Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.
ANNO 1962.
Da più di dieci anni lavoravo all’ufficio Costruzioni Edili della Snam e
avevo già seguito la costruzione di alcune case e centri di manutenzione
periferici, quando all’inizio del ‘62 fui incaricato di seguire lo studio degli
architetti Ratti e Bacigaluppo di Milano che avevano il compito di eseguire
la progettazione di massima per la realizzazione a Vieste, in Puglia, di un
centro vacanze per i dipendenti Eni. In quegli anni erano stati scoperti nuovi
giacimenti di metano a Gela, in Sicilia, e la società decise di incrementare il
proprio sviluppo sull’isola realizzando lo stabilimento petrolchimico di
Siracusa, con un incremento notevole del personale impiegato nell’Italia
meridionale. L’ingegner Mattei, che conosceva bene la zona del Gargano
grazie alla sua passione per la caccia, individuò in quell’area un sito adatto
alla realizzazione di un centro vacanze che potesse accogliere le maestranze
del Sud, come a Borca di Cadore, vicino a Cortina d’Ampezzo, si
raccoglievano quelle del Nord.
Alla fine dell’estate del 1962 mi fu proposto dal mio superiore, l’ing. Mario
Limiroli (responsabile del Servizio Immobili della Snam), di andare a
Vieste per organizzare i primi lavori. Devo ammettere che l’idea non mi
entusiasmava per niente, soprattutto perché in quel periodo si stava
riorganizzando l’ufficio e si stavano liberando alcune posizioni che
m’interessavano: capo gruppo Edile e capo gruppo Urbanistico. Dopo aver
cercato a lungo un pretesto per rifiutare e dopo diversi tentennamenti, chiesi
un colloquio con il nostro direttore generale, l’ing. Enzo Barbaglia, che
conoscevo molto bene perché era già stato il mio capo ufficio nel 1952
(Servizio Tecnico 1 – uff. Costruzioni Edili in Corso Venezia). Quando finii
di esporgli tutti i miei dubbi, l’ingegnere mi tranquillizzò e, da perfetto
milanese, mi disse: “Fa no el stupid’ e va tranquillo”. A quel punto non
potevo più temporeggiare: lo salutai e ringraziando uscii dall’ufficio con le
pive nel sacco.
Col senno di poi, posso dire che in realtà quest’occasione fu la mia fortuna
professionale: la società mi aveva dato sufficiente autonomia (e io, per
carattere, forse me ne sono presa fin troppa), mi fu data la possibilità di
farmi conoscere all’interno dell’azienda nel bene e nel male ed è stata
un’esperienza umana e lavorativa molto valida e intensa. Lavorare a Vieste
mi permise di accrescere le mie conoscenze in svariati campi, facendomi
acquisire nuove competenze che si rivelarono in seguito importantissime per
D’ora in poi mi riferirò all’ingegner Limiroli con l’appellativo di “grande capo”.
la mia carriera professionale. Vent’anni dopo, negli anni ottanta ricoprii la
posizione di responsabile della Sezione Immobiliare del Servizio Immobili
della Snam, con il mandato dalla presidenza dell’Eni di allora, il dott. F.
Reviglio, di eseguire le valutazioni in caso di cessioni e di acquisto degli
immobili di tutte le società del gruppo e di essere uno dei fondatori
dell’Immobiliare Metanopoli, di cui ho organizzato la parte tecnica poco
prima di andare in pensione.
La mia avventura in Puglia iniziò sul finire del 1962, quando raggiunsi i
miei due colleghi che avevano passato l’estate facendo i rilievi dei terreni
che la Snam aveva acquistato lungo la costa Sud del Gargano: si trattava di
circa 300 ettari. Quando misi piede per la prima volta a Vieste, erano gli
inizi di ottobre: era una cittadina di circa 10.000 abitanti, posta sulla punta
dello sperone Garganico, in un punto un po’ isolato, perché situato lontano
dalle vie di comunicazione principali. Per raggiungerla, infatti, occorreva
uscire dalla strada statale di collegamento tra Foggia e Bari, dirigersi verso
Mattinata e da lì risalire sino al valico del Sagro lasciando sulla sinistra la
strada che saliva a Monte Sant’Angelo. Solo allora si poteva finalmente
scendere fino a Vieste. I 40 km di strada che distanziavano la statale dalla
mia destinazione erano molto stretti e accidentati: un serpente di asfalto con
circa cinquecento curve si snodava lungo un terreno impervio, caratterizzato
da strette vallette che la carreggiata attraversava aderendo alle curve di
livello del terreno, senza nessun ponte. Vieste era anche un’isola linguistica:
il dialetto che vi si parlava aveva radici albanesi e non era stato contaminato
dagli altri idiomi della zona.
Durante i miei primi giorni nel Gargano i colleghi mi passarono le carte con
i rilievi eseguiti nei mesi precedenti e facemmo numerosi sopralluoghi in
zona. I terreni della Snam coprivano una superficie di circa 30 kmq, che
andava dalla Testa del Gargano a Vignanotica. Mi ricordo che ai primi di
ottobre il tempo era bellissimo e il nostro giro di controllo si trasformò in
una piacevolissima gita in barca. Gli oltre 10 km della costa pugliese erano,
infatti, ricchi di baie, spiagge e litorali alti a strapiombo sul mare. Avevano
il caratteristico colore bianco delle rocce calcaree che rendevano la costa
molto frastagliata e piena di grotte delle più svariate dimensioni.
Da Vieste per andare nei nostri terreni si percorreva una strada litoranea in
fase di realizzazione che arrivava in località Porto Greco, a circa 12 km di
distanza, e che doveva proseguire fino al comune di Mattinata rendendo più
agevoli i collegamenti con Foggia. L’unica alternativa, in attesa del
compimento della litoranea, era quella vecchia strada sconnessa che univa
Vieste e Mattinata e che avevo percorso il giorno del mio arrivo. Per non
portare il traffico direttamente sui futuri insediamenti in progetto e
d’accordo con il Consorzio Montano di San Marco in Lapis che la
progettava, la Snam fece deviare la strada da Campi verso l’interno a Santa
Tecla, facendola tornare, dopo il monte Barone, sul mare a Vignanotica,
all’altezza della baia dei Gabbiani. La società, inoltre, si prese l’incarico di
realizzare la strada che univa Porto Greco a Pugnochiuso e a Santa Tecla.
La tragica notizia della morte di Enrico Mattei avvenuta il 27 ottobre del
1962 lasciò tutti sconcertati. Essendo il rappresentante della Snam, ricordo
che dovetti accogliere le condoglianze delle autorità locali addolorate e
anche preoccupate che, in seguito a questa tragedia, i nostri progetti fossero
fermati, lasciando gli operai senza lavoro.
Ma la ruota progettuale era già in moto e nessuno la fermò più. Il progetto
negli anni subì qualche piccola modifica rispetto all’idea originale e da un
centro vacanze per le sole maestranze Eni fu trasformato in un centro
turistico privato.
I lavori procedevano, ma ogni giorno sorgevano piccoli problemi locali che
bisognavano risolvere. L’incombenza era sempre mia. Venivano da me, per
esempio, i pastori che tutti gli anni scendevano con le loro greggi dalla
foresta Umbra a svernare e per questo occorreva stipulare i contratti e
incassare i relativi importi. Fin da subito però dichiarai che l’anno
successivo non sarebbe più stato possibile portare il gregge al pascolo sui
terreni della Snam poiché l’area sarebbe stata coperta con dei rimboscamenti
programmati dalla società. Opere di risanamento erano previste anche per la
zona costiera dei nostri terreni che negli anni passati aveva subito diversi
incendi4. Oltre ai pascoli invernali dei pastori, sui nostri terreni c’erano
anche piante di mandorlo e ulivi i cui frutti, ora che nessuno li curava,
sarebbero andati persi. Decisi allora di venderli ai locali che ne avevano
fatta richiesta. Ci guadagnai circa duecentomila lire (per l’epoca non una
piccola cifra), ma misi in crisi l’ufficio amministrativo di Milano che non
sapeva come contabilizzare quell’entrata anomala. In quel periodo il mio
quartier generale si trovava all’inizio del paese, in due stanzoni che
avrebbero dovuto ospitare in seguito una farmacia. Era composto da un
geometra, da un perito agrario, da una decina di guardie giurate, con anche
la funzione di guardaboschi, e da alcuni giardinieri: tutte persone locali.
Proprio di fronte sorgeva l’unico albergo della zona, l’Albergo Moderno (di
nome ma non di fatto), dove io ero alloggiato. I disagi di questa
sistemazione erano numerosi, perché pur essendo un albergo abbastanza
pulito, non aveva armadi e i vestiti li tenevo nella valigia o appesi al muro.
Non c’era neanche il riscaldamento e a richiesta mettevano un braciere con
della sansa, un impasto essiccato di bucce d’olive dopo la spremitura.
Sentitone l’odore, decisi che era sicuramente meglio il freddo! Anche
l’acqua era solo fredda, a volte non arrivava nemmeno quella. Capitava così
che ti trovavi senz’acqua sul più bello della doccia, quando eri già tutto
insaponato: quando volevo fare una doccia seria la sera, prendevo la
macchina e andavo a Foggia a dormire in albergo. Tutto sommato era un
viaggio di solo due ore!
Fu un periodo abbastanza duro. Tutti con me erano molto gentili, a volte
anche troppo ossequiosi e in parte dovetti adattarmi ai loro usi. La domenica
a messa non riuscivo mai a pagarmi la sedia: qualcuno faceva sempre dei
segni al sacrestano che mi saltava tutte le volte, lasciandomi stupito con il
soldo in mano a mezz’aria. Anche al bar Masanotti, il più moderno della
zona, c’era qualcuno che di nascosto mi pagava il caffé. In quella
circostanza, però, non lasciai correre e la seconda volta che successe dissi al
proprietario che se mi rivoleva vedere ancora nel suo locale mi doveva dire
quando qualcuno pagava per me: primo perché potessi ringraziarlo e
secondo perché il giorno successivo glielo avrei offerto io.
Alla sera andavo a mangiare da Tommasina che a quel epoca era l’unica
trattoria della città. Era un locale angusto e seminterrato, senza finestre. Il
cambio dell’aria avveniva solo attraverso la porta d’accesso e l’odore di
fritto di pesce ti restava impresso sugli abiti. Ricordo, però, che si mangiava
veramente bene, soprattutto quando cucinavano i piatti locali. Una sera,
durante la cena, la proprietaria mi disse che la domenica successiva avrebbe
voluto cucinarmi un risotto. Di fronte alla mia titubanza e perplessità, mi
incalzò dicendo di avere imparato a Genova, mentre suo marito prestava il
servizio militare in quella città. Arrivato il fatidico giorno, dopo essere
andato a Messa e comprato il giornale, mi sono presentato al locale e seduto
a tavola iniziai ad attendere il famoso risotto. L’attesa si fece
particolarmente lunga e dopo quasi un’ora, avendo finito la lettura del
giornale, mi affacciai nella cucina per vedere la situazione. La buona
Secondo le usanze della zona, quando si andava in chiesa, ognuno doveva pagarsi la sedia.
Tommasina mi tranquillizzò: tutto procedeva per il meglio e presto sarebbe
stato servito in tavola. In effetti poco dopo arrivò un piatto con un cibo di
riso, abbastanza strano e stracotto. Mi sforzai di mangiarlo tutto, ma dissi
chiaramente a Tommasina di continuare a fare la sua ottima cucina locale
con le cime di rape e le spigole ai ferri, tralasciando la sperimentazione sui
piatti “nordici”.
La solitudine e l’estraneità pesavano particolarmente la sera, perché non
conoscevo nessuno e non sapevo cosa fare. Fui invitato in un Club privato,
ma solo quando una sera, finalmente, mi recai là, capii l’errore: una noia
mortale. C’era il farmacista, il medico condotto, un paio di assessori e un
paio di notabili: il più giovane aveva sessantacinque anni! Non ci tornai più,
ma il mio problema persisteva e nemmeno al Cral dell’Aereonautica trovai
una compagnia migliore. Mi rimaneva il cinema che per fortuna cambiava
film tutti i giorni, evitandomi di rivedere lo stesso film mille volte. Gli
argomenti, però, erano sempre gli stessi: dai pirati, come Sandokan, a temi
mitologici o colossal romani, come Ercole e Ursus. Era usanza che i cinema
dei paesi della zona si scambiassero le pellicole ogni giorno, causando a
volte anche dei divertenti inconvenienti, come quella volta che proiettarono
il primo tempo di un film di Sandokan e il secondo di un altro film della
stessa saga. Queste variazioni improvvise obbligavano me e i tre aviatori,
unici clienti del cinema, a mettere in campo un certo impegno per collegare
le cose. Tutto comunque serviva per passare il tempo e raggiungere un’ora
decente per andare a letto e infilarsi sotto le coperte, sempre più o meno
gelate.
A metà dicembre ritornai in ufficio a Milano, dove mi dissero che si stava
pensando al lancio del centro turistico con una manifestazione da farsi nella
primavera a Campi e che i politici locali si stavano dando da fare per
assicurare la partecipazione del Capo dello Stato, l’onorevole Segni.
Avremmo dovuto anche spedire a Vieste un villino prefabbricato che la
Pignone aveva montato come studio a San Donato e allestirlo a Campi
come prototipo e come appoggio per la manifestazione.
continua 1



