Dopo gli ultimi contrasti con Emiliano e Vendola l’eurodeputato è sempre più tentato dall’ipotesi di non lasciare l’Europa.
E se accadesse davvero? Se Antonio Decaro decidesse sul serio di mollare tutto? La piega che sta prendendo l’ultimo fraterno dissidio con Michele Emiliano e Nichi Vendola – entrambi determinati a candidarsi consiglieri – rende sempre più concreta l’ipotesi di una sua rinuncia alla corsa per la presidenza della Regione. E si comincia a ragionare su nomi alternativi. Come il capogruppo del Pd al Senato, Francesco Boccia, uomo forte di Elly Schlein, che però ha rispedito al mittente tutte le proposte in questa direzione. O Toni Matarrelli, sindaco di Mesagne eletto con il 90 per cento dei voti e presidente della Provincia di Brindisi. Loredana Capone, presidente del Consiglio regionale e apprezzata assessora sia con Vendola sia con Emiliano. E Raffaele Piemontese, vicepresidente della Regione con delega alla Sanità, autorevole rappresentante di una Capitanata che dal 1970 non ha mai espresso presidenti.
A Decaro questo scenario non fa strappare i capelli. Anzi. Le sue prospettive di carriera sono molto più rosee se resta dov’è, fra Bruxelles e Strasburgo. Lì parla con ministri e capi di Stato dall’alto della sua posizione di presidente della commissione Ambiente. Gestisce dossier fondamentali che vanno dal futuro dell’ex Ilva di Taranto ai piani contro gli effetti dei cambiamenti climatici, sui quali è rimasto l’unico a contrastare le picconate al Green deal da parte delle destre. Ruolo che può dargli grande visibilità, al punto da poter presentarsi come l’unico politico italiano capace di sfidare Giorgia Meloni.
Lo aspetta, fra un anno, un posto da vicepresidente dell’europarlamento. Ma addirittura, essendo il più votato dei dem, la pattuglia più nutrita dei socialisti europei, potrebbe aspirare alla poltrona di Roberta Metsola, popolare come Ursula Von Der Leyen. E quindi, in una ridefìnizione degli equilibri fra le due grandi famiglie europee, in un Parlamento dalla maggioranza molto fragile potrebbe giocarsi la sua partita. Tanto più che avendo votato per il piano di riarmo, si è collocato in una posizione centrista vicina alla presidente della Commissione e più atlantista degli spagnoli di Pe- dro Sanchez. Da quella postazione potrebbe anche lanciarsi nella scalata ai vertici del partito, dove ! lo vogliono portare i riformisti scontenti della linea di sinistra di Schlein, da Paolo Gentiloni a Lorenzo Guerini fino allo stesso Stefano Bonaccini, sostenuto nel congresso dall’allora sindaco di Bari.
C’è chi arriva a ipotizzare che Matteo Renzi – grande nemico di Emiliano – potrebbe tornare nel Pd se il segretario fosse il suo vecchio amico Antonio. Ma potrebbe non servire: Decaro, apprezzato anche dal leader del M5S, Giuseppe Conte, potrebbe addirittura aspirare a fare il federatore, lasciando Elly dov’è. Ragioni che spiegano perché oggi il candidato presidente più bramato nei sondaggi può fare un passo indietro. Sarebbe un bidone nei confronti del popolo di sinistra che lo invoca a ogni uscita pubblica? Ma lui ripete sempre che si è candidato al Parlamento europeo, non alla presidenza della Regione. Ed è stato il primo degli eletti nel Pd anche in Abruzzo, Basilicata, Calabria e Molise.
Dove non lo hanno votato certo per fare il governatore di un’altra regione. «In Puglia si può vincere anche senza di lui», dicono ai piani alti del Nazareno. Lì a preoccupare non è soltanto l’uscita di scena di Emiliano, che prima di potersi candidare al Senato dovrebbe tornare in magistratura, Ma anche il veto nei confronti di Vendola, che punirebbe un partner prezioso come Avs.
Decaro però vuol essere un presidente autonomo e di reale rinnovamento, come gli chiede anche Conte. «Serve nuova linfa e un cambio di passo rispetto a una legislatura che nel tempo si è musealizzata e ha prodotto poco», spiega il consigliere pentastellato Cristian Casili. Per il quale, però, «è una querelle interna al Pd. E adesso la sintesi devono trovarla loro».
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