A processo, dinanzi al gup del Tribunale di Bari, oltre a Raduano c’è il suo braccio destro Gianluigi Troiano e i viestani Michele Gala, detto “Pinguino”, Antonio Germinelli, Domenico Antonio Mastromatteo, detto “Pescecane”, Marco Rinaldi, detto “Il Veneziano” e Matteo Colangelo
Slitta a settembre la sentenza, prevista per oggi 15 luglio, del processo a carico dell’ex boss viestano Marco Raduano e la rete di presunti fiancheggiatori che, secondo l’accusa, a vario titolo, ne favorirono la latitanza o le attività dopo la clamorosa evasione dal carcere di massima sicurezza di Nuoro.
A processo, con rito abbreviato, dinanzi al gup del Tribunale di Bari, Nicola Bonante, oltre a Raduano c’è il suo braccio destro Gianluigi Troiano (oggi entrambi collaboratori di giustizia) e i viestani Michele Gala, detto “Pinguino”, Antonio Germinelli, Domenico Antonio Mastromatteo, detto “Pescecane”, Marco Rinaldi, detto “Il Veneziano” e Matteo Colangelo, unico destinatario degli arresti domiciliari. Un settimo imputato – Michele Murgo detto “U bell” o “Il Londinese”, difeso dall’avvocato Paolo D’Ambrosio – ha optato per il patteggiamento.
Il pm titolare delle indagini, Ettore Cardinali, aveva chiesto e ottenuto l’emissione del giudizio immediato per tutti, ma le difese (avvocati Salvatore Vescera, Edgardo Giuseppe Gallo e Carlo Alberto Mari del Foro di Foggia, con Gianmaria Daminato del foro di Venezia e Pasquale Crea del foro di Treviso) hanno avanzato richiesta di giudizio abbreviato, spostando il processo dinanzi al gup di Bari e ottenendo per i propri assistiti il beneficio dello sconto di un terzo della pena, garantito dalla scelta del rito alternativo.
Le richieste di condanna avanzate dalla procura variano da 1 a 4 anni di reclusione in considerazione della riduzione di un terzo della pena garantito dalla scelta del rito alternativo e delle agevolazioni previste dallo status di collaboratore di giustizia.
Nel dettaglio, il pm Cardinali ha avanzato richiesta di condanna pari a 1 anno di reclusione ciascuno per i collaboratori di giustizia Raduano e Troiano, 3 anni per Michele Gala e 3 anni e 4 mesi per Antonio Germinelli. Ancora, chiesta una condanna a 2 anni di reclusione per Matteo Colangelo, 4 anni di reclusione per Domenico Antonio Mastromatteo e 2 anni per Marco Rinaldi. Nel procedimento, sono state individuate come parte offesa il Ministero della Giustizia, presso l’Avvocatura dello Stato, il Comune di Vieste, il Ministero della Salute e la vittima dell’atto incendiario.
Stando alle carte, Gala, Murgo, Germinelli e Mastromatteo sono accusati “di aver, a vario titolo ed in concorso tra loro e con altre persone, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, fornito e garantito a Raduano Marco appoggi logistici e coperture, ospitalità anche per il tramite di terzi, apparecchi telefonici anche criptati con cui intrattenevano contatti frequenti, autovetture apparentemente “pulite”, denaro e beni di ogni genere, informazioni sulle ricerche delle forze dell’ordine, aiutandolo a sottrarsi alle ricerche dell’autorità giudiziaria e all’esecuzione della pena”.
Il tutto con l’aggravante di “avvantaggiare l’associazione mafiosa di appartenenza riconducibile a Raduano Marco, quale articolazione operativa su Vieste del clan Lombardi/Ricucci/Latorre, evitando l’arresto di Raduano e consentendo al gruppo di poter fare affidamento sullo stesso Raduano per continuare ad operare sul territorio”.
Ancora Raduano, Troiano, Rinaldi e Mastromatteo sono accusati di aver spedito, trasportato e distribuito “8,5 kg di hashish (con principio attivo puro pari a kg 2,388 e n. 95533 dosi ricavabili) e 2,3 kg di marijuana (con principio attivo puro pari a g. 364, 866 e n. 14594 dosi ricavabili), dalla Spagna verso Vieste, occultati all’interno di un pacco composto da due colli”. Secondo la ricostruzione dell’accusa, Raduano e Troiano, in quel momento latitanti, “curavano la spedizione del pacco dalla Spagna a Mestre (da destinare poi a Vieste)”.
Rinaldi si occupava di ritirare il pacco (due colli) una volta arrivato a Mestre, per poi spedirlo in direzione Vieste e Mastromatteo, in quanto destinatario finale della spedizione, smerciava poi lo stupefacente agli spacciatori sul territorio. Il tutto “con l’aggravante della transnazionalità in quanto si avvalevano del contributo di un gruppo criminale organizzato composto da narcotrafficanti operanti in Spagna e Marocco, da cui acquistavano la sostanza stupefacente” e “con l’aggravante dell’agevolazione mafiosa” per favorire il clan riconducibile a Raduano “permettendone di fatto la operatività malgrado lo stato detentivo e di latitanza dei suoi vertici; in particolare, consentendo di continuare a mantenere il controllo sul settore criminale del narcotraffico nel territorio di Vieste e beneficiare dei relativi introiti”.
Nello stesso procedimento, confluisce l’atto incendiario avvenuto a Vieste, nell’ottobre del 2023, quando venne data alle fiamme l’auto della madre di un collaboratore di giustizia. Per il fatto, sono chiamati a rispondere Raduano (in qualità di mandante), Germinelli e Colangelo (come esecutori). Il capo d’accusa recita: “per avere, in concorso tra loro, appiccato il fuoco al veicolo Nissan Qashqai” appartenente alla madre del collaboratore di giustizia Orazio Coda, “provocandone l’incendio e il danneggiamento della parte anteriore del mezzo, con il fine di vendicarsi per il fatto che il predetto era divenuto collaboratore di giustizia”.
Il tutto “con l’aggravante del metodo mafioso e per agevolare l’associazione mafiosa di appartenenza riconducibile a Raduano Marco, quale articolazione operativa su Vieste del clan Lombardi/Ricucci/Latorre, permettendone di fatto la operatività malgrado lo stato detentivo e di latitanza dei suoi vertici; in particolare, consentendo di continuare a mantenere il controllo del territorio, mediante la forza di intimazione che ne deriva dal vincolo associativo, al fine di prevenire ed scongiurare forme di collaborazione con la giustizia”.
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