ANNO 1963.
Dopo le feste natalizie trascorse in famiglia a San Donato, l’8 gennaio tornai
a Vieste e dovetti impegnarmi molto per organizzare il personale e l’ufficio.
Mi aveva raggiunto un dottore dell’Agip per condurre degli studi sulle
possibilità idriche dei nostri terreni. Questo geologo si chiamava Pavan e
ancora adesso ogni tanto ci incontriamo a San Donato. Era anche uno
studioso e appassionato di archeologia e mentre giravamo per la piana di
Pugnochiuso mi raccontava che la zona era molto interessante dal punto di
vista archeologico perché abitata già nel Neolitico. La zona era ricca di selce
ed era citata come officina per la lavorazione degli attrezzi di pietra anche in
importanti libri di geologia: era facile pertanto trovare in giro delle pietre
lavorate. Ricordo che un giorno mentre camminavamo insieme nell’uliveto,
mi chinai, raccolsi una pietra dalla forma particolare e gliela mostrai. Pavan
lanciò un urlo: “Questa è una meravigliosa punta di pugnale, una pietra così
io l’ho cercata per anni!” Avrei voluto offrirgli la pietra agoniata, ma
nonostante le mie insistenze non ci fu niente da fare: desiderava trovare lui
stesso una pietra simile. Questa pietra la possiedo ancora a casa mia: è lunga
circa 6 cm, con al centro uno spessore di circa 1 cm e si vedono, mi
spiegava il dottore, le lunette fatte con la percussione di altre pietre per
affilare le due facce laterali inclinate che sono ancora abbastanza taglienti.
In un’altra escursione con il dottor Pavan sui nostri terreni, mi capitò di
visitare la torre di guardia di Porto Greco, chiamata anche la torre
dell’Aglio7. Una leggenda narra che proprio da questo edificio, per sfuggire
ai soldati francesi, si fosse gettato con il suo cavallo Ettore Fieramosca,
celebre condottiero italiano che guidò con successo nel 1503 i tredici
cavalieri italiani contro i tredici francesi nella disfida di Barletta, città situata
poco più a Sud. La scala d’accesso al terrazzo di copertura di questo edificio
era molto particolare: era stata realizzata tra due muri, quello a sacco
(riempiti di macerie) esterno e quello interno in pietra. Proprio il muro
esterno, a causa delle infiltrazioni d’acqua, si stava svuotando. Avvisai
subito Milano proponendo di intervenire per risanare il manufatto ma,
poiché non giungevano risposte, decisi di arrangiarmi ed esegui i lavori più
urgenti per fermare il degrado utilizzando alcuni operai di un’impresa locale
che stava lavorando per noi per sistemare la strada sino a Campi. Quando
nel 1965 fu inaugurato l’Albergo del Faro a Pugnochiuso, in questa torre fu
realizzato un locale notturno8. Lungo tutto il litorale si trovavano numerose
altre torri dello stesso tipo: erano avamposti di guardia medioevale utilizzate
per avvistare l’arrivo dei Saraceni. La torre di Porto Greco e quella
successiva però non erano collegate visivamente tra loro. Colpito da questa
stranezza, scommisi con alcune persone del luogo sull’esistenza di un altro
avamposto sopra il faro di Pugnochiuso. Facemmo dunque una ricerca sulla
collina sopra il faro e a quota 90 m sul livello del mare trovai dei resti di
pietra. I successivi rilievi nel terreno confermarono la presenza di resti in
muratura di un’antica torre diroccata. Segni di questa torre si trovavano
anche nelle cartine militari, dove questa località era denominata Torre
Preposti.
Quel mese di febbraio ricordo che fu molto freddo tanto che mi si gelò
anche l’acqua nella camera d’albergo. In quel periodo stavo dirigendo gli
scavi per l’istallazione del villino della Pignone e gli sbancamenti per
realizzare un piazzale dove installare le attrezzature. Anche sulla spiaggia
continuava a piovere e nevicare e con gli scarsi mezzi delle ditte locali ero
nei guai e in netto ritardo sul programma. Ad aggravare la situazione, mi
ricordo che si ruppe anche l’unica pala meccanica che esisteva a Vieste e
dintorni. Venni a sapere che forse ce n’era un’altra a Monte Sant’Angelo,
una località a circa 30 km ma raggiungibile solo percorrendo un’impervia
strada di montagna, impiegandoci quasi due ore. La sera stessa mi feci
accompagnare in quella località da un guardiano di nome Paolo Dinunzio,
una persona molto corretta e disponibile. Con il suo aiuto, sia come autista
sia come traduttore (a volte alcuni locali mi parlavano in dialetto talmente
stretto che mi era difficile comprenderli), e dopo non poche difficoltà,
riuscii a trovare il mezzo e il giorno successivo organizzai il trasporto da
Vieste cosicché in breve tempo potei riprendere il lavoro.
Ai primi di marzo arrivò da Milano il mio diretto superiore, l’ing. Paolo
Birindelli9, per controllare lo stato dei lavori. Il tempo continuava a non
esserci favorevole ma, nonostante tutto, quella mattina caricai gli uomini
sulla campagnola e sul camion dell’impresa. Giunti a Campi, però, le nostre
speranze di poter lavorare dovettero fare i conti con la neve che cadeva fitta.
Non riuscimmo a combinare niente e a metà mattinata ordinai di tornare in
sede. Sulla strada del ritorno il camion scivolò sul fango e uscì dalla strada.
Fortunatamente nessuno si fece male, ma impiegai più di un’ora sotto
un’acqua gelata a cercare di rimorchiarlo con la campagnola. Finalmente
verso l’una rientrammo a Vieste e tornai in ufficio. Ricordo che ero un po’
alterato ed ebbi una reazione piuttosto decisa ed eccessiva nei riguardi del
mio capo che, da buon toscanaccio, mi stava riprendendo un po’
polemicamente per alcune pratiche non bene archiviate. Per fortuna lui ebbe
il buon senso di non rispondere subito a muso duro e, calmate le acque, ci
riappacificammo. Litigate simili erano solite tra noi due, ma almeno uno dei
due riusciva sempre a mantenere il controllo, cosicché poi tutto finiva
davanti a un buon bicchiere di vino. Nonostante i continui diverbi avuti sul
lavoro, tra noi si è instaurato un ottimo rapporto, anche personale, e quando
ci rincontriamo ancora adesso ripensiamo con nostalgia a quelle belle
litigate.
Le varie difficoltà ambientali e le strette scadenze temporali
dell’inaugurazione del centro turistico rendevano la situazione tesa. L’arrivo
del Presidente della Repubblica, l’on. Segni, aveva messo in agitazione tutti
e nel mio ufficio c’era un viavai continuo di persone che venivano a
consultarsi con me per l’organizzazione. Le possibilità per l’arrivo del
Presidente erano due: o via mare in motoscafo da Manfredonia, o in
elicottero da Foggia. L’arrivo in macchina non era stato nemmeno preso in
esame viste le condizioni della strada. Così nel mio ufficio si alternavano il
capo della capitaneria di Manfredonia, con il quale preparai un possibile
sbarco a Campi (facendo costruire un attracco in tubi Innocenti in una zona
della baia abbastanza protetta), e il comandante dell’aeroporto militare di
Foggia, con il quale concordai la costruzione di una piazzola per
l’atterraggio dell’elicottero. Con il responsabile Eni di Bari, infine,
esaminammo le necessità minime di supporto alla cerimonia. Oltre al
montaggio del villino, occorreva allestire una tribuna per le autorità e un
capannone10 dove esporre i plastici della progettazione turistica, che avrebbe
potuto funzionare alla perfezione anche come riparo in caso di cattivo
tempo. Da Milano m’inviarono alcuni operai della Saipem11 ad aiutarmi
nella preparazione delle varie strutture. Per accelerare i tempi, però,
m’inviarono in treno il personale senza gli attrezzi e io dovetti mandare
l’autista a Foggia ad acquistare dei martelli da carpentiere, oggetti del tutto
irreperibili a Vieste. L’ultima settimana arrivarono in visita il Prefetto, il
Questore, il Sindaco e un paio di deputati locali. Tutti furono molto
soddisfatti per il lavoro compiuto, ma erano molto preoccupati per il terreno
fangoso intorno alle strutture, che era stato rovinato dal movimento dei
mezzi durante i lavori. Li rassicurai e, quando la scadenza era ormai alle
porte, inviai con un camion una squadra di giardinieri sui nostri
possedimenti più a monte a scorticare il terreno. In mezza giornata rivestii
tutta l’area rovinata con zolle di prato con addirittura alcuni fiorellini,
mettendo a dimora anche diversi cespugli di rosmarino in fiore. Negli ultimi
giorni era arrivato ad aiutarci anche un piccolo elicottero dell’Agip. Il pilota,
di cui purtroppo non ricordo il nome, mi fece fare diversi voli sulla nostra
zona e mi ricordo che mi chiedeva spesso se ci fossero linee elettriche, non
segnalate perché quando si volava a bassa quota, e magari anche contro sole,
queste costituivano il pericolo più grosso. Purtroppo venni a sapere in
seguito che, nella tragedia del Vajont nell’ottobre di quell’anno, proprio il
suo velivolo precipitò andando ad impattare contro una linea elettrica non
evidenziata.
Finalmente arrivò domenica 31 marzo. Campi pullulava di autorità fin dal
primo mattino. Tutto era pronto e perfetto, ma si alzò un forte vento
improvviso e il mare cominciò a ingrossarsi, così fu ordinato di trasferirsi
alla Camera di Commercio di Foggia dove si sarebbe svolta la cerimonia. A
questa disposizione seguirono momenti caotici, poi tutte le autorità si
mossero fulminee verso Foggia. Io presi un camion, dove feci caricare i
plastici del centro turistico e dell’albergo e li spedii a Foggia promettendo
all’autista una lauta mancia se fosse arrivato in tempo per la cerimonia. Io
rimasi indietro a sistemare alcune cose in cantiere, poi presi la macchina e
partii velocemente per inseguire il camion. Lo incrociai quasi a
Manfredonia, dopo più di 60 km. I due operai che avevo fatto salire sul
cassone per controllare i plastici erano stati male per le curve e la velocità e
avevano vomitato, sporcando tutto. Feci fermare il mezzo all’Agip di
Manfredonia e, pulito tutto, ripartimmo velocissimi. Per fortuna riuscimmo
ad arrivare a Foggia in tempo per la cerimonia e tutto terminò per il meglio.
I mesi successivi, però, non furono meno frenetici. Il primo di aprile tornai a
Milano, dove, dopo qualche giorno di malattia, rientrai in ufficio. Verso
metà aprile ero già sulla strada per Vieste portando con me anche la
famiglia. Con l’aiuto di Dinunzio avevo affittato un appartamento sul lungo
mare Europa, sulla spiaggia Nord di Vieste, verso Peschici. Mia moglie
Licia era stata tutta l’inverno sola con i due piccoli, Andrea di tre anni e
Silvia di due, e pertanto era abbastanza stressata. E anche per me era ora di
riunire la famiglia! Il viaggio fu molto avventuroso. Ero partito da Milano
con mio figlio Andrea che non stava tanto bene perché aveva preso il
morbillo da sua sorella, che era appena guarita dopo quindici giorni di
malattia. Avrei voluto ritardare la partenza, ma il mio capo servizio
continuava a farmi pressioni. Durante la mia malattia il “toscanaccio” era
sceso a Vieste, ma ora doveva tornare, così caricai famiglia e bagagli sul
mio vecchio 1100 Fiat, quello bicolore con le code, e partimmo. A Bologna
mio figlio aveva trentanove di febbre. Tirammo fino a Rimini, ma poi
fummo costretti a fermarci e restammo chiusi in una camera di albergo per
due giorni.
Scesa la febbre, chiamammo un medico che ci assicurò che tutto
era a posto, ma visto il tipo di malattia contagiosa voleva ricoverarlo in
ospedale. Mia moglie, che aveva appena vissuto la malattia di Silvia, avuta
la conferma che non c’erano complicazioni, mi convinse invece a partire.
Sabato 20 aprile finalmente giungemmo a Vieste. Il cambio d’aria fu subito
salutare per i bambini. Il primo maggio li portai tutti in gita a Pugnochiuso:
andammo in campagnola sino a Porto Greco, salimmo a piedi su un sentiero
a picco sul mare e poi scendemmo a Porto Piatto arrivando a Pugnochiuso.
Lì ci fermammo a mangiare al sacco proprio sul sentiero che andava al Faro
e dove adesso si trova l’ingresso dell’Albergo del Faro a quota 37 m sul
livello del mare. Prima di tornare indietro salimmo al faro, dove la moglie
del fanalista ci offrì un ottimo caffè. Durante il ritorno dovetti portare mia
figlia in spalla mentre Andrea sgambettò per tutto il percorso. A ricordo di
questa bella gita feci una fotografia a mia moglie e ai miei figli che ancora
adesso tengo appesa davanti alla scrivania, seppur un po’ scolorita12.
Intanto proseguivano i lavori di rilevazione sia della costa sia del terreno per
la progettazione della nuova strada che avrebbe unito, in un primo momento
Porto Greco e Pugnochiuso e in seguito sarebbe giunta fino a Santa Tecla,
dove si congiungeva con la vecchia litoranea deviata da noi a Campi13.
L’Icori, una grande impresa romana specializzata in lavori stradali e
gallerie, aveva vinto la gara d’appalto tenutasi a Milano per la costruzione
della strada. Aspettando il loro arrivo feci incominciare a sistemare la strada
esistente fino a Porto Greco e ristrutturammo anche la torre di Campi, dove
realizzai il mio nuovo ufficio. Questa torre occuperà sempre un posto
speciale nel mio cuore: ci lavorai dal ‘63 al ’68, data del mio rientro
definitivo a Milano. Era composta di uno stanzone per il personale (formato
da alcune guardie giurate armate, con funzione di guardaboschi per tutela
della proprietà, e da alcuni giardinieri boscaioli), un ufficio per me con vista
panoramica sulle isole nella baia di Campi, un ufficio per altri tre impiegati
e un locale servizio che fungeva anche da spogliatoio per gli operai.
Avevamo installato un gruppo elettrogeno per avere la luce negli uffici e per
far funzionare il ponte radio, unico collegamento con la sede di Milano. Di
quest’aspetto a volte ne approfittai, perché quando sorgevano delle
discussioni con i miei superiori per delle varianti che mi avrebbero causato
dei problemi, facevo spegnere il gruppo elettrogeno per non essere più
contattabile e lo ripristinavo solo quando il lavoro era già stato eseguito. In
questa torre di guardia medioevale ho trascorso uno dei periodi più intensi e
più belli della mia vita e ancora adesso rileggendo gli appunti rivivo con
nostalgia fatti e avvenimenti a essa legati. È ancora vivo in me il ricordo di
quei due isolotti che scorgevo alzando gli occhi dalla mia scrivania. Il primo
era uno scoglio roccioso e piatto ed era perfetto per prendere il sole, si
poteva raggiungere facilmente anche a nuoto dalla spiaggia (bastava avere
tempo). Il secondo era più grande e accogliente con una vegetazione arida
ma sufficiente per far vivere degli animali. Il primo anno che mi trovavo a
Vieste, infatti, un guardiano di nome Giuseppe Delsapio, che era anche un
accanito cacciatore, aveva portato sull’isola una copia di conigli che
avevano prolificato. Da allora ogni tanto faceva una capatina sull’isolotto e
tornava con qualche preda che poi era consumata in compagnia. Anch’io
ebbi l’occasione di partecipare a una di quelle cene.
A metà del mese di maggio cominciarono ad arrivare diversi automezzi
dell’impresa Icori fra i quali un D9: il più grosso caterpillar sul mercato di
allora e dotato di una potenza spaventosa. Su quei terreni alluvionali o di
roccia tenera andava veloce come un treno. Siccome da fermo ci costava al
giorno cinquecentomila lire di allora, feci pressioni all’ufficio di Milano,
che mi forniva il progetto stradale con il contagocce, per riuscire a tracciare
i tratti del percorso stradale sufficienti per non far fermare il D9.
I lavori per l’apertura della sede stradale proseguivano celermente e ogni
paio di giorni mi trovavo con il capo cantiere dell’Icori per contabilizzare i
lavori fatti e definire in ogni sezione stradale le altezze di roccia tenera o
roccia dura. Su alcuni punti, nonostante lunghe discussioni, non riuscimmo
a giungere a un accordo e decidemmo di aspettare l’ingegnere della ditta.
Un giorno un distinto signore sulla sessantina, molto elegante e molto
gentile, arrivò al cantiere. Dopo averlo guidato in un sopralluogo dei lavori
svolti fino a quel momento, lo sollecitai affinché decidessimo i punti lasciati
in sospeso, ma, con mio grande stupore, mi disse che avrebbe guardato la
mia contabilità nel pomeriggio dopo aver offerto il pranzo all’assistente
contrario14. All’inizio pensai a uno scherzo, ma poi, vedendo anche lo stesso
capo cantiere un po’ perplesso, presi le mie carte, salutai e me ne tornai in
ufficio. Telefonai immediatamente alla sede di Milano dicendo che
quell’ingegnere nel mio cantiere non lo volevo più! Così avvenne e tutti i
lavori e i rilievi stradali furono completati con il capo cantiere, che si era
subito scusato dell’incidente, dichiarando che quell’ingegnere era abituato a
trattare con il personale del Genio Civile15. Quando iniziarono anche i lavori
all’albergo, arrivò un altro ingegnere con il quale ebbi normali rapporti di
lavoro. Di questo ingegnere, di cui non ricordo il nome ma la sua nazionalità
tedesca, rammento un episodio. Alla fine di gennaio del 1964 erano iniziati i
lavori all’albergo ed erano giunti da Milano tre geometri della Snam
Progetti. Alla sera i responsabili dell’impresa ed io (la famiglia era rimasta a
Milano per il Natale) ci trovammo dalla solita Tommasina per il pasto
serale, a cui seguiva sempre un giro di grappini al Bar Masanotti. Una sera,
dopo cinque o sei grappini, eravamo rimasti solo io e l’ingegnere capo
cantiere. Usciti dal locale un po’ alticci ci sfidammo a una gara di corsa fino
all’edicola, in fondo alla strada principale: a quel ora la via risultava deserta
e il traffico viabilistico certo non era quello dei nostri giorni. Al via partii di
scatto e, dopo i primi metri, riuscì a staccarlo. L’ingegnere cercò di
riprendermi, tentando di attaccarsi al mio giubbotto, ma scivolò e cadde
rovinosamente slogandosi una spalla. Per una quindicina di giorni girò in
cantiere con il braccio fasciato al collo e gli operai, che avevano saputo
dell’accaduto, non perdevano occasione di indirizzare lazzi e battute allo
sfortunato ingegnere.
Domenica 2 giugno, festa della repubblica, arrivò l’architetto Ratti, uno dei
progettisti del piano generale, e passai tutta la giornata tra Pugnochiuso e
Porto Piatto per vedere la posizione di massima del futuro albergo e la zona
dei villini. Quella festa la passai in cantiere invece che in famiglia. A Vieste
era normale lavorare anche tutti i sabati, se non addirittura qualche
domenica, e anche il mio capo servizio se ne accorse. Per non pagarmi tutti
quegli straordinari, mi promosse dopo due mesi in prima categoria, dove gli
straordinari erano già compresi nello stipendio.
Il 5 giugno il D9 arrivò a girare sopra Porto piatto, ma si trovò la strada
sbarrata da due uomini a cavallo armati di fucile. Il ruspista spaventato mi
corse a chiamare e insieme tornammo sul posto. I due uomini non si erano
mossi. Si trattavano dei fratelli Rignanese, una famiglia di Monte
Sant’Angelo che aveva in affitto tutto l’uliveto di Pugnochiuso, proprietà di
una famiglia napoletana. Quando i nostri avvocati avevano trattato
l’acquisto del terreno per conquistarsi il parere favorevole della famiglia
Rignanese, che come affittuari avrebbero potuto far valere i loro diritti
sull’utilizzo del territorio, avevano promesso i far assumere dalla Snam il
fratello minore come guardaboschi. Ottenuta la firma liberatoria, però, la
questione era rimasta in sospeso. Ora erano fermamente decisi a non far
passare nessuno se non fosse stata mantenuta la promessa fatta. Io non ero a
conoscenza di questi accordi, ma giunsi a un compromesso: se loro ci
lasciavano passare, io avrei subito contattato gli uffici di Milano e se entro
quarantotto ore non mi avessero dato una risposta affermativa, mi sarei
preoccupato io stesso di fermare i lavori. La proposta fu accettata con un
cenno di testa e il D9 proseguì il suo lavoro. Il giorno successivo, in seguito
a mie pressioni, arrivò dalla sede di Milano un telegramma di assunzione e
il buon Rignanese divenne una delle mie guardie più fidate e affidabili.
Quel mese presi anche contatto con la capitaneria di porto di Manfredonia
per avere la concessione di tutte le spiagge sulla nostra proprietà: il litorale,
infatti, era di proprietà del Demanio dello Stato. In quell’occasione scoprii
che non poteva essere assegnata in concessione la totalità della spiaggia, ma
una percentuale in ognuna doveva essere tenuta libera per avere accesso alla
battigia. Un altro lavoro che stavo affrontando in quegli stessi giorni era
quello di rendere più agibile tutti i sentieri e i tratturi che con la forestale e
con i nostri guardiani stavo trovando. Questo duro lavoro si rivelò, in
seguito, particolarmente utile perché ci permetteva di accedere velocemente
alle nostre aree interne in caso d’incendio.
La mia famiglia si adattava come poteva agli usi locali, spesso totalmente
distanti dai nostri. Mia moglie soprattutto faceva molta fatica. Di giorno non
si vedevano in giro donne, i negozi avevano poca varietà di merce e nel
pomeriggio aprivano solo dopo le diciotto. A volte per avere le cose fresche
si doveva aspettare l’asino che arrivava dalla campagna solo verso sera, alle
diciannove. Nel pomeriggio mia moglie usciva con i bambini e si sedeva
sulle panchine dei giardini a lavorare a maglia: unica donna in mezzo a
vecchi pescatori. Era, infatti, tradizione locale che le donne e i bambini di
buona famiglia uscissero solo la sera dopo le diciotto, anche in inverno. Era
difficile capire tutte le usanze del luogo e spesso ci si sentiva come degli
estranei: “Tu puoi uscire tranquillamente quando vuoi perché sei una
straniera!”. Questa frase Licia se la sentiva ripetere spesso dalla donna che
veniva a fare i mestieri a casa nostra. Usanze e superstizioni proliferavano in
quest’ambiente e mi ricordo che questa donna, quando il secondo anno
cambiammo casa andando ad abitare al settimo piano dell’unica palazzina
con l’ascensore, non saliva mai con l’ascensore quando aveva le
mestruazioni perché lo considerava pericoloso. Altri episodi esemplificativi
mi vengono in mente. Un giorno il sindaco di Vieste, un maestro di scuola
che si chiamava Ragno con il quale ho sempre avuto un ottimo rapporto
collaborativo, mi aveva dato il nominativo di un operaio, padre di tre figli,
che aveva bisogno di lavorare. Io informai il capo cantiere dell’Icori che
stava assumendo personale per i lavori stradali, aggiungendo quel nome alla
lista. Dopo qualche giorno andando al lavoro, incontrai uno che mi salutava
con ampi inchini, ma siccome tutti erano molto gentili con me, non detti
molto peso alla cosa e ricambiai i saluti com’ero abituato a fare. Qualche
giorno dopo, tornando a casa per pranzo, trovai mia moglie piuttosto agitata:
mio figlio era andato ad aprire la porta e qualcuno gli aveva messo in mano
due galline vive, con le zampe legate, ed era scappato via senza dire niente.
Andrea stupito chiamò la mamma che, non sapendo cosa fare, mise le
galline sul balcone. Per capire cosa stava accadendo chiamai subito
Dinunzio, pregandolo di fare una piccola indagine. Dopo una breve ricerca
scoprì che l’omaggio proveniva da quell’operaio che avevo fatto assumere.
Dissi allora a Dinunzio di riprendere le galline e riportarle al proprietario,
ringraziandolo e rassicurandolo: poteva lavorare tranquillo, non mi doveva
nulla. Due giorni dopo, però, una ragazzina mi lasciò sulla porta di casa una
torta e una bottiglia di Marsala, scappando subito com’era successo la volta
prima. Seguendo il consiglio di Dinunzio, consumai il regalo. Il
pover’uomo, però, sembrava ancora preoccupato di trovare qualcosa d’altro
con cui rendermi omaggio, allora un giorno mi feci forza e, facendo una
faccia feroce, fermai l’operaio minacciandolo di non azzardarsi più a
mandarmi a casa qualcosa. In questo modo un po’ brusco risolsi il
problema.
Domenica 30 giugno giunse da Milano mio padre in treno e si fermò con noi
una settimana. Era un buon camminatore e spesso portò i bambini a spasso.
Girò tutta la parte vecchia di Vieste e alla fine la conosceva addirittura
meglio di me! Uno degli ultimi giorni riuscii anche a portarlo a fare un giro
in foresta Umbra e a Monte Sant’Angelo. Erano zone particolarmente belle
che finora neppure io avevo avuto occasione di visitare con gli occhi del
turista. A parte la visita alla basilica e alla grotta dell’Angelo, mi ricordo che
al ritorno percorsi una strada secondaria che scendeva direttamente su
Mattinata con vista mare in mezzo a una fioritura di ginestre e rosmarini.
Uno spettacolo di cui mi sembra di sentire ancora il profumo.
23
In quel periodo avevo cominciato ad andare al comando dell’aeronautica di
Vieste e mi feci mandare giornalmente i dati meteorologici che tenevo
aggiornati sulla mia agenda, forse più per curiosità che per vera utilità: la
forza del mare, la direzione del vento, la copertura del cielo, la temperatura
e l’umidità.
Una domenica, verso la fine di luglio, portai la famiglia a fare una gita alle
isole Tremiti. Il servizio era assicurato da una vecchia motonave, la Pola,
che partiva da Manfredonia e, con scalo a Vieste e a Rodi Garganico,
attraccava all’isola di San Nicola e poi arrivava sino a Termoli, sulla costa
del Molise, ripartendo nel tardo pomeriggio. La motonave, però, non poteva
attraccare a Vieste perché non esisteva allora un porto adeguato e il fondale
dove attraccavano i pescherecci era troppo basso. Si fermava allora al largo,
nella zona dopo il faro, e occorreva farsi portare dalle barche fin sotto la
nave. Il mattino mi feci accompagnare dal fidato Dinunzio fissandogli poi
appuntamento per venirci a riprendere al ritorno. La gita fu molto piacevole.
Mangiammo in una trattoria a San Nicola e poi nel pomeriggio facemmo
con una barca il giro delle isole visitando alcune grotte. Nel tardo
pomeriggio riprendemmo la Pola per tornare a Vieste. Il viaggio andò bene
fino a Rodi: quando fummo all’altezza di Peschici, infatti, incontrammo il
mare grosso proveniente da levante e la nave incominciò a ballare. La
motonave era un po’ troppo leggera16 e dovette diminuire notevolmente la
velocità. Arrivammo a Vieste che era già quasi buio e la guardia, che ci
aspettava da ore, era un po’ preoccupata. Il trasbordo fu molto laborioso e
benché la barca si fosse messa sottovento, bisognava fare attenzione che non
sbattesse sui fianchi della nave. Mi ricordo che io stavo aggrappato in fondo
alla scaletta della nave con in braccio un figlio e aspettavo che la barca, con
i movimenti del mare, arrivasse alla mia altezza per passare mio figlio nelle
braccia di Dinunzio, affinché lo sistemasse subito sul fondo. Dopo i figli
passai fra le sue braccia anche la moglie e infine saltai pure io nella barca.
Finalmente tornammo sulla terra ferma. I miei figli in tutto quel trambusto
alla fine si erano divertiti, un po’ meno mia moglie che dopo
quell’esperienza, per un po’ di tempo, decise di non a salire su una barca.
Ormai il caldo della piena estate si faceva sentire e tutti i pastori avevano
lasciato il casone di Santa Tecla per salire con le greggi in foresta Umbra.
Prima di lasciarli partire confermai nuovamente che l’anno successivo i
pascoli non sarebbero più stati aperti.
La secca e calda estate garganica portava con sé un ospite sgradito, ma
purtroppo abituale di quelle zone: il fuoco, il periodo degli incendi stava
cominciando. Affidandomi all’esperienza degli abitanti locali e nonostante
la ritrosia della sede di Milano, che avrebbe voluto risparmiare sul
personale, avevo predisposto un servizio antincendio con tre punti fissi di
guardia dai quali si controllava tutta la proprietà e dove tenevo il personale
giorno e notte per avere subito la segnalazione degli incendi su cui si poteva
intervenire immediatamente. Avevo sollecitato dei radiotelefoni per
comunicare tra i punti di guardia, ma le mie richieste furono vane e
dovemmo arrangiarci come potemmo con molta fantasia: colpi di fucile,
lampade di notte e specchietti di giorno. L’importante era segnalare
l’incendio il più velocemente possibile. Il fuoco non si fece attendere. Il 30
luglio il nostro personale presente sulla zona della cala di San Felice, lungo i
nostri confini verso la testa del Gargano, spense prontamente le fiamme che
si stavano sviluppando. Il 2 agosto bruciò un ettaro di bosco nella valle della
Lupara. Il 9 agosto ci fu un incendio a Coppa Grande e il 15, nuovamente
nell’area di San Felice, andarono in fumo tre ettari di bosco. La sera del 6
settembre verso le dieci ci fu la segnalazione di quattro incendi sopra
Campi, verso il Tuppo del Perazzo. Diressi l’intervento partendo da Vieste
con due campagnole, un pulmino e trenta operai: attaccati in vari punti dalle
quattro squadre che avevo formato, gli incendi resistettero fino alle tre di
notte. Il giorno seguente sporsi denuncia per incendio doloso contro ignoti.
Per fortuna dal primo agosto il personale era aumentato nel mio ufficio. A
noi si era aggiunto il ragioniere Giovanni Pellegrino, un viestiano che dopo
alcuni mesi passati al Servizio Amministrativo di San Donato, era stato
trasferito dalla Snam nel mio cantiere. Mi ricordo che l’autoreparto di San
Donato gli consegnò la seconda campagnola che aspettavo con ansia. Partì
con quella per Vieste, dove arrivò un po’ acciaccato (dopo 800 km). Era un
giovane pieno di entusiasmo e mi fu di grande aiuto per organizzare
l’ufficio. La sua esuberanza e le numerose iniziative che intraprendeva (che
a volte dovevo arginare) lo contrapponevano agli altri due nuovi aiutanti, il
geometra Benedetto di Acerenza (Pt) e il perito agrario Rinella di Cerignola
(Fg), che invece spesso dovevo spingere. Nello stesso periodo giunse anche
un operaio comune, che impiegai come assistente nei lavori stradali, e una
guardia giurata, il già nominato Rignanese.
Un altro problema sempre pressante e prioritario era quello dell’acqua e
dell’allacciamento idrico dell’albergo. L’acquedotto di Vieste, infatti, era
insufficiente e collegarsi con l’acquedotto pugliese comportava grossi
problemi tecnici. Fin dall’inizio i tecnici dell’Agip si misero a studiare le
vene idriche sotterranee, ma si rivelò un lavoro lungo e difficile. Con la
capitaneria esaminai la possibilità, almeno iniziale, di trasportare l’acqua
con una bettolina17 che portava 2000 mc. Si sarebbe potuta caricare a
Manfredonia, ma con le tubazioni esistenti ci volevano quasi due giorni solo
per il carico! C’era inoltre il pericolo che nei mesi estivi fosse necessario
andare sino a Barletta (38 miglia da Pugnochiuso, pari a 7/8 ore di viaggio).
Occorreva dunque trovare urgentemente una soluzione più sicura. In base
agli studi degli esperti, nel sottosuolo a livello del mare, si trovava una lente
d’acqua dolce. Si trattava di uno strato di acqua, proveniente dalle montagne
dell’interno del Gargano, che galleggiava sull’acqua salmastra più pesante
che penetrava nel sottosuolo a livello del mare. La difficoltà consisteva nel
trovare la posizione più idonea e conveniente per pescare in quella lente: più
si stava a bassa quota meno il pozzo sarebbe costato, ma era anche facile
trovare acqua miscelata e salmastra. Per avere acqua buona bisognava
portarsi più a monte, a una quota superiore, e di conseguenza il pozzo
avrebbe dovuto essere più profondo. L’Agip perforò tre pozzi a quote
diverse e, se i primi due, scavati nei nostri terreni e completati entro la fine
dell’anno, diedero poca acqua leggermente salmastra, i risultati del terzo
furono buoni: fu costruito nel ‘64 lungo la vecchia statale, in località
Cupari18, a una quota superiore e su un terreno non di nostra proprietà. Il
pozzo, profondo circa 400 m, ottenne acqua buona e sufficiente. A
Pugnochiuso, però, l’acqua arrivò solo nel giugno del ‘65, un mese prima
dell’apertura dell’albergo a causa dei tempi tecnici necessari alla
progettazione e costruzione dell’acquedotto dal pozzo al serbatoio previsto
sopra la cittadina. È da tenere presente anche che buona parte delle
tubazioni andava posata su terreni non di proprietà e pertanto occorreva
predisporre anche le pratiche di esproprio. L’acqua in quei tempi era un
grosso problema per tutta la popolazione di Vieste: era sempre poca e
arrivava soltanto per alcune ore. Mia moglie faceva la scorta riempiendo i
vari contenitori e stava molto attenta a non sprecarla. Mi ricordo che una
volta era capitato che arrivassimo a San Donato a notte inoltrata e i miei
figli giocavano e si divertivano ad aprire i rubinetti, stupiti che a quell’ora ci
fosse ancora l’acqua. A Vieste era una cosa che non succedeva mai!
L’acqua scarseggiava talmente tanto che erano sorte delle curiose usanze
locali. Un giorno che dovetti portare mio figlio dal dentista, per esempio,
scoprii che bisognava portare da casa la propria bottiglietta d’acqua per gli
sciacqui! Nel cantiere gli operai bevevano l’acqua che si raccoglieva nelle
varie cisterne che erano costruite nei terreni: a volte venivano a offrirmene
un bicchiere, ma io preferivo tenermi la sete e facevo il pieno quanto
tornavo in ufficio o a casa. L’acqua delle cisterne aveva un profumo molto
particolare, ma i locali erano abituati. Mi ricordo che un giorno ero in
macchina con il geometra Benedetto di Acerenza (Pt) e mi accorsi che aveva
con sé un grosso bottiglione vuoto: doveva riempirlo di acqua di cisterna per
portarlo alla moglie che era in cinta e aveva le voglie di questo tipo d’acqua!
Questo geometra era un personaggio un po’ particolare: ci teneva a
dimostrare, per esempio, che non era un operaio e teneva l’unghia del
mignolo della mano destra spaventosamente lunga per dimostrare che non
faceva lavori manuali.
A luglio avevo fatto picchettare la posizione dell’albergo in base al progetto
degli architetti Chiaia e Napolitano, due progettisti di Bari, ma poi facendo
in barca un’ispezione della costa scoprii che sotto l’albergo, verso la punta
del Faro, c’era una grotta. Dopo averne parlato con gli architetti, decidemmo
di spostare il progetto di 30 m verso la spiaggia e feci una nuova
picchettatura. Il 26 agosto arrivarono a Pugnochiuso con le rispettive mogli
sia l’architetto Chiaia sia il gran capo di Milano. Ci spostammo a Porto
Piatto per vedere meglio l’inserimento della futura costruzione nel
paesaggio dopo che avevo fatto evidenziare i punti estremi del complesso
alberghiero legando dei pezzi di lenzuolo alle piante. Eravamo ancora a
Porto Piatto, era ormai tardo pomeriggio, quando a monte, sulla strada in
costruzione, fecero esplodere una volata di mine. Il vento spostò verso il
mare la nube di polvere bianca calcarea che ci investì in pieno imbrattandoci
tutti nonostante avessimo cercato di ripararci dentro la campagnola.
Nella baia di Pugnochiuso esistevano una vecchia caserma fuori uso della
finanza e una linea telefonica della marina militare che collegava il faro con
Vieste. La Snam aveva richiesto l’autorizzazione di demolire la caserma e di
spostare la linea telefonica a monte della nuova strada. Le autorizzazioni
erano molto lente nell’arrivare perché dovevano passare tra la burocrazia del
Ministero della Difesa. Mentre la caserma non mi dava alcun fastidio, anzi
era un ricovero di cantiere, la linea telefonica era d’impaccio e intralciava i
lavori. Cominciai allora a far buttare giù un paio di pali che poi ripristinavo
immediatamente spostando la linea più a monte. Ogni volta dalla capitaneria
di Manfredonia arrivava una motovedetta a verificare il disservizio, e ogni
volta trovava la linea già ripristinata e le mie scuse riguardanti la poca
manovrabilità dei mezzi pesanti che operavano nei paraggi. Nell’arco di due
o tre mesi avevo fatto tre o quattro interventi del genere e spostai la linea
nella posizione definitiva sempre con le stesse scuse. La guardia marina
accettava le mie scuse ogni volta, facendo finta di niente davanti a una
situazione alquanto evidente. L’autorizzazione del ministero arrivò solo nel
’64 quando il lavoro era già stato fatto.
Nei mesi di settembre e ottobre proseguirono i lavori stradali. Il
tracciamento della strada di accesso all’albergo fu laborioso e dovetti
cambiarlo più volte per infliggere meno danni possibili al paesaggio. Nel
mese di ottobre sospesi il servizio antincendio e usai il personale per
sistemare e potenziare i tratturi, creando una rete di sentieri all’interno dei
nostri terreni che permettessero di raggiungere anche le zone più isolate. Il
27 ottobre ci fu la messa alla cattedrale di Vieste in commemorazione di
Enrico Mattei. Da Foggia era arrivato l’onorevole Russo con parecchio
seguito, fra cui l’avvocato Troiano di Monte Sant’Angelo. Proprio
quest’ultimo mi si avvicinò e mi disse che gli avevano promesso ancora i
pascoli sui nostri terreni. Gentilmente gli risposi che non era assolutamente
possibile: nessuno poteva entrare a causa dei lavori di rimboscamento, in
parte già iniziati in alcune zone.
Il 30 ottobre partii con la famiglia per Milano, dove mi fermai in ufficio sino
all’11 novembre. I lavori per la costruzione dell’albergo furono appaltati
sempre all’Icori che stava già costruendo le strade. Il 12 novembre tornai in
treno a Vieste senza la famiglia e incominciai subito a tracciare
definitivamente i perimetri dei cinque fabbricati dell’albergo per poi
procedere allo sbancamento del terreno e al taglio degli alberi (riuscendo
però a salvarne alcuni anche a 2 metri dal fabbricato). Fu decisa anche la
strada d’accesso e il piazzale di arrivo a quota 37 m sul livello del mare.
Il 28 novembre tornai a Milano, ma già l’1 dicembre ero nuovamente a
Vieste per ultimare i controlli. La prima volata di mine all’albergo fu fatta la
mattina del 9 dicembre a quota 32 m sul livello del mare.
A dicembre successe un fatto abbastanza importante che ha un po’
condizionato la mia carriera e che è stato argomento di commenti e
discussioni al caffè, come, dopo quaranta anni, mi ricordavano alcuni dei
vecchi operai che ho rivisto nella mia ultima visita nel 2003. Voglio
pertanto seguire giorno per giorno sulla mia agenda le varie fasi, così come
le avevo segnate allora.
In quel periodo il tempo era brutto con forti venti di tramontana. La
temperatura di giorno si aggirava intorno all’8/10 gradi. Il 3 dicembre di
ritorno dalla prefettura di Foggia, trovai in albergo l’avvocato Troiano di
Monte Sant’Angelo, che già mi aveva avvicinato durante la messa per
Mattei, il quale mi ripeté che da Roma gli avevano assicurato la possibilità
di avere accesso ai terreni della società come tutti gli anni per la mandria
condotta dal fratello. Ovviamente io ripetei la mia posizione: i pascoli
quest’anno rimanevano chiusi. L’avvocato, però, aveva un piglio sicuro e mi
consigliò di sentire il mio ufficio a Milano. L’indomani mattina chiamai
subito la sede nel capoluogo lombardo che mi confermò che non c’erano
stati cambiamenti di disposizioni. Prima di riattaccare il telefono suggerii di
fare attenzione perché se si permetteva soltanto a uno di rientrare con la
mandria, impedendolo agli altri, sarebbero sorte numerose complicazioni e
pressioni da parte degli esclusi: “O entrano tutti o non entra nessuno!”.
Il 9 dicembre l’avvocato Troiano tornò alla carica affermando che
l’autorizzazione gli era stata data direttamente da Milano. Il tempo era
pessimo e fino a tardi non riuscii a collegarmi con gli uffici lombardi: solo
durante la serata mi giunse la conferma che nulla era cambiato. L’avvocato,
però, non demordeva e mi assicurò che il giorno successivo avrebbe
chiamato personalmente la sede centrale. Il mattino seguente mi accolse una
giornata di mare molto mosso, con ondate che scavalcano il primo isolotto
di Campi e con gli spruzzi che arrivavano sino alla torre dove era situato il
mio ufficio. Nella foresta Umbra stava addirittura nevicando e, su consiglio
dei guardiani, feci rinforzare il servizio di controllo ai confini, perché con il
cattivo tempo c’era maggiore possibilità che le mandrie scendessero a quote
più basse.
L’11 dicembre fu un’altra giornata dal tempo terribile tanto che dovetti
sospendere i lavori. Verso le dieci di mattina un guardiano mi avvisò che la
mandria dell’avvocato Troiano era stata bloccata dalle nostre guardie a
Coppa Guadina mentre cercava di entrare nei nostri confini. Presi
immediatamente la campagnola e salii, insieme con lui, sino a Santa Tecla e
poi proseguii a piedi sotto un’acqua gelida fino a raggiungere il muro a
secco che segnava il confine di là dal quale si trovava la mandria.
L’avvocato Troiano sosteneva che aveva avuto l’autorizzazione a pascolare
del nostro avvocato di Foggia e dal deputato locale che seguiva la nostra
iniziativa. Io risposi duro che gli ordini li prendevo solo dalla Snam. La
tensione crebbe e minacciai di denunciarlo per pascolo abusivo e violazione
di proprietà privata se fosse entrato. Tornato in ufficio, chiamai per ponte
radio Milano da cui ricevetti conferma della chiusura dei pascoli. Solo nel
pomeriggio la mandria ripartì, ritornando sui suoi passi, sotto lo sguardo
attento dei nostri guardiani. Il giorno successivo ripresi normalmente il mio
lavoro, ma l’avvocato tornò alla carica. Troiano era andato a Roma e alle
diciotto mi giunse una telefonata della sede lombarda: il “toscanaccio”,
anche se contrario alla concessione, dovette sottostare all’ordine giunto dalla
direzione Eni di Roma e m’intimava di lasciare entrare la mandria del
fratello dell’avvocato. Io rifiutai di eseguire l’ordine e si scatenò una
violenta litigata. Decisi di non cedere e chiusi il ponte radio dicendo: “Se
davvero vuole che entri solo il Troiano, allora venga giù lei a ordinare e io
faccio le valigie e torno a Milano”. Anni dopo, parlando con alcuni miei
colleghi dei centri periferici Snam collegati con il ponte radio, mi
confermarono di aver seguito le varie fasi della discussione con molta
partecipazione. La mattina del giorno successivo alle sette e mezza
l’avvocato era sotto casa mia che aspettava notizie. Lo feci aspettare perché
dovevo sbrigare alcune questioni in cantiere. Finalmente alle undici arrivò
da Milano l’autorizzazione ufficiale a riaprire i pascoli a tutti i pastori che
volessero rientrare, dopo aver pagato una cauzione. Alle dodici e mezza
allora feci chiamare l’avvocato Troiano avvisandolo che il giorno dopo
avrebbe potuto accedere ai pascoli pagando settecentocinquantamila lire: il
14 dicembre entrò con la sua mandria nel nostro terreno. Anche altre tre
mandrie si unirono nei due giorni successivi anche se più che per necessità
lo fecero per dispetto: anche se avevano già trovato altri pascoli, volevano
dimostrare all’avvocato che loro non erano differenti da lui. L’avvocato
accusò il colpo e, quando lo rincontrai, mi confidò che se avesse saputo che
anche altri avrebbero usufruito di quei pascoli, non avrebbe sollevato tutto
quel polverone.
Sulla mia strada ho incontrato alcune persone, come l’avvocato Troiano, che
cercavano di fare qualcosa che alle persone normali era vietato solo per
sentirsi importanti. Francamente è un atteggiamento che mi ha sempre molto
infastidito e che ho sempre cercato di contrastare. Purtroppo io ho sempre
avuto un carattere un po’ ribelle e non ero molto condiscendente: se una
cosa non la volevo, era molto difficile farmela compiere. Questo mi ha
creato qualche difficoltà, anche se devo dare atto alla Snam di avermi
sempre lasciato libero di esprimermi. Alcuni episodi, oltre al Gargano,
hanno condizionato un po’ la mia carriera, come per esempio la perizia
dell’ex proprietà ISAR in Sardegna, o la ricerca degli uffici per la Padana
Assicurazioni a Montecarlo, o la gestione degli scioperi che alla fine degli
anni ‘70 erano molto frequenti e sentiti19.
Ai primi di dicembre la Snam, restandone comunque la committente, affidò
alla Snam Progetti la D.L. per la costruzione dell’albergo. Il 17 dicembre
arrivò il geometra della Snam Progetti che doveva seguire il cantiere e, con
mia somma gioia, mi ritrovai un carissimo amico: Giovanni Mairani detto
Nino. Con lui avevo lavorato negli anni ‘50 all’ufficio Costruzioni Edili del
Servizio Tecnico 1 della Società Nazionale Metanodotti. Il mio amico era
poi passato con tutto il Servizio Tecnico 1 alla Snam Progetti, quando
questa’ultima fu fondata. In seguito era andato a costruire il villaggio Anic a
Ravenna e c’eravamo un po’ persi di vista. Quando eravamo in ufficio,
assieme eravamo molto uniti e ci chiamavano i “fratelli dinamite” perché,
quando lui era “stubio”20 era peggiore di me ed era opportuno girargli alla
larga. Era un ottimo tecnico e un grande lavoratore. Nel Gargano abbiamo
ravvivato la nostra amicizia. In primavera avrebbe portato a Vieste la sua
famiglia ed io lo aiutai anche a trovare un appartamento. Aveva anche lui
due figli, un maschio e una femmina, così abbiamo fatto un po’ vita in
comune e le nostre mogli sono diventate buone amiche. Ricoprendo due
posizioni professionali differenti abbiamo avuto diversi scontri, ma siccome
ognuno faceva la sua parte con il massimo dell’impegno questi diverbi,
invece che allontanarci, hanno accresciuto la nostra amicizia: non c’era
niente di meglio di una bella bevuta per fare la pace! Nel ‘65 ci perdemmo
di nuovo di vista perché lui tornò a Milano, mentre io rimasi a Vieste sino al
‘68–‘69. Ci siamo ritrovati, però, ancora una volta tutt’e due al Servizio
Immobili della Snam, dove siamo rimasti sino alla pensione. Anche da
pensionati abbiamo continuato a vederci anche con le famiglie, nonostante
lui abitasse fuori Milano. Purtroppo è mancato nel 2006.
continua – 2



