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60° ANNIVERSARIO HOTEL DEL FARO PUGNOCHIUSO. INAUGURAZIONE 1° AGOSTO 1965. VIESTE: “IL PUNTO ESTREMO DELLO SPERONE GARGANICO – PUGNOCHIUSO L’ALBERGO DEL FARO” – (2)

ANNO 1963.

Dopo le feste natalizie trascorse in famiglia a San Donato, l’8 gennaio tornai

a Vieste e dovetti impegnarmi molto per organizzare il personale e l’ufficio.

Mi aveva raggiunto un dottore dell’Agip per condurre degli studi sulle

possibilità idriche dei nostri terreni. Questo geologo si chiamava Pavan e

ancora adesso ogni tanto ci incontriamo a San Donato. Era anche uno

studioso e appassionato di archeologia e mentre giravamo per la piana di

Pugnochiuso mi raccontava che la zona era molto interessante dal punto di

vista archeologico perché abitata già nel Neolitico. La zona era ricca di selce

ed era citata come officina per la lavorazione degli attrezzi di pietra anche in

importanti libri di geologia: era facile pertanto trovare in giro delle pietre

lavorate. Ricordo che un giorno mentre camminavamo insieme nell’uliveto,

mi chinai, raccolsi una pietra dalla forma particolare e gliela mostrai. Pavan

lanciò un urlo: “Questa è una meravigliosa punta di pugnale, una pietra così

io l’ho cercata per anni!” Avrei voluto offrirgli la pietra agoniata, ma

nonostante le mie insistenze non ci fu niente da fare: desiderava trovare lui

stesso una pietra simile. Questa pietra la possiedo ancora a casa mia: è lunga

circa 6 cm, con al centro uno spessore di circa 1 cm e si vedono, mi

spiegava il dottore, le lunette fatte con la percussione di altre pietre per

affilare le due facce laterali inclinate che sono ancora abbastanza taglienti.

In un’altra escursione con il dottor Pavan sui nostri terreni, mi capitò di

visitare la torre di guardia di Porto Greco, chiamata anche la torre

dell’Aglio7. Una leggenda narra che proprio da questo edificio, per sfuggire

ai soldati francesi, si fosse gettato con il suo cavallo Ettore Fieramosca,

celebre condottiero italiano che guidò con successo nel 1503 i tredici

cavalieri italiani contro i tredici francesi nella disfida di Barletta, città situata

poco più a Sud. La scala d’accesso al terrazzo di copertura di questo edificio

era molto particolare: era stata realizzata tra due muri, quello a sacco

(riempiti di macerie) esterno e quello interno in pietra. Proprio il muro

esterno, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si stava svuotando. Avvisai

subito Milano proponendo di intervenire per risanare il manufatto ma,

poiché non giungevano risposte, decisi di arrangiarmi ed esegui i lavori più

urgenti per fermare il degrado utilizzando alcuni operai di un’impresa locale

che stava lavorando per noi per sistemare la strada sino a Campi. Quando

nel 1965 fu inaugurato l’Albergo del Faro a Pugnochiuso, in questa torre fu

realizzato un locale notturno8. Lungo tutto il litorale si trovavano numerose

altre torri dello stesso tipo: erano avamposti di guardia medioevale utilizzate

per avvistare l’arrivo dei Saraceni. La torre di Porto Greco e quella

successiva però non erano collegate visivamente tra loro. Colpito da questa

stranezza, scommisi con alcune persone del luogo sull’esistenza di un altro

avamposto sopra il faro di Pugnochiuso. Facemmo dunque una ricerca sulla

collina sopra il faro e a quota 90 m sul livello del mare trovai dei resti di

pietra. I successivi rilievi nel terreno confermarono la presenza di resti in

muratura di un’antica torre diroccata. Segni di questa torre si trovavano

anche nelle cartine militari, dove questa località era denominata Torre

Preposti.

Quel mese di febbraio ricordo che fu molto freddo tanto che mi si gelò

anche l’acqua nella camera d’albergo. In quel periodo stavo dirigendo gli

scavi per l’istallazione del villino della Pignone e gli sbancamenti per

realizzare un piazzale dove installare le attrezzature. Anche sulla spiaggia

continuava a piovere e nevicare e con gli scarsi mezzi delle ditte locali ero

nei guai e in netto ritardo sul programma. Ad aggravare la situazione, mi

ricordo che si ruppe anche l’unica pala meccanica che esisteva a Vieste e

dintorni. Venni a sapere che forse ce n’era un’altra a Monte Sant’Angelo,

una località a circa 30 km ma raggiungibile solo percorrendo un’impervia

strada di montagna, impiegandoci quasi due ore. La sera stessa mi feci

accompagnare in quella località da un guardiano di nome Paolo Dinunzio,

una persona molto corretta e disponibile. Con il suo aiuto, sia come autista

sia come traduttore (a volte alcuni locali mi parlavano in dialetto talmente

stretto che mi era difficile comprenderli), e dopo non poche difficoltà,

riuscii a trovare il mezzo e il giorno successivo organizzai il trasporto da

Vieste cosicché in breve tempo potei riprendere il lavoro.

Ai primi di marzo arrivò da Milano il mio diretto superiore, l’ing. Paolo

Birindelli9, per controllare lo stato dei lavori. Il tempo continuava a non

esserci favorevole ma, nonostante tutto, quella mattina caricai gli uomini

sulla campagnola e sul camion dell’impresa. Giunti a Campi, però, le nostre

speranze di poter lavorare dovettero fare i conti con la neve che cadeva fitta.

Non riuscimmo a combinare niente e a metà mattinata ordinai di tornare in

sede. Sulla strada del ritorno il camion scivolò sul fango e uscì dalla strada.

Fortunatamente nessuno si fece male, ma impiegai più di un’ora sotto

un’acqua gelata a cercare di rimorchiarlo con la campagnola. Finalmente

verso l’una rientrammo a Vieste e tornai in ufficio. Ricordo che ero un po’

alterato ed ebbi una reazione piuttosto decisa ed eccessiva nei riguardi del

mio capo che, da buon toscanaccio, mi stava riprendendo un po’

polemicamente per alcune pratiche non bene archiviate. Per fortuna lui ebbe

il buon senso di non rispondere subito a muso duro e, calmate le acque, ci

riappacificammo. Litigate simili erano solite tra noi due, ma almeno uno dei

due riusciva sempre a mantenere il controllo, cosicché poi tutto finiva

davanti a un buon bicchiere di vino. Nonostante i continui diverbi avuti sul

lavoro, tra noi si è instaurato un ottimo rapporto, anche personale, e quando

ci rincontriamo ancora adesso ripensiamo con nostalgia a quelle belle

litigate.

Le varie difficoltà ambientali e le strette scadenze temporali

dell’inaugurazione del centro turistico rendevano la situazione tesa. L’arrivo

del Presidente della Repubblica, l’on. Segni, aveva messo in agitazione tutti

e nel mio ufficio c’era un viavai continuo di persone che venivano a

consultarsi con me per l’organizzazione. Le possibilità per l’arrivo del

Presidente erano due: o via mare in motoscafo da Manfredonia, o in

elicottero da Foggia. L’arrivo in macchina non era stato nemmeno preso in

esame viste le condizioni della strada. Così nel mio ufficio si alternavano il

capo della capitaneria di Manfredonia, con il quale preparai un possibile

sbarco a Campi (facendo costruire un attracco in tubi Innocenti in una zona

della baia abbastanza protetta), e il comandante dell’aeroporto militare di

Foggia, con il quale concordai la costruzione di una piazzola per

l’atterraggio dell’elicottero. Con il responsabile Eni di Bari, infine,

esaminammo le necessità minime di supporto alla cerimonia. Oltre al

montaggio del villino, occorreva allestire una tribuna per le autorità e un

capannone10 dove esporre i plastici della progettazione turistica, che avrebbe

potuto funzionare alla perfezione anche come riparo in caso di cattivo

tempo. Da Milano m’inviarono alcuni operai della Saipem11 ad aiutarmi

nella preparazione delle varie strutture. Per accelerare i tempi, però,

m’inviarono in treno il personale senza gli attrezzi e io dovetti mandare

l’autista a Foggia ad acquistare dei martelli da carpentiere, oggetti del tutto

irreperibili a Vieste. L’ultima settimana arrivarono in visita il Prefetto, il

Questore, il Sindaco e un paio di deputati locali. Tutti furono molto

soddisfatti per il lavoro compiuto, ma erano molto preoccupati per il terreno

fangoso intorno alle strutture, che era stato rovinato dal movimento dei

mezzi durante i lavori. Li rassicurai e, quando la scadenza era ormai alle

porte, inviai con un camion una squadra di giardinieri sui nostri

possedimenti più a monte a scorticare il terreno. In mezza giornata rivestii

tutta l’area rovinata con zolle di prato con addirittura alcuni fiorellini,

mettendo a dimora anche diversi cespugli di rosmarino in fiore. Negli ultimi

giorni era arrivato ad aiutarci anche un piccolo elicottero dell’Agip. Il pilota,

di cui purtroppo non ricordo il nome, mi fece fare diversi voli sulla nostra

zona e mi ricordo che mi chiedeva spesso se ci fossero linee elettriche, non

segnalate perché quando si volava a bassa quota, e magari anche contro sole,

queste costituivano il pericolo più grosso. Purtroppo venni a sapere in

seguito che, nella tragedia del Vajont nell’ottobre di quell’anno, proprio il

suo velivolo precipitò andando ad impattare contro una linea elettrica non

evidenziata.

Finalmente arrivò domenica 31 marzo. Campi pullulava di autorità fin dal

primo mattino. Tutto era pronto e perfetto, ma si alzò un forte vento

improvviso e il mare cominciò a ingrossarsi, così fu ordinato di trasferirsi

alla Camera di Commercio di Foggia dove si sarebbe svolta la cerimonia. A

questa disposizione seguirono momenti caotici, poi tutte le autorità si

mossero fulminee verso Foggia. Io presi un camion, dove feci caricare i

plastici del centro turistico e dell’albergo e li spedii a Foggia promettendo

all’autista una lauta mancia se fosse arrivato in tempo per la cerimonia. Io

rimasi indietro a sistemare alcune cose in cantiere, poi presi la macchina e

partii velocemente per inseguire il camion. Lo incrociai quasi a

Manfredonia, dopo più di 60 km. I due operai che avevo fatto salire sul

cassone per controllare i plastici erano stati male per le curve e la velocità e

avevano vomitato, sporcando tutto. Feci fermare il mezzo all’Agip di

Manfredonia e, pulito tutto, ripartimmo velocissimi. Per fortuna riuscimmo

ad arrivare a Foggia in tempo per la cerimonia e tutto terminò per il meglio.

I mesi successivi, però, non furono meno frenetici. Il primo di aprile tornai a

Milano, dove, dopo qualche giorno di malattia, rientrai in ufficio. Verso

metà aprile ero già sulla strada per Vieste portando con me anche la

famiglia. Con l’aiuto di Dinunzio avevo affittato un appartamento sul lungo

mare Europa, sulla spiaggia Nord di Vieste, verso Peschici. Mia moglie

Licia era stata tutta l’inverno sola con i due piccoli, Andrea di tre anni e

Silvia di due, e pertanto era abbastanza stressata. E anche per me era ora di

riunire la famiglia! Il viaggio fu molto avventuroso. Ero partito da Milano

con mio figlio Andrea che non stava tanto bene perché aveva preso il

morbillo da sua sorella, che era appena guarita dopo quindici giorni di

malattia. Avrei voluto ritardare la partenza, ma il mio capo servizio

continuava a farmi pressioni. Durante la mia malattia il “toscanaccio” era

sceso a Vieste, ma ora doveva tornare, così caricai famiglia e bagagli sul

mio vecchio 1100 Fiat, quello bicolore con le code, e partimmo. A Bologna

mio figlio aveva trentanove di febbre. Tirammo fino a Rimini, ma poi

fummo costretti a fermarci e restammo chiusi in una camera di albergo per

due giorni.

Scesa la febbre, chiamammo un medico che ci assicurò che tutto

era a posto, ma visto il tipo di malattia contagiosa voleva ricoverarlo in

ospedale. Mia moglie, che aveva appena vissuto la malattia di Silvia, avuta

la conferma che non c’erano complicazioni, mi convinse invece a partire.

Sabato 20 aprile finalmente giungemmo a Vieste. Il cambio d’aria fu subito

salutare per i bambini. Il primo maggio li portai tutti in gita a Pugnochiuso:

andammo in campagnola sino a Porto Greco, salimmo a piedi su un sentiero

a picco sul mare e poi scendemmo a Porto Piatto arrivando a Pugnochiuso.

Lì ci fermammo a mangiare al sacco proprio sul sentiero che andava al Faro

e dove adesso si trova l’ingresso dell’Albergo del Faro a quota 37 m sul

livello del mare. Prima di tornare indietro salimmo al faro, dove la moglie

del fanalista ci offrì un ottimo caffè. Durante il ritorno dovetti portare mia

figlia in spalla mentre Andrea sgambettò per tutto il percorso. A ricordo di

questa bella gita feci una fotografia a mia moglie e ai miei figli che ancora

adesso tengo appesa davanti alla scrivania, seppur un po’ scolorita12.

Intanto proseguivano i lavori di rilevazione sia della costa sia del terreno per

la progettazione della nuova strada che avrebbe unito, in un primo momento

Porto Greco e Pugnochiuso e in seguito sarebbe giunta fino a Santa Tecla,

dove si congiungeva con la vecchia litoranea deviata da noi a Campi13.

L’Icori, una grande impresa romana specializzata in lavori stradali e

gallerie, aveva vinto la gara d’appalto tenutasi a Milano per la costruzione

della strada. Aspettando il loro arrivo feci incominciare a sistemare la strada

esistente fino a Porto Greco e ristrutturammo anche la torre di Campi, dove

realizzai il mio nuovo ufficio. Questa torre occuperà sempre un posto

speciale nel mio cuore: ci lavorai dal ‘63 al ’68, data del mio rientro

definitivo a Milano. Era composta di uno stanzone per il personale (formato

da alcune guardie giurate armate, con funzione di guardaboschi per tutela

della proprietà, e da alcuni giardinieri boscaioli), un ufficio per me con vista

panoramica sulle isole nella baia di Campi, un ufficio per altri tre impiegati

e un locale servizio che fungeva anche da spogliatoio per gli operai.

Avevamo installato un gruppo elettrogeno per avere la luce negli uffici e per

far funzionare il ponte radio, unico collegamento con la sede di Milano. Di

quest’aspetto a volte ne approfittai, perché quando sorgevano delle

discussioni con i miei superiori per delle varianti che mi avrebbero causato

dei problemi, facevo spegnere il gruppo elettrogeno per non essere più

contattabile e lo ripristinavo solo quando il lavoro era già stato eseguito. In

questa torre di guardia medioevale ho trascorso uno dei periodi più intensi e

più belli della mia vita e ancora adesso rileggendo gli appunti rivivo con

nostalgia fatti e avvenimenti a essa legati. È ancora vivo in me il ricordo di

quei due isolotti che scorgevo alzando gli occhi dalla mia scrivania. Il primo

era uno scoglio roccioso e piatto ed era perfetto per prendere il sole, si

poteva raggiungere facilmente anche a nuoto dalla spiaggia (bastava avere

tempo). Il secondo era più grande e accogliente con una vegetazione arida

ma sufficiente per far vivere degli animali. Il primo anno che mi trovavo a

Vieste, infatti, un guardiano di nome Giuseppe Delsapio, che era anche un

accanito cacciatore, aveva portato sull’isola una copia di conigli che

avevano prolificato. Da allora ogni tanto faceva una capatina sull’isolotto e

tornava con qualche preda che poi era consumata in compagnia. Anch’io

ebbi l’occasione di partecipare a una di quelle cene.

A metà del mese di maggio cominciarono ad arrivare diversi automezzi

dell’impresa Icori fra i quali un D9: il più grosso caterpillar sul mercato di

allora e dotato di una potenza spaventosa. Su quei terreni alluvionali o di

roccia tenera andava veloce come un treno. Siccome da fermo ci costava al

giorno cinquecentomila lire di allora, feci pressioni all’ufficio di Milano,

che mi forniva il progetto stradale con il contagocce, per riuscire a tracciare

i tratti del percorso stradale sufficienti per non far fermare il D9.

I lavori per l’apertura della sede stradale proseguivano celermente e ogni

paio di giorni mi trovavo con il capo cantiere dell’Icori per contabilizzare i

lavori fatti e definire in ogni sezione stradale le altezze di roccia tenera o

roccia dura. Su alcuni punti, nonostante lunghe discussioni, non riuscimmo

a giungere a un accordo e decidemmo di aspettare l’ingegnere della ditta.

Un giorno un distinto signore sulla sessantina, molto elegante e molto

gentile, arrivò al cantiere. Dopo averlo guidato in un sopralluogo dei lavori

svolti fino a quel momento, lo sollecitai affinché decidessimo i punti lasciati

in sospeso, ma, con mio grande stupore, mi disse che avrebbe guardato la

mia contabilità nel pomeriggio dopo aver offerto il pranzo all’assistente

contrario14. All’inizio pensai a uno scherzo, ma poi, vedendo anche lo stesso

capo cantiere un po’ perplesso, presi le mie carte, salutai e me ne tornai in

ufficio. Telefonai immediatamente alla sede di Milano dicendo che

quell’ingegnere nel mio cantiere non lo volevo più! Così avvenne e tutti i

lavori e i rilievi stradali furono completati con il capo cantiere, che si era

subito scusato dell’incidente, dichiarando che quell’ingegnere era abituato a

trattare con il personale del Genio Civile15. Quando iniziarono anche i lavori

all’albergo, arrivò un altro ingegnere con il quale ebbi normali rapporti di

lavoro. Di questo ingegnere, di cui non ricordo il nome ma la sua nazionalità

tedesca, rammento un episodio. Alla fine di gennaio del 1964 erano iniziati i

lavori all’albergo ed erano giunti da Milano tre geometri della Snam

Progetti. Alla sera i responsabili dell’impresa ed io (la famiglia era rimasta a

Milano per il Natale) ci trovammo dalla solita Tommasina per il pasto

serale, a cui seguiva sempre un giro di grappini al Bar Masanotti. Una sera,

dopo cinque o sei grappini, eravamo rimasti solo io e l’ingegnere capo

cantiere. Usciti dal locale un po’ alticci ci sfidammo a una gara di corsa fino

all’edicola, in fondo alla strada principale: a quel ora la via risultava deserta

e il traffico viabilistico certo non era quello dei nostri giorni. Al via partii di

scatto e, dopo i primi metri, riuscì a staccarlo. L’ingegnere cercò di

riprendermi, tentando di attaccarsi al mio giubbotto, ma scivolò e cadde

rovinosamente slogandosi una spalla. Per una quindicina di giorni girò in

cantiere con il braccio fasciato al collo e gli operai, che avevano saputo

dell’accaduto, non perdevano occasione di indirizzare lazzi e battute allo

sfortunato ingegnere.

Domenica 2 giugno, festa della repubblica, arrivò l’architetto Ratti, uno dei

progettisti del piano generale, e passai tutta la giornata tra Pugnochiuso e

Porto Piatto per vedere la posizione di massima del futuro albergo e la zona

dei villini. Quella festa la passai in cantiere invece che in famiglia. A Vieste

era normale lavorare anche tutti i sabati, se non addirittura qualche

domenica, e anche il mio capo servizio se ne accorse. Per non pagarmi tutti

quegli straordinari, mi promosse dopo due mesi in prima categoria, dove gli

straordinari erano già compresi nello stipendio.

Il 5 giugno il D9 arrivò a girare sopra Porto piatto, ma si trovò la strada

sbarrata da due uomini a cavallo armati di fucile. Il ruspista spaventato mi

corse a chiamare e insieme tornammo sul posto. I due uomini non si erano

mossi. Si trattavano dei fratelli Rignanese, una famiglia di Monte

Sant’Angelo che aveva in affitto tutto l’uliveto di Pugnochiuso, proprietà di

una famiglia napoletana. Quando i nostri avvocati avevano trattato

l’acquisto del terreno per conquistarsi il parere favorevole della famiglia

Rignanese, che come affittuari avrebbero potuto far valere i loro diritti

sull’utilizzo del territorio, avevano promesso i far assumere dalla Snam il

fratello minore come guardaboschi. Ottenuta la firma liberatoria, però, la

questione era rimasta in sospeso. Ora erano fermamente decisi a non far

passare nessuno se non fosse stata mantenuta la promessa fatta. Io non ero a

conoscenza di questi accordi, ma giunsi a un compromesso: se loro ci

lasciavano passare, io avrei subito contattato gli uffici di Milano e se entro

quarantotto ore non mi avessero dato una risposta affermativa, mi sarei

preoccupato io stesso di fermare i lavori. La proposta fu accettata con un

cenno di testa e il D9 proseguì il suo lavoro. Il giorno successivo, in seguito

a mie pressioni, arrivò dalla sede di Milano un telegramma di assunzione e

il buon Rignanese divenne una delle mie guardie più fidate e affidabili.

Quel mese presi anche contatto con la capitaneria di porto di Manfredonia

per avere la concessione di tutte le spiagge sulla nostra proprietà: il litorale,

infatti, era di proprietà del Demanio dello Stato. In quell’occasione scoprii

che non poteva essere assegnata in concessione la totalità della spiaggia, ma

una percentuale in ognuna doveva essere tenuta libera per avere accesso alla

battigia. Un altro lavoro che stavo affrontando in quegli stessi giorni era

quello di rendere più agibile tutti i sentieri e i tratturi che con la forestale e

con i nostri guardiani stavo trovando. Questo duro lavoro si rivelò, in

seguito, particolarmente utile perché ci permetteva di accedere velocemente

alle nostre aree interne in caso d’incendio.

La mia famiglia si adattava come poteva agli usi locali, spesso totalmente

distanti dai nostri. Mia moglie soprattutto faceva molta fatica. Di giorno non

si vedevano in giro donne, i negozi avevano poca varietà di merce e nel

pomeriggio aprivano solo dopo le diciotto. A volte per avere le cose fresche

si doveva aspettare l’asino che arrivava dalla campagna solo verso sera, alle

diciannove. Nel pomeriggio mia moglie usciva con i bambini e si sedeva

sulle panchine dei giardini a lavorare a maglia: unica donna in mezzo a

vecchi pescatori. Era, infatti, tradizione locale che le donne e i bambini di

buona famiglia uscissero solo la sera dopo le diciotto, anche in inverno. Era

difficile capire tutte le usanze del luogo e spesso ci si sentiva come degli

estranei: “Tu puoi uscire tranquillamente quando vuoi perché sei una

straniera!”. Questa frase Licia se la sentiva ripetere spesso dalla donna che

veniva a fare i mestieri a casa nostra. Usanze e superstizioni proliferavano in

quest’ambiente e mi ricordo che questa donna, quando il secondo anno

cambiammo casa andando ad abitare al settimo piano dell’unica palazzina

con l’ascensore, non saliva mai con l’ascensore quando aveva le

mestruazioni perché lo considerava pericoloso. Altri episodi esemplificativi

mi vengono in mente. Un giorno il sindaco di Vieste, un maestro di scuola

che si chiamava Ragno con il quale ho sempre avuto un ottimo rapporto

collaborativo, mi aveva dato il nominativo di un operaio, padre di tre figli,

che aveva bisogno di lavorare. Io informai il capo cantiere dell’Icori che

stava assumendo personale per i lavori stradali, aggiungendo quel nome alla

lista. Dopo qualche giorno andando al lavoro, incontrai uno che mi salutava

con ampi inchini, ma siccome tutti erano molto gentili con me, non detti

molto peso alla cosa e ricambiai i saluti com’ero abituato a fare. Qualche

giorno dopo, tornando a casa per pranzo, trovai mia moglie piuttosto agitata:

mio figlio era andato ad aprire la porta e qualcuno gli aveva messo in mano

due galline vive, con le zampe legate, ed era scappato via senza dire niente.

Andrea stupito chiamò la mamma che, non sapendo cosa fare, mise le

galline sul balcone. Per capire cosa stava accadendo chiamai subito

Dinunzio, pregandolo di fare una piccola indagine. Dopo una breve ricerca

scoprì che l’omaggio proveniva da quell’operaio che avevo fatto assumere.

Dissi allora a Dinunzio di riprendere le galline e riportarle al proprietario,

ringraziandolo e rassicurandolo: poteva lavorare tranquillo, non mi doveva

nulla. Due giorni dopo, però, una ragazzina mi lasciò sulla porta di casa una

torta e una bottiglia di Marsala, scappando subito com’era successo la volta

prima. Seguendo il consiglio di Dinunzio, consumai il regalo. Il

pover’uomo, però, sembrava ancora preoccupato di trovare qualcosa d’altro

con cui rendermi omaggio, allora un giorno mi feci forza e, facendo una

faccia feroce, fermai l’operaio minacciandolo di non azzardarsi più a

mandarmi a casa qualcosa. In questo modo un po’ brusco risolsi il

problema.

Domenica 30 giugno giunse da Milano mio padre in treno e si fermò con noi

una settimana. Era un buon camminatore e spesso portò i bambini a spasso.

Girò tutta la parte vecchia di Vieste e alla fine la conosceva addirittura

meglio di me! Uno degli ultimi giorni riuscii anche a portarlo a fare un giro

in foresta Umbra e a Monte Sant’Angelo. Erano zone particolarmente belle

che finora neppure io avevo avuto occasione di visitare con gli occhi del

turista. A parte la visita alla basilica e alla grotta dell’Angelo, mi ricordo che

al ritorno percorsi una strada secondaria che scendeva direttamente su

Mattinata con vista mare in mezzo a una fioritura di ginestre e rosmarini.

Uno spettacolo di cui mi sembra di sentire ancora il profumo.

23

In quel periodo avevo cominciato ad andare al comando dell’aeronautica di

Vieste e mi feci mandare giornalmente i dati meteorologici che tenevo

aggiornati sulla mia agenda, forse più per curiosità che per vera utilità: la

forza del mare, la direzione del vento, la copertura del cielo, la temperatura

e l’umidità.

Una domenica, verso la fine di luglio, portai la famiglia a fare una gita alle

isole Tremiti. Il servizio era assicurato da una vecchia motonave, la Pola,

che partiva da Manfredonia e, con scalo a Vieste e a Rodi Garganico,

attraccava all’isola di San Nicola e poi arrivava sino a Termoli, sulla costa

del Molise, ripartendo nel tardo pomeriggio. La motonave, però, non poteva

attraccare a Vieste perché non esisteva allora un porto adeguato e il fondale

dove attraccavano i pescherecci era troppo basso. Si fermava allora al largo,

nella zona dopo il faro, e occorreva farsi portare dalle barche fin sotto la

nave. Il mattino mi feci accompagnare dal fidato Dinunzio fissandogli poi

appuntamento per venirci a riprendere al ritorno. La gita fu molto piacevole.

Mangiammo in una trattoria a San Nicola e poi nel pomeriggio facemmo

con una barca il giro delle isole visitando alcune grotte. Nel tardo

pomeriggio riprendemmo la Pola per tornare a Vieste. Il viaggio andò bene

fino a Rodi: quando fummo all’altezza di Peschici, infatti, incontrammo il

mare grosso proveniente da levante e la nave incominciò a ballare. La

motonave era un po’ troppo leggera16 e dovette diminuire notevolmente la

velocità. Arrivammo a Vieste che era già quasi buio e la guardia, che ci

aspettava da ore, era un po’ preoccupata. Il trasbordo fu molto laborioso e

benché la barca si fosse messa sottovento, bisognava fare attenzione che non

sbattesse sui fianchi della nave. Mi ricordo che io stavo aggrappato in fondo

alla scaletta della nave con in braccio un figlio e aspettavo che la barca, con

i movimenti del mare, arrivasse alla mia altezza per passare mio figlio nelle

braccia di Dinunzio, affinché lo sistemasse subito sul fondo. Dopo i figli

passai fra le sue braccia anche la moglie e infine saltai pure io nella barca.

Finalmente tornammo sulla terra ferma. I miei figli in tutto quel trambusto

alla fine si erano divertiti, un po’ meno mia moglie che dopo

quell’esperienza, per un po’ di tempo, decise di non a salire su una barca.

Ormai il caldo della piena estate si faceva sentire e tutti i pastori avevano

lasciato il casone di Santa Tecla per salire con le greggi in foresta Umbra.

Prima di lasciarli partire confermai nuovamente che l’anno successivo i

pascoli non sarebbero più stati aperti.

La secca e calda estate garganica portava con sé un ospite sgradito, ma

purtroppo abituale di quelle zone: il fuoco, il periodo degli incendi stava

cominciando. Affidandomi all’esperienza degli abitanti locali e nonostante

la ritrosia della sede di Milano, che avrebbe voluto risparmiare sul

personale, avevo predisposto un servizio antincendio con tre punti fissi di

guardia dai quali si controllava tutta la proprietà e dove tenevo il personale

giorno e notte per avere subito la segnalazione degli incendi su cui si poteva

intervenire immediatamente. Avevo sollecitato dei radiotelefoni per

comunicare tra i punti di guardia, ma le mie richieste furono vane e

dovemmo arrangiarci come potemmo con molta fantasia: colpi di fucile,

lampade di notte e specchietti di giorno. L’importante era segnalare

l’incendio il più velocemente possibile. Il fuoco non si fece attendere. Il 30

luglio il nostro personale presente sulla zona della cala di San Felice, lungo i

nostri confini verso la testa del Gargano, spense prontamente le fiamme che

si stavano sviluppando. Il 2 agosto bruciò un ettaro di bosco nella valle della

Lupara. Il 9 agosto ci fu un incendio a Coppa Grande e il 15, nuovamente

nell’area di San Felice, andarono in fumo tre ettari di bosco. La sera del 6

settembre verso le dieci ci fu la segnalazione di quattro incendi sopra

Campi, verso il Tuppo del Perazzo. Diressi l’intervento partendo da Vieste

con due campagnole, un pulmino e trenta operai: attaccati in vari punti dalle

quattro squadre che avevo formato, gli incendi resistettero fino alle tre di

notte. Il giorno seguente sporsi denuncia per incendio doloso contro ignoti.

Per fortuna dal primo agosto il personale era aumentato nel mio ufficio. A

noi si era aggiunto il ragioniere Giovanni Pellegrino, un viestiano che dopo

alcuni mesi passati al Servizio Amministrativo di San Donato, era stato

trasferito dalla Snam nel mio cantiere. Mi ricordo che l’autoreparto di San

Donato gli consegnò la seconda campagnola che aspettavo con ansia. Partì

con quella per Vieste, dove arrivò un po’ acciaccato (dopo 800 km). Era un

giovane pieno di entusiasmo e mi fu di grande aiuto per organizzare

l’ufficio. La sua esuberanza e le numerose iniziative che intraprendeva (che

a volte dovevo arginare) lo contrapponevano agli altri due nuovi aiutanti, il

geometra Benedetto di Acerenza (Pt) e il perito agrario Rinella di Cerignola

(Fg), che invece spesso dovevo spingere. Nello stesso periodo giunse anche

un operaio comune, che impiegai come assistente nei lavori stradali, e una

guardia giurata, il già nominato Rignanese.

Un altro problema sempre pressante e prioritario era quello dell’acqua e

dell’allacciamento idrico dell’albergo. L’acquedotto di Vieste, infatti, era

insufficiente e collegarsi con l’acquedotto pugliese comportava grossi

problemi tecnici. Fin dall’inizio i tecnici dell’Agip si misero a studiare le

vene idriche sotterranee, ma si rivelò un lavoro lungo e difficile. Con la

capitaneria esaminai la possibilità, almeno iniziale, di trasportare l’acqua

con una bettolina17 che portava 2000 mc. Si sarebbe potuta caricare a

Manfredonia, ma con le tubazioni esistenti ci volevano quasi due giorni solo

per il carico! C’era inoltre il pericolo che nei mesi estivi fosse necessario

andare sino a Barletta (38 miglia da Pugnochiuso, pari a 7/8 ore di viaggio).

Occorreva dunque trovare urgentemente una soluzione più sicura. In base

agli studi degli esperti, nel sottosuolo a livello del mare, si trovava una lente

d’acqua dolce. Si trattava di uno strato di acqua, proveniente dalle montagne

dell’interno del Gargano, che galleggiava sull’acqua salmastra più pesante

che penetrava nel sottosuolo a livello del mare. La difficoltà consisteva nel

trovare la posizione più idonea e conveniente per pescare in quella lente: più

si stava a bassa quota meno il pozzo sarebbe costato, ma era anche facile

trovare acqua miscelata e salmastra. Per avere acqua buona bisognava

portarsi più a monte, a una quota superiore, e di conseguenza il pozzo

avrebbe dovuto essere più profondo. L’Agip perforò tre pozzi a quote

diverse e, se i primi due, scavati nei nostri terreni e completati entro la fine

dell’anno, diedero poca acqua leggermente salmastra, i risultati del terzo

furono buoni: fu costruito nel ‘64 lungo la vecchia statale, in località

Cupari18, a una quota superiore e su un terreno non di nostra proprietà. Il

pozzo, profondo circa 400 m, ottenne acqua buona e sufficiente. A

Pugnochiuso, però, l’acqua arrivò solo nel giugno del ‘65, un mese prima

dell’apertura dell’albergo a causa dei tempi tecnici necessari alla

progettazione e costruzione dell’acquedotto dal pozzo al serbatoio previsto

sopra la cittadina. È da tenere presente anche che buona parte delle

tubazioni andava posata su terreni non di proprietà e pertanto occorreva

predisporre anche le pratiche di esproprio. L’acqua in quei tempi era un

grosso problema per tutta la popolazione di Vieste: era sempre poca e

arrivava soltanto per alcune ore. Mia moglie faceva la scorta riempiendo i

vari contenitori e stava molto attenta a non sprecarla. Mi ricordo che una

volta era capitato che arrivassimo a San Donato a notte inoltrata e i miei

figli giocavano e si divertivano ad aprire i rubinetti, stupiti che a quell’ora ci

fosse ancora l’acqua. A Vieste era una cosa che non succedeva mai!

L’acqua scarseggiava talmente tanto che erano sorte delle curiose usanze

locali. Un giorno che dovetti portare mio figlio dal dentista, per esempio,

scoprii che bisognava portare da casa la propria bottiglietta d’acqua per gli

sciacqui! Nel cantiere gli operai bevevano l’acqua che si raccoglieva nelle

varie cisterne che erano costruite nei terreni: a volte venivano a offrirmene

un bicchiere, ma io preferivo tenermi la sete e facevo il pieno quanto

tornavo in ufficio o a casa. L’acqua delle cisterne aveva un profumo molto

particolare, ma i locali erano abituati. Mi ricordo che un giorno ero in

macchina con il geometra Benedetto di Acerenza (Pt) e mi accorsi che aveva

con sé un grosso bottiglione vuoto: doveva riempirlo di acqua di cisterna per

portarlo alla moglie che era in cinta e aveva le voglie di questo tipo d’acqua!

Questo geometra era un personaggio un po’ particolare: ci teneva a

dimostrare, per esempio, che non era un operaio e teneva l’unghia del

mignolo della mano destra spaventosamente lunga per dimostrare che non

faceva lavori manuali.

A luglio avevo fatto picchettare la posizione dell’albergo in base al progetto

degli architetti Chiaia e Napolitano, due progettisti di Bari, ma poi facendo

in barca un’ispezione della costa scoprii che sotto l’albergo, verso la punta

del Faro, c’era una grotta. Dopo averne parlato con gli architetti, decidemmo

di spostare il progetto di 30 m verso la spiaggia e feci una nuova

picchettatura. Il 26 agosto arrivarono a Pugnochiuso con le rispettive mogli

sia l’architetto Chiaia sia il gran capo di Milano. Ci spostammo a Porto

Piatto per vedere meglio l’inserimento della futura costruzione nel

paesaggio dopo che avevo fatto evidenziare i punti estremi del complesso

alberghiero legando dei pezzi di lenzuolo alle piante. Eravamo ancora a

Porto Piatto, era ormai tardo pomeriggio, quando a monte, sulla strada in

costruzione, fecero esplodere una volata di mine. Il vento spostò verso il

mare la nube di polvere bianca calcarea che ci investì in pieno imbrattandoci

tutti nonostante avessimo cercato di ripararci dentro la campagnola.

Nella baia di Pugnochiuso esistevano una vecchia caserma fuori uso della

finanza e una linea telefonica della marina militare che collegava il faro con

Vieste. La Snam aveva richiesto l’autorizzazione di demolire la caserma e di

spostare la linea telefonica a monte della nuova strada. Le autorizzazioni

erano molto lente nell’arrivare perché dovevano passare tra la burocrazia del

Ministero della Difesa. Mentre la caserma non mi dava alcun fastidio, anzi

era un ricovero di cantiere, la linea telefonica era d’impaccio e intralciava i

lavori. Cominciai allora a far buttare giù un paio di pali che poi ripristinavo

immediatamente spostando la linea più a monte. Ogni volta dalla capitaneria

di Manfredonia arrivava una motovedetta a verificare il disservizio, e ogni

volta trovava la linea già ripristinata e le mie scuse riguardanti la poca

manovrabilità dei mezzi pesanti che operavano nei paraggi. Nell’arco di due

o tre mesi avevo fatto tre o quattro interventi del genere e spostai la linea

nella posizione definitiva sempre con le stesse scuse. La guardia marina

accettava le mie scuse ogni volta, facendo finta di niente davanti a una

situazione alquanto evidente. L’autorizzazione del ministero arrivò solo nel

’64 quando il lavoro era già stato fatto.

Nei mesi di settembre e ottobre proseguirono i lavori stradali. Il

tracciamento della strada di accesso all’albergo fu laborioso e dovetti

cambiarlo più volte per infliggere meno danni possibili al paesaggio. Nel

mese di ottobre sospesi il servizio antincendio e usai il personale per

sistemare e potenziare i tratturi, creando una rete di sentieri all’interno dei

nostri terreni che permettessero di raggiungere anche le zone più isolate. Il

27 ottobre ci fu la messa alla cattedrale di Vieste in commemorazione di

Enrico Mattei. Da Foggia era arrivato l’onorevole Russo con parecchio

seguito, fra cui l’avvocato Troiano di Monte Sant’Angelo. Proprio

quest’ultimo mi si avvicinò e mi disse che gli avevano promesso ancora i

pascoli sui nostri terreni. Gentilmente gli risposi che non era assolutamente

possibile: nessuno poteva entrare a causa dei lavori di rimboscamento, in

parte già iniziati in alcune zone.

Il 30 ottobre partii con la famiglia per Milano, dove mi fermai in ufficio sino

all’11 novembre. I lavori per la costruzione dell’albergo furono appaltati

sempre all’Icori che stava già costruendo le strade. Il 12 novembre tornai in

treno a Vieste senza la famiglia e incominciai subito a tracciare

definitivamente i perimetri dei cinque fabbricati dell’albergo per poi

procedere allo sbancamento del terreno e al taglio degli alberi (riuscendo

però a salvarne alcuni anche a 2 metri dal fabbricato). Fu decisa anche la

strada d’accesso e il piazzale di arrivo a quota 37 m sul livello del mare.

Il 28 novembre tornai a Milano, ma già l’1 dicembre ero nuovamente a

Vieste per ultimare i controlli. La prima volata di mine all’albergo fu fatta la

mattina del 9 dicembre a quota 32 m sul livello del mare.

A dicembre successe un fatto abbastanza importante che ha un po’

condizionato la mia carriera e che è stato argomento di commenti e

discussioni al caffè, come, dopo quaranta anni, mi ricordavano alcuni dei

vecchi operai che ho rivisto nella mia ultima visita nel 2003. Voglio

pertanto seguire giorno per giorno sulla mia agenda le varie fasi, così come

le avevo segnate allora.

In quel periodo il tempo era brutto con forti venti di tramontana. La

temperatura di giorno si aggirava intorno all’8/10 gradi. Il 3 dicembre di

ritorno dalla prefettura di Foggia, trovai in albergo l’avvocato Troiano di

Monte Sant’Angelo, che già mi aveva avvicinato durante la messa per

Mattei, il quale mi ripeté che da Roma gli avevano assicurato la possibilità

di avere accesso ai terreni della società come tutti gli anni per la mandria

condotta dal fratello. Ovviamente io ripetei la mia posizione: i pascoli

quest’anno rimanevano chiusi. L’avvocato, però, aveva un piglio sicuro e mi

consigliò di sentire il mio ufficio a Milano. L’indomani mattina chiamai

subito la sede nel capoluogo lombardo che mi confermò che non c’erano

stati cambiamenti di disposizioni. Prima di riattaccare il telefono suggerii di

fare attenzione perché se si permetteva soltanto a uno di rientrare con la

mandria, impedendolo agli altri, sarebbero sorte numerose complicazioni e

pressioni da parte degli esclusi: “O entrano tutti o non entra nessuno!”.

Il 9 dicembre l’avvocato Troiano tornò alla carica affermando che

l’autorizzazione gli era stata data direttamente da Milano. Il tempo era

pessimo e fino a tardi non riuscii a collegarmi con gli uffici lombardi: solo

durante la serata mi giunse la conferma che nulla era cambiato. L’avvocato,

però, non demordeva e mi assicurò che il giorno successivo avrebbe

chiamato personalmente la sede centrale. Il mattino seguente mi accolse una

giornata di mare molto mosso, con ondate che scavalcano il primo isolotto

di Campi e con gli spruzzi che arrivavano sino alla torre dove era situato il

mio ufficio. Nella foresta Umbra stava addirittura nevicando e, su consiglio

dei guardiani, feci rinforzare il servizio di controllo ai confini, perché con il

cattivo tempo c’era maggiore possibilità che le mandrie scendessero a quote

più basse.

L’11 dicembre fu un’altra giornata dal tempo terribile tanto che dovetti

sospendere i lavori. Verso le dieci di mattina un guardiano mi avvisò che la

mandria dell’avvocato Troiano era stata bloccata dalle nostre guardie a

Coppa Guadina mentre cercava di entrare nei nostri confini. Presi

immediatamente la campagnola e salii, insieme con lui, sino a Santa Tecla e

poi proseguii a piedi sotto un’acqua gelida fino a raggiungere il muro a

secco che segnava il confine di là dal quale si trovava la mandria.

L’avvocato Troiano sosteneva che aveva avuto l’autorizzazione a pascolare

del nostro avvocato di Foggia e dal deputato locale che seguiva la nostra

iniziativa. Io risposi duro che gli ordini li prendevo solo dalla Snam. La

tensione crebbe e minacciai di denunciarlo per pascolo abusivo e violazione

di proprietà privata se fosse entrato. Tornato in ufficio, chiamai per ponte

radio Milano da cui ricevetti conferma della chiusura dei pascoli. Solo nel

pomeriggio la mandria ripartì, ritornando sui suoi passi, sotto lo sguardo

attento dei nostri guardiani. Il giorno successivo ripresi normalmente il mio

lavoro, ma l’avvocato tornò alla carica. Troiano era andato a Roma e alle

diciotto mi giunse una telefonata della sede lombarda: il “toscanaccio”,

anche se contrario alla concessione, dovette sottostare all’ordine giunto dalla

direzione Eni di Roma e m’intimava di lasciare entrare la mandria del

fratello dell’avvocato. Io rifiutai di eseguire l’ordine e si scatenò una

violenta litigata. Decisi di non cedere e chiusi il ponte radio dicendo: “Se

davvero vuole che entri solo il Troiano, allora venga giù lei a ordinare e io

faccio le valigie e torno a Milano”. Anni dopo, parlando con alcuni miei

colleghi dei centri periferici Snam collegati con il ponte radio, mi

confermarono di aver seguito le varie fasi della discussione con molta

partecipazione. La mattina del giorno successivo alle sette e mezza

l’avvocato era sotto casa mia che aspettava notizie. Lo feci aspettare perché

dovevo sbrigare alcune questioni in cantiere. Finalmente alle undici arrivò

da Milano l’autorizzazione ufficiale a riaprire i pascoli a tutti i pastori che

volessero rientrare, dopo aver pagato una cauzione. Alle dodici e mezza

allora feci chiamare l’avvocato Troiano avvisandolo che il giorno dopo

avrebbe potuto accedere ai pascoli pagando settecentocinquantamila lire: il

14 dicembre entrò con la sua mandria nel nostro terreno. Anche altre tre

mandrie si unirono nei due giorni successivi anche se più che per necessità

lo fecero per dispetto: anche se avevano già trovato altri pascoli, volevano

dimostrare all’avvocato che loro non erano differenti da lui. L’avvocato

accusò il colpo e, quando lo rincontrai, mi confidò che se avesse saputo che

anche altri avrebbero usufruito di quei pascoli, non avrebbe sollevato tutto

quel polverone.

Sulla mia strada ho incontrato alcune persone, come l’avvocato Troiano, che

cercavano di fare qualcosa che alle persone normali era vietato solo per

sentirsi importanti. Francamente è un atteggiamento che mi ha sempre molto

infastidito e che ho sempre cercato di contrastare. Purtroppo io ho sempre

avuto un carattere un po’ ribelle e non ero molto condiscendente: se una

cosa non la volevo, era molto difficile farmela compiere. Questo mi ha

creato qualche difficoltà, anche se devo dare atto alla Snam di avermi

sempre lasciato libero di esprimermi. Alcuni episodi, oltre al Gargano,

hanno condizionato un po’ la mia carriera, come per esempio la perizia

dell’ex proprietà ISAR in Sardegna, o la ricerca degli uffici per la Padana

Assicurazioni a Montecarlo, o la gestione degli scioperi che alla fine degli

anni ‘70 erano molto frequenti e sentiti19.

Ai primi di dicembre la Snam, restandone comunque la committente, affidò

alla Snam Progetti la D.L. per la costruzione dell’albergo. Il 17 dicembre

arrivò il geometra della Snam Progetti che doveva seguire il cantiere e, con

mia somma gioia, mi ritrovai un carissimo amico: Giovanni Mairani detto

Nino. Con lui avevo lavorato negli anni ‘50 all’ufficio Costruzioni Edili del

Servizio Tecnico 1 della Società Nazionale Metanodotti. Il mio amico era

poi passato con tutto il Servizio Tecnico 1 alla Snam Progetti, quando

questa’ultima fu fondata. In seguito era andato a costruire il villaggio Anic a

Ravenna e c’eravamo un po’ persi di vista. Quando eravamo in ufficio,

assieme eravamo molto uniti e ci chiamavano i “fratelli dinamite” perché,

quando lui era “stubio”20 era peggiore di me ed era opportuno girargli alla

larga. Era un ottimo tecnico e un grande lavoratore. Nel Gargano abbiamo

ravvivato la nostra amicizia. In primavera avrebbe portato a Vieste la sua

famiglia ed io lo aiutai anche a trovare un appartamento. Aveva anche lui

due figli, un maschio e una femmina, così abbiamo fatto un po’ vita in

comune e le nostre mogli sono diventate buone amiche. Ricoprendo due

posizioni professionali differenti abbiamo avuto diversi scontri, ma siccome

ognuno faceva la sua parte con il massimo dell’impegno questi diverbi,

invece che allontanarci, hanno accresciuto la nostra amicizia: non c’era

niente di meglio di una bella bevuta per fare la pace! Nel ‘65 ci perdemmo

di nuovo di vista perché lui tornò a Milano, mentre io rimasi a Vieste sino al

‘68–‘69. Ci siamo ritrovati, però, ancora una volta tutt’e due al Servizio

Immobili della Snam, dove siamo rimasti sino alla pensione. Anche da

pensionati abbiamo continuato a vederci anche con le famiglie, nonostante

lui abitasse fuori Milano. Purtroppo è mancato nel 2006.

continua – 2