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VIESTE ANTICA/ MERINUM (8)

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Origini remote

A pochi chilometri da Vieste, seguendo la strada litoranea che porta a Peschici, nella Piana di S. Maria, e precisamente a qualche centinaio di metri dalla spiaggia di Scialmarino, si osservano i ruderi dell’antica Merinum, importante centro romano posto sulla costa orientale del Gargano, i cui abitanti «Merinates ex Gargano» sono ricordati da Plinio il Vecchio nella sua «Naturalis Historia». Tuttavia, l’esistenza di questa antichissima città garganica, avvolta nel mistero delle sue origini e della sua fine, è stata confermata non da memorie scritte, che purtroppo non esistono, ma da alcuni importanti ritrovamenti archeologici (avanzi di costruzioni, vasi, suppellettili, frammenti di marmi, pavimenti musivi, avanzi di coppe di vetro lavorato, lucerne, monete), effettuati durante gli scavi compiuti nel non lontano 1954. Certamente di fondazione preromana, prevalentemente ellenica, Merinum doveva essere una città molto ricca al centro economico-commerciale del Gargano orientale, come si può desumere dai numerosi pezzi di marmo pregiato ivi rinvenuti; essa fu stazione agricola di rifornimento, mentre non si esclude che sia stata anche dotata di «un porto che, per essere fornito persino d’acquedotto, doveva avere traffico, movimento ed impianti di notevole entità» (1). In agricoltura dominava la coltivazione dell’olivo e l’allevamento ovino e molto progredita industrialmente doveva essere la trasformazione del prodotto olivario in olio, che veniva esportato via mare(2); in cambio si importavano vasi, ceramiche, oggetti artistici, alimentando così il traffico commerciale con l’Oriente. La città raggiunse il massimo splendore nel secolo di Augusto (lo dimostrano i resti di alcuni sontuosi edifici di quell’epoca venuti in luce nel corso degli scavi); le monete ritrovate testimoniano, poi, l’importanza avuta da Merinum sotto gli imperatori d’Oriente, mentre « anche ne’ tempi fortunati della nostra Era Cristiana ebbe ella il vanto di avere la sua cattedra vescovile » (3). Dove fu il centro principale di Merinum? Comunemente si pensa alla zona dei ruderi, ma gli scavi compiuti hanno invece dimostrato che tale zona non è altro che la periferia della città scomparsa, il cui abitato si estendeva alle spalle dell’attuale chiesetta di S. Maria, tra la zona degli scavi e le pendici della collina « che la città riguardava, a prospetto del mare », sulla cui altura erano ben visibili al tempo del Giuliani i resti

  • Medina G., Merinum, ne «Il Faro di Vieste», N. 1 del 1955.
  • Ibidem.
  • Giuliani V., op. cit., pag. 67.

dell’acropoli (4). Ai lati della collina «persistono ben anche vestigie di comoda strada, dal tempo minata, che dalla città su la rocca conducea» (5). Sulla fine di Merinum nulla si sa di preciso. « In che tempo e da chi fosse stata distrutta — dice il Giuliani — non se ne ha memoria tra gli scrittori».

Forse è stata distrutta in conseguenza di qualche violento cataclisma: terremoto (6) e conseguente maremoto? Oppure venne abbandonata a causa dell’aria «poco sana» delle vicini paludi di Pantano? O veramente è stata «annientata e desolata» intorno al 1000 dai Saraceni? Sono domande alle quali non si può dare risposta alcuna; tuttavia, l’ipotesi più probabile è che essa sia stata distrutta da un’alluvione. Nelle sue immediate vicinan7.e, infatti, si scarica il torrente Macchia, il cui carattere appunto torrentizio provoca durante le piene la formazione di ripetuti meandri nel piano, originando esondazioni ed impaludamenti, con abbondanti depositi ciottolosi e strati di belletta argillosa, che disseccandosi e indurendosi trasforma il ridente piano in un paesaggio desolato e privo di vita. E ciò spiegherebbe anche perchè gli scavi effettuati misero in evidenza uno spesso strato alluvionale che ricopriva i ruderi dell’epoca romana.

  • Corcia N„ op. cit., pag. 625. Romanelli D„ Antica Topografìa storica dei Regno di Napoli, 1818, pagg. 213-214.
  • Giuliani V., op. cit., pag. 66.
  • Di terremoti intorno al 1000, nel Gargano, se ne ebbert) diversi: nel 990, nel 991, nel 1012 e nel Natale del 1022.

Nell’enumerazione delle terre abitate in Capitanata al principio del 1000, mentre sono nominati i centri di Gargano (attuale Monte S. Angelo) e Vieste, e i casali di S. Salvatore di S. Tecla, non si fa menzione alcuna di Merino: ciò è indizio, almeno probabile, che in quell’epoca essa, come centro abitato non esisteva più. E se «Pompeo Sarnelli nella Cronologia de’ Véscovi ed Arcivescovi Sipontini asserisce che, avendo Pasquale II unito il vescovado di Merino al Vestano, lo assegnò per suffraganeo all’Arcivescovo di Siponto» (7), molto probabilmente «quella unione non fu che un prendere atto, da parte della Chiesa, della sua scomparsa» (8). È certo comunque che Merinum «non finì il suo lustro nel gentilesimo o con la religione pagana di Roma» (9), dal momento che vennero in luce anche «avanzi di altri edifici: opere del Medioevo costruite sui ruderi dell’epoca romana» (10).

La zona archeologica

Il Masanotti ( 11 ) nelle annotazioni ad una sua ode, Alla mia patria Vieste, rileva che da tempo immemore i viestani andavano a scavare nel territorio di Merino e riferisce che ai suoi giorni (nel secolo scorso), in uno

  • Giuliani V., op. cit., pag. 67.
  • Ragno L., Vieste, gemma del Gargano, Bari, 1968, pag. 114.
  • Giuliani V., op. cit., pag. 67.
  • Mendolicchio N., Importanti scoperte archeologiche a Vieste, ne « Il Faro di Vieste», N. 9 del 1953.
  • Diacono e poi arciprete della chiesa di S. Croce in Vieste, autore dell’opuscolo Sulle origini e progresso dei primi abitatori del Gargano, stampato a S. Severo nel 1891.

scavo vicino la porta della chiesa di S. Maria, erano state trovate due colonne di granito egiziano e che erano venute in luce le sommità di alcuni edifici su cui si osservavano dei canaloni per lo sgrondo delle acque, e vicoli e strade interrate (12). Successivi lavori di scavo portarono alla luce altri resti di edifici; tuttavia, nonostante tali rinvenimenti, le origini e la vita di Merinum restavano ancora avvolte nel mistero. Solo nel 1954, con l’istituzione di un cantiere di lavoro diretto dall’ingegnere Diana, vennero in luce i resti di alcune costruzioni che portarono a fissare la topografia dell’antica città. Gli scavi, effettuati nei pressi della chiesa, misero in evidenza uno spesso strato alluvionale che ricopriva i ruderi dell’età romana, come risulta da una relazione del prof. Giuseppe Ruscitti che qui si riporta: « …Le trincee aperte contemporaneamente in numero di tre, a distanza irregolare, davano subito risultati positivi circa l’esistenza di basamenti murari ed altro materiale da costruzione. Con l’apertura di una quarta e quinta trincea e con l’allargamento delle precedenti si ebbero più concreti risultati… Il terreno si presentava di carattere simile circa la sua stratificazione quasi per tutta la zona archeologica, e cioè: uno strato di terra nera… sovrastante uno strato di materiale alluvionale,., che ricopre a sua volta uno strato formato di materiale edile

  • Cfr. Ragno L., op. cit., pagg. 114-115.

Il tipo di ruderi finora rinvenuti sono in maggioranza costruiti con pezzi di pietra locale e, in minima parte, con mattoni di terracotta cementati con malta resistentissima. Con i lavori di approfondimento dello scavo in tutti i saggi si c potuto dedurre che il piano urbano appartenente a queste costruzioni è sottoposto a quello attuale di 2 metri circa in media (epoca romana). Degni di studio sono i risultati apportati dai- l’allargamento dei saggi n. 1, 3 e 4 con i rispettivi rinvenimenti… Al saggio n. 1, alla profondità di un metro, si rinveniva la superficie superiore della volta ad arco semicircolare di una cisterna raccoglitrice di acqua, a forma di rettangolo regolare, in pianta comunicante con l’esterno a mezzo di due vani quadrati aperti nella stessa volta;… potrebbe essere stata in precedenza una sala appartenente ad un complesso di costruzioni duna certa importanza. In uno dei muri di testa è aperto un varco rettangolare, dal quale si scorge una tomba a caverna (vuota), scavata nella crosta tufacea… Al saggio n. 3 si è messa in luce una formazione di basamenti murari formanti sale e corridoi: in una di queste sale (senza pavimento) vi sono delle olle di argilla cotta di varia grandezza, ognuna fissata al proprio posto da una rivestitura esterna di pietre e malta, le quali fanno pensare ad una sala-deposito di viveri… Al saggio n. 4 è stata messa allo scoperto, dallo strato di terra e da quello alluvionale (abbondantissimo) che la ricoprivano, una gradinata senza ordini, larga un metro circa, che scende dal livello urbano dell’epoca, con accesso ad una sala con mosaico (romano) in parte rovinato… Fra gli oggetti trovati vi sono delle monete… un anello di metallo e frammenti di vario genere… ».

Il mosaico, raffigurante nella parte centrale una scena tipicamente rurale (la nascita d’un cavallino) e agli angoli figure di giovinetti in altrettante scene campestri, era fatto con ciottoli di fiume.

Questi i primi risultati; successivamente vennero in luce altri resti della millenaria città.

Furono scoperti i resti d’una villa (di età augustea), comprendente diversi ambienti con pavimento in opus spicatum, in uno dei quali si rinvenne il mosaico descritto (saggio n. 4).

Vennero pure in luce i resti di una grossa fattoria agricola, dotata di un vasto deposito, nel quale furono rinvenuti numerosi orci interrati, disposti in ordine simmetrico (saggio n. 3).

Sempre nelle vicinanze della chiesa furono portati alla luce un cunicolo di fognatura e i resti di un impianto per l’approvigionamento idrico del centro urbano (canali di deflusso e pozzi), nonché i resti di una costruzione ellissoidale, destinata molto probabilmente alla conservazione e chiarificazione delle acque. Secondo il Ruberto (13), invece, tale costruzione sarebbe appartenuta ad una fabbrica di pece, che si ricavava abbondantemente dai tronchi di pino da cui è ricoperta la zona circostante.

  • Ruberto R., I segni del primo cristianesimo nei luoghi della favolosa Merino, ne « Il Faro di Vieste » del 10-10-1956.

Tutti i ruderi descritti appartengono all’epoca romana (14). A quest’epoca appartiene anche il muragliene fuori terra, in prossimità della chiesetta, sulla sinistra, che si presume essere parte di uno dei muri di cinta di una palestra. Fra gli oggetti rinvenuti, notevole un bisturi, che testimonia il grado di perfezione raggiunto dalla medicina nei nostri luoghi, nonché alcune monete degli imperatori d’Oriente, lucerne e diverse olle di argilla cotta.

Gli ipogei paleocristiani della Salatella (15) Il complesso sepolcrale della Salatella si trova in territorio di Vieste, a qualche centinaio di metri dai ruderi dell’antica Merinum… Vi si accede seguendo una stradina campestre che, partendo dalla litoranea Vieste- Peschici, porta al Gabbiano. Gli ipogei (16) di questo complesso si trovano quasi in riva al mare e sono caratteristici per la presenza in essi, oltre agli arcosoli, di numerosi sepolcri scavati nelle pareti della roccia, sia all’interno degli ipogei (A, D, E, F) sia all’esterno, come sulle pareti, cadenti quasi a picco, di una grotta naturale (ipogeo G). Cosa che non

  • Vi sono anche degli avanzi di murature appartenenti al Medioevo, costruite sui ruderi del periodo romano.
  • Ariano A. M., Ipogei paleocristiani di Vieste: Salatella, nc « Il Tabor », N. 2 del 1966.
  • Sono undici: tutti presentano evidenti tracce d’un’età preistorica, per cui si ritiene siano stati adibiti posteriormente dai primi cristiani.

si riscontra negli altri complessi sepolcrali del Gargano (17).

In questi ipogei non si notano graffiti. La suppellettile in essi rinvenuta si trova in un locale del Comune di Vieste.

Ipogeo A

Questo ipogeo è molto interessante, poiché in esso sono applicati entrambi i sistemi di sepoltura caratteristici di questo complesso: quello dei loculi sormontati da arcosoli e quello dei sepolcri scavati in parete. L’ipogeo è formato da due ambienti (a e b) coperti da volta piana e collegati tra loro da un braccio trasversale. L’ambiente a presenta un arcosolio sul lato destro, che ora si trova molto rovinato e che si suppone’ contenesse due loculi. L’arcosolio, lungo m. 2,50, presenta una larghezza eccezionale. Di dimensioni normali, invece, è il secondo arcosolio (m. 1,80 x 1,00) posto in fondo alla parete opposta. Esso conteneva loculi di cui rimangono tracce molto evidenti. Lo spazio restante della parete è occupato da due file di loculi scavati nella roccia, ognuna delle quali è formata da tre loculi (m. 1,80×0,40). Nel breve spazio interposto tra le due file si trova una

  • Gli ipogei sepolcrali costituiscono l’unica testimonianza, forse, pervenutaci della diffusione del Cristianesimo nella regione garganica. Di recente ne sono stati scoperti numerosi: le loro caratteristiche strutturali e la suppellettile in essi rinvenuta contribuiscono ad illustrare un aspetto poco conosciuto dell’archeologia cristiana nel Gargano e cioè quello relativo al sistema di sepoltura.

mensoletta per appoggiare le lucerne; altre due mensolette si trovano nell’angolo a sinistra.

Sulla parete che fa angolo e volge verso l’interno, si trovano sei loculi sovrapposti (m. 1,80×0,40) divisi in due file.

L’ambiente presenta sul pavimento dieci tombe terragne disposte con un certo ordine. L’altezza del piano di copertura in questo ambiente si aggira intorno ai m. 1,70.

L’ambiente b ha l’aspetto di un corridoio, poiché si estende molto regolarmente in lunghezza. Sul lato destro esso presenta una serie di tre arcosoli e sulla parete sinistra due loculi.

Il primo arcosolio è quasi completamente rovinato; non vi sono rimaste tracce di loculi, nè si può supporre quanti ne contenesse, poiché di essi è crollata anche la parete di fondo. Gli altri due arcosoli sono dei bisomi; in essi sono rimaste tracce di loculi.

Il piano di calpestìo presenta un livello vario, per cui l’altezza del cubicolo va da un minimo di m. 1,70, verso il fondo, ad un massimo di m. 2, sulla parete anteriore. Su di esso si trovano sparse nove tombe terragne.

L’ingresso si presenta come un’apertura irregolare, ampia circa m. 4, la quale non presenta alcun particolare degno di rilievo.

Ipogeo B

Questo ipogeo ha la forma di una grande sala quadrangolare c presenta solo sette arcosoli, di cui due completamente distrutti, e molte pareti poco sfruttate, mentre il pavimento

completamente ricoperto da tombe terragne disseminate in ordine sparso: di esse la maggior parte, ripiene di terriccio, si distingue appena.

Esaminandolo, ritroviamo sulla parete destra tre arcosoli. Di essi due completamente distrutti, per cui è impossibile stabilire il numero dei loculi; anche la curva dell’arco in essi è molto rovinata. Invece il terzo arco- solio è un bisomo: in esso si distinguono ancora i loculi. In quest’angolo c’è un lucernario il cui foro si presenta allargato per crolli successivi.

Le pareti che seguono (sempre sulla destra) non presentano alcunché di rilevante, mentre sulla parete di fondo vi è un unico arcosolio monosomo (m. 1,80×0,50), il cui arco, che raggiunge quasi il piano della volta, è. tagliato con molta cura.

Nell’angolo a sinistra della stessa parete vi è una mensoletta per appoggiare lucerne.

La parete a sinistra che fa angolo (con quella di fondo) non contiene sepolcri.

Un arcosolio monosomo si presenta in alto interessante: difatti ha un arco tagliato con estrema precisione; inoltre ha il frontespizio spianato. Sul pavimento dell’ambiente a non si notano tombe terragne. Questo ambiente comunica con la parte anteriore tramite un arco a tutto sesto tagliato con la massima cura; esso poggia da una parte su di una sporgenza della parete rocciosa, dall’altro lato poggia su un» pilastro.

Proseguendo l’esame della parete, si trovano due arcosoli alquanto rovinati, come d’altra parte tutto il lato anteriore nei pressi del varco d’ingresso che si presenta irregolare. Al centro dell’ipogeo, spostato verso il fondo, vi è un massiccio pilastro (b) che sostiene la volta piana. L’elemento più importante di questo ipogeo è costituito da un arco (d) poggiante su di una base rettangolare che misura m. 1,80×0,50 ed è alta m. 0,90. L’arco si congiunge con la volta. Esso prima faceva parte di una struttura più complessa somigliante ad un baldacchino (18). Attualmente si vede sulla volta l’attacco di due pilastri in corrispondenza dell’arco, mentre sui lati si notano due archi ribassati che si staccano appena dalla volta; si nota pure che l’interno del supposto baldacchino è ricoperto da una volta a botte. Sulle parti residue degli archi si nota uno spianamento della roccia, largo cm. 5, che costeggia la curva esterna dei vari archi. La parte interna del pilastro con l’arco conservatoci presenta al centro una parte rettangolare (m. 1,10×0,54) spianata con cura, che sembra essere allo stato originario, mentre a fianco di essa si nota chiaramente che la roccia (più chiara) è stata tagliata di recente.

L’altezza della volta dell’ipogeo è varia: nei pressi dell’ingresso, anche per 1’ammassarsi in questa zona di

  • Il Rellini vide in tale struttura un altare.

detriti, è alta m. 1,70; al centro supera, invece, i 2 metri (19). Questo ipogeo è preceduto da un dromos o corridoio d’accesso, attualmente alquanto rovinato, la cui lunghezza si aggira intorno ai cinque metri.

Gli altri ipogei

Proseguendo l’escursione della zona, ad una ventina di metri circa dagli ipogei A e B, si trova l’ipogeo C. Esso è formato da due ambienti. Nel primo, sulla destra e precisamente nei pressi dell’ingresso (un’apertura ovale non molto regolare), si notano due loculi in parete, parzialmente rovinati; segue, sulla stessa parete, un arcosolio anch’esso rovinato. Nel secondo ambiente (molto più ampio di quello precedente), v’ha invece un solo loculo in parete, mentre diverse in tutto l’ipogeo sono le tombe terragne. L’altezza della volta è varia: in media è di m. 1,90, circa. Altri due ipogei (D e E) si trovano a pochi passi dal Gabbiano, sulla sua sinistra.

L’ipogeo D, costituito da un solo ambiente quadrangolare, presenta un’apertura molto irregolare, anche perchè

  • Fin qui l’articolo della Arianno. Esso doveva continuare * coi numeri successivi de « Il Tabor », ma questo, subito dopo i primi numeri, non è stato più pubblicato.

nei pressi dell’ingresso sono ben visibili tracce di crolli. Sulla parete destra si trovano due loculi; altri due vi sono su quella di sinistra. Sulla parete di fondo, invece, si nota un arcosolio (m. 1,80 x 1,00) pressocchè intatto (la curva dell’arco è un poco rovinata sulla destra). Le tombe terragne sono due; altre vi sono sparse davanti all’ingresso. L’ipogeo E è formato da una sala quadrangolare con un grande pilastro centrale che sostiene la volta piana. L’ingresso, costituito da un’apertura regolare, immette in una prima area rettangolare con due loculi a destra e un arcosolio, dirimpetto all’ingresso, tra la parete di destra e il pilastro centrale. L’arcosolio, che costituisce la parte più interessante di questo ipogeo, poggia su una base rettangolare alta cm. 50 e si congiunge con la volta; esso, inoltre, comunica con la parte posteriore dell’ipogeo attraverso una specie di corridoio lungo un metro circa e formato dalla volta dell’arco, dalle sue pareti laterali e dalla superficie di detta base rettangolare; su quest’ultima si notano le tracce di due loculi. Sulla parete sinistra (partendo di nuovo dall’ingresso), si trovano nell’ordine: quattro loculi (1 +3), poi altri sei disposti in due file di tre loculi ciascuna, tutti scavati nella roccia della parete. Più avanti, sempre seguendo la parete di sinistra, v’ha un’altra fila di tre loculi, parzialmente rovinati. Segue un varco, attraverso il quale si esce nei pressi dell’ipogeo D, già descritto. A questo punto l’ipogeo presenta segni evidenti d’un crollo posteriore all’uso stesso dell’ipogeo. La volta è, infatti, franata e permette di scorgere il cielo nell’angolo che la parete di sinistra fa con quella di fondo. Su quest’ultima parete, nell’angolo a destra, si trova un altro arcosolio. Esso è posto in corrispondenza dell’altro già descritto, per cui può essere osservato dall’ingresso. Nello spazio che intercorre tra i due arcosoli, vale a dire sulla restante parte della parete di destra, si trovano, poi, quattro loculi disposti in due file: uno di essi è interamente rovinato. Le tombe terragne in questo ipogeo sono ventuno, tutte disposte con un certo ordine. La volta è piana; l’altezza è in media m. 1,80. A poca distanza da questi ultimi ipogei, trovasi l’ipogeo F, costituito da una grotta naturale molto profonda, in cui sgorga una sorgente perenne che dà vita alla «corrente» della Salata, un rivolo di acqua salmastra, che, dopo aver solcato per un breve tratto la spiaggia di Scialmarino, termina in mare. Quattro loculi di dimensioni molto ridotte si notano solamente sulla parete destra, nei pressi dell’ingresso. Sono visibili anche tracce di un quinto loculo (sempre in quel punto), ma niente altro di interessante, anche perche per esaminare l’interno della grotta è necessario l’uso di una barca. Anche l’ipogeo G, che si trova sulla destra del precedente, è costituito da una grotta naturale, più ampia e meno profonda, però, dell’altra. Sulla sinistra si trova un arcosolio, sormontato da otto piccoli loculi, disposti in due file; essi sono scavati nella roccia della parete, cadente a strapiombo, ad un’altezza di circa m. 3 da terra. Ai piedi della stessa parete fu scoperto, nel 1956, un loculo ancora intatto, chiuso ermeticamente con lastroni di creta giallognola, nel quale giaceva uno scheletro di m. 1,70, ben conservato, in posizione supina. Altri loculi sono sparsi su tutte le pareti dell’ipogeo; in alcuni punti essi sono scavati nella roccia delle pareti fino ad un’altezza di circa 10 metri. Numerose anche le tombe terragne, alcune lunghe anche due metri. Esse sono costruite con pietre e malta resistentissima (contrariamente a quanto si nota negli altri ipogei, nei quali sono scavate nella roccia), e sono rivestite internamente con mattoni di argilla cotta. In questo dossone, sulla destra di questa grande caverna, si trovano, l’uno accanto all’altro, altri due ipogei (H e /), costituiti da altrettante grotte, in una delle quali ben visibile un pilastro centrale che sostiene la volta piana. Al disopra dell’ipogeo /, in una caverna superiore, si trova l’ipogeo L. L’accesso alla grotta è dato da alcuni scalini ricavati nella roccia, che immettono in una sala rettangolare con numerosi loculi in parete e sei tombe terragne disposte con un certo ordine.

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L’esame dei singoli ipogei del complesso sepolcrale della Salatella consente di fare alcune considerazioni. Fatta eccezione per gli ipogei F e G, tutti gli altri sono costituiti da ambienti scavati artificialmente nella roccia o al massimo ricavati adattando e modificando cavità naturali preesistenti; solo un piccolo ipogeo, attualmente usato come deposito, presenta una pianta molto regolare che richiama quella a croce greca dell’ipogeo A della località «Niuzi», in territorio di Ischitella (20).

Come sistema di sepoltura in essi è usato sia l’arcosolio che sormonta una o più tombe, sia i loculi scavati nelle pareti rocciose, disordinatamente o a pile regolari. L’aspetto del complesso non si discosta dai sepolcreti paleocristiani disseminati sia lungo le coste garganiche che nell’interno; tuttavia qui si trovano in prevalenza loculi scavati nelle pareti, mentre negli altri complessi tale sistema è usato solo marginalmente. C’è da notare anche che la roccia da cui è ricavato questo complesso si presenta molto compatta, mentre gli altri ipogei garganici, nei quali prevale l’arcosolio, sono ricavati dal tufo calcareo molto tenero. Certamente la natura della roccia ha imposto agli scavatori del complesso della Salatella una struttura più semplice.

  • Ariano A. M., Sepolcri ipogei inediti di Ischitella e Ca- 1 guano Varano, in « Vetcra Christianorum », N. 2 del 1965.

Michele Potito

Giorgio Vario

Da Vieste Antica – 1970 –


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