo­calità garganiche.

A Macchia a Mare le indagini sui fondi di capanne furono condotte dal Battaglia (1); i saggi di scavi fu­rono descritti dal Puglisi (2). La stazione, però, fu sco­perta dal Benucci nel 1887.

L’esame stratigrafico mise in luce tre strati, di cui il superiore conteneva strumenti silicei bifacciali (scal­pelli e tranchets di tipo garganico) associati a lame e altri manufatti di tecnica più arcaica. Questo strato è la relativa industria vennero attribuiti all’Eneolitico per la presenza di un tipo di ceramica farinosa giallognola.

Nello strato medio, caratterizzato dall’assenza di ce­ramica, la Baumgaertel trovò un’industria derivata pre­valentemente da schegge, qualche frammento di lama e un rasciatoio corto di tipo « Grimaldiano » (3).

Lo strato inferiore appariva, invece, non sufficientemente definito, malgrado la presenza di schegge e di un abbozzo che la citata archeologa definì « amigdalare », sulla cui cronologia può avanzarsi qualche riserva, dal momento che fogge del genere sono state trovate anche in stazioni all’aperto unitamente a strumenti litici di al­tra tecnica.

Tuttavia, nonostante la diversità di fogge e di tecnica offerta dal materiale litico di quest’ultimo strato, si può dire che tutto il complesso culturale di Macchia a Mare poggia sulle medesime linee tradizionali che concorrono

  1. Battaglia R., Abitati e culture eneolitiche in Puglia, in Riv. di Antrop., 1956.
  2. Puglisi S. M., op. cit., pag. 6.

Rellini, Battaglia, Baumgaertel, Rapporto prelim. sulle ri­cerche del Promontorio Gargano, in Bollett. Pai. Ital., 1929.

alla formazione dello strato superiore, riconosciuto ap­punto come eneolitico. E all’età eneolitica riporta la tecnica di lavorazione (a scheggiatura minuta e lamel­lare) di due cuspidi silicee di giavellotto ivi ritrovate (4).

La ceramica delle capanne di Macchia a Mare, che offre anche indizi cronologici, è costituita soprattutto da ceramica rozza, di impasto marrone o nerastro, con anse ad anello semplice. Il frammento più notevole è dato da un orlo di vaso con la superficie rossiccia lucidata a stecca e con decorazioni interne, il cui motivo, lievemente a « zig-zag », risulta inciso dopo la cottura.

Altro elemento, pure importante, è fornito da un frammento della caratteristica ceramica giallastra, tenera e acroma, che il Rellini (5) riconobbe sparsa fuori del centro produt­tivo di Ripoli, ove era anche dipinta. Nel Paleolitico e nel Neolitico sono stati rispettiva­mente descritti il primo e il secondo strato della Grotta Drisiglia; a questo periodo, invece, va riferito il terzo strato, un deposito di circa m. 0,70, costituito da terra chiara e sabbiosa.

La ceramica appartiene prevalentemente a stoviglie d uso comune, senza elementi peculiari; la maggior parte sono cocci d’impasto rozzo, a superficie marrone o bigia.

Un frammento di vaso, di impasto ben depurato, con

  • Puglisi S. M., op. cit., pag. 10.

Rellini U., La più antica ceramica dipinta in Italia, JPEK

superficie rossa lucidata, di particolare brillantezza, può essere considerato un indice della posizione dello strato nei confronti di altri depositi.

La forte carenatura, che può facilmente individuarsi in esso, coincide con i caratteri riscontrati nella medesima ceramica dello strato inferiore della caverna di Manaccore. Tra gli strumenti litici raccolti abbondano i raschia­toi scheggioidi a faccia piana, il cui rovescio presenta larghe scheggiature senza ritocco. Tali manufatti erano prodotti nelle miniere e diffusi nelle stazioni garganiche come strumenti base, senza ulteriori lavorazioni: lo «scheggione», la lama silicea priva di ritocco e l’ab­bozzo di « tranchets » devono essere, infatti, considerati come materia prima e prodotti semilavorati destinati a ricevere ulteriore perfezionamento da artefici specializ­zati nelle officine litiche all’aperto e negli stessi vil­laggi.

Le stazioni litiche all’aperto di questo periodo sono quelle di Paglianza, a Punta Sfinale, di Casale della Mac­chia e Lama delle Botti. La configurazione geo-topografica del piano roccioso sul quale poggia la stazione di Paglianza è molto in­teressante; essa presenta analoghe condizioni riscontra­te in altre località preistoriche di questo tratto del li­torale garganico, e particolarmente di quella in cui ha sede il villaggio di Molinella (6).

(6) La scelta di tali località (punte) per la installazione di villaggi si rivela come una delle caratteristiche dei capannicoli garganici.

Le tracce delle capanne si trovano sulla superficie roc­ciosa, sotto forma di sistemazione « a catino » (come a Macchia a Mare) e di « spianamento » della roccia, come a Punta Manaccore (7) e altrove; sono presenti anche resti di fori che servirono per conficcare nel terreno i pali, sui quali venivano poi erette le capanne. La stazione fu esplorata dal Puglisi nell’autunno del 1946, in concomitanza della scoperta dei villaggi capannicoli di Molinella e Ariola (8), attribuiti rispettivamente all’età del bronzo e a quella del ferro. Un saggio, eseguito in un punto del declivio prossimo all’attuale limite del Pantano di Sfinale, portò alla sco­perta di una straordinaria quantità di strumenti litici, fluitati molto probabilmente dalla sommità dello sperone roccioso (9).

(7) Il Puglisi, nell’opera citata, segnala lungo il perimetro costiero Vieste-Peschici l’importante abitato capannicolo di Pun­ta Manaccore, scoperto nel 1929 dal Rellini. Questi mise in luce tre strati, di cui soltanto lo strato inferiore, spesso cm. 30 circa e costituito da terra e sabbia di colore bruno-rossiccio, appar­tiene all’età eneolitica. Lo strato conteneva un’industria caratte­rizzata dalle medesima tecniche tipologicolitiche delle capanne di Macchia a Mare, associata a qualche frammento di ceramica tipica. Numerose le lame, nelle due sezioni prevalenti (triango­lare e trapezoidale), la cui scheggiatura minuta raggiunge in alcuni esemplari una rara perfezione, propria della litotecnica eneolitica. Lo strato, inoltre, conteneva anche parecchi fram­menti di ceramica rozza, che si ritengono appartenenti a vasi d’uso comune, di cui non è stato possibile ricostruire la forma.

Tale località era stata già esplorata dal Leopold. Questi, però, non potè formulare giudizi sulla cronologia del materiale ivi rinvenuto, poiché i pochi frammenti di ceramica da lui rac­colti non contenevano elementi tipici.

Notevole il rinvenimento di tre frammenti di cera­mica con evidenti tracce di decorazione di tecnica eneo­litica. Il primo è un frammento di un grosso vaso di im­pasto pesante, la cui superficie bruno-rossiccia mette in evidenza una serie di linee incise in senso parallelo; il secondo, di impasto marrone, presenta incisioni di linee incrociate; il terzo è un frammento del medesimo impa­sto del precedente, meno spesso però, con superficie de­corata con brevi impressioni ad unghia o a stecca, di­sposte  in file parallele, ma in posizione discordante fra loro.

Un altro saggio, eseguito sempre lungo il declivio, portò alla scoperta di un frammento di impasto bigio, con decorazione eseguita premendo sull’argilla ancora molle l’orlo di una conchiglia.

Tra i prodotti laminari rinvenuti nelle altre due stazioni litiche all’aperto (cioè quelle di Casale della Macchia e Lama delle Botti) è notevole un grande col­tello ricurvo di selce bigia, con il tallone arrotondato. Tutte le stazioni descritte, insieme con quella di Grotta dei Carri, presso I solagna, altra stazione eneoli­tica in caverna del territorio di Vieste, dovettero rifor­nirsi di selce dalla miniera di Tagliacantoni, in territo­rio di Peschici, dove appunto ne è stata scoperta una per l’estrazione di tale materiale litico (10).

A conclusione di questa seconda parte sull’umanizzazione del nostro territorio, si ricorda che in questo pe­riodo il rito funebre è ancora quello dell’inumazione.

(10) Rellini U., in Japigia, Fase. IV, 1933.

Michele Potito

Giorgio Vario

Da Vieste Antica – 1970 –


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