Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.
ANNO 1964.
Dopo le feste partii per una vacanza in montagna con la famiglia e
andammo a sciare a Peio in val Brembana. Ritornai in ufficio il 6 gennaio
per sbrigare le ultime necessità prima del mio nuovo viaggio nel Gargano.
Avendo un mesetto da passare a Milano avevo anche prenotato la nuova Fiat
1300 sperando di scendere a Vieste con quella, ma i tempi della mia
partenza si dovettero affrettare. A Vieste era successo un incidente e la sera
del 23 partì con il treno.
Durante la mia assenza era andato in cantiere il “toscanaccio”, il mio
superiore diretto, e aveva dato disposizione di abbassare una sbarra posta
sulla strada a Campi, proprio all’inizio del cantiere, con un cartello
“proprietà privata”, “lavori in corso”. Io avevo fatto tenere quella sbarra
sempre alzata, perché era una zona poco illuminata e ritenevo che, specie la
sera, potesse essere pericoloso. Nel tardo pomeriggio del 21 gennaio un
operaio in moto, che sembra andasse a fare pesca di frodo con le bombe,
andò a sbattere contro la sbarra e fu ricoverato all’ospedale con una
prognosi di ventun giorni per trauma cranico e due molari rotti. La cosa
andò avanti dei mesi tra carabinieri e avvocati, per poi finire con un
riconoscimento da parte della Snam del danno subito dall’incauto guidatore.
I lavori, in mezzo a tutto questo trambusto, continuavano, sia quelli per lo
scavo dell’albergo, sia quelli per la sede stradale, e si ridefinirono anche i
confini che, specie a Campi, non erano stati bene delimitati.
A fine febbraio tornai a Milano a prendere la famiglia e il 2 marzo con la
macchina nuova riprendemmo la solita strada. La vita di quei mesi scorreva
regolare, quasi monotona per mia moglie. A vivacizzare un po’ l’ambiente
ci pensò un mio guardiano, il cacciatore Giuseppe Delsapio, che regalò ai
miei figli un cucciolo di cane. Mia figlia Silvia ne era particolarmente
entusiasta e lo portava in giro nel carrello della spesa. A quel cane
simpaticissimo, i miei figli misero nome Bissi21. Il cane aveva per padre un
bellissimo bracco italiano e per madre un segugio dalla quale aveva
ereditato delle orecchie lunghissime che, quando correva, sembravano ali.
Bissi restò a casa nostra parecchi anni rimanendo con i guardiani ogni volta
che tornavamo a Milano.
Nel ‘68, però, quando arrivammo a Vieste, non lo
trovammo più e i miei guardiani mi dissero che era stato portato via da
alcuni cacciatori. Durante i miei soggiorni a Vieste Bissi mi seguiva sempre
al cantiere e, quando io stavo in ufficio, lui si accomodava sulla poltrona,
proprio davanti alla mia scrivania. Un giorno era venuto in visita il grande
capo, l’ing. Limiroli, e dopo aver girato i cantieri, verso sera rientrammo nel
mio ufficio perché aveva bisogno di telefonare a Roma. Durante la
chiamata, l’ingegnere si era seduto sul bordo della poltrona tutto sporto in
avanti e con il gomito appoggiato sulla scrivania. Bissi entrò nell’ufficio
qualche minuto dopo da un suo giretto, guardò la sua poltrona e, senza
chiedere il permesso, s’infilò nello spazio vuoto alle spalle del gran capo:
con un colpo di reni ben assestato, mandò l’ignaro occupante abusivo a
sedere per terra, con il braccio che impugnava la cornetta del telefono
ancora alzato, appoggiato sulla scrivania. Il mio cane non fu mai molto
simpatico al grande capo!
Il cantiere nel frattempo procedeva bene e a fine marzo gettammo i primi
pilastri. I lavori erano stati completati raggiungendo circa 30.000 mc di
scavi in roccia e a fine aprile fu gettato il solaio a quota 26,50 m. Altri due
geometri della Snam Progetti erano arrivati nel frattempo in aiuto al mio
amico per seguire la D.L. dell’albergo. I rapporti con loro sono sempre stati
buoni, anche se, rappresentando la committenza, ogni tanto avevamo degli
scontri. Tutto, però, finiva sempre in una bevuta in compagnia. Sempre a
marzo era iniziata anche la costruzione della massicciata stradale che
collegava Campi con Pugnochiuso. Dopo quaranta anni, ripercorrendo in
macchina la strada, ho avuto il piacere di notare che si era conservata bene.
La maggior parte della strada era stata realizzata a mezza costa22, ma in tutti
quegli anni non aveva avuto cedimenti: era stata molto curata, soprattutto
l’assestamento e la rullatura della parte in rilevato della strada. In
quell’epoca le strade si facevano in semipenetrazione con uno spessore di
15–20 cm ed erano composte di tre strati di pietre di diversa pezzatura e
legati tra loro con catrame spruzzato a caldo in loco, previo passaggio
alternato dei rulli compressori, e con uno strato finale di graniglia. La cosa
più importante era che il pietrisco fosse siliceo e non calcareo: il secondo,
infatti, era molto più tenero e non era adatto perché rendeva il manto
stradale più fragile. La massicciata così composta, alla fine, formava un
blocco omogeneo. Per assicurare l’ottima riuscita del manto stradale, oltre
alla perfetta realizzazione della fondazione della sede stradale, occorreva un
controllo continuo delle varie fasi delle operazioni e dei materiali impiegati.
Dopo un breve corso accelerato, promossi sul campo a “assistente lavori”
quell’operaio appena assunto. Si chiamava Nobile, il nome non me lo
ricordo. Aveva la licenza media e sui lavori era molto preciso e attivo: anche
lui mi è stato di aiuto. Insieme alle mie agende, infatti, trovai il Giornale dei
lavori che gli avevo fatto tenere nel ’64: sembrava stampato al confronto
con le mie annotazioni su tutte le anomalie riscontrate che scrivevo nelle
colonne riservate alla D. L. Sulla base delle segnalazioni di Nobile poi,
invitavo l’impresa a provvedere alla sistemazione o al rifacimento di ciò che
era stato fatto male.
La strada di accesso all’albergo, adesso così piacevole, mi ha creato un po’
di difficoltà e dovetti spostare il suo percorso parecchie volte per cercare di
salvare gli ulivi secolari che crescevano disordinati sul terreno. Nonostante
tutti i miei sforzi, ho dovuto abbatterne tre piante, ma, su consiglio di un
giardiniere, li ho capitozzati23 completamente e li ho fatti trapiantare con
l’escavatore: dopo quaranta anni ho avuto il piacere di riconoscerli e
fotografarli con il loro tronco contorto e maestoso e una ramificazione
abbastanza giovane.
Riavvicinandosi la stagione calda, il problema incendi tornava all’ordine del
giorno. Feci montare due torri con tubi Innocenti in posizione tale da poter
controllare tutta la proprietà e segnalare in tempo il pericolo: ormai mi ero
reso conto che per fermare gli incendi era necessario intervenire nelle prime
ore! Sull’organizzazione dei gruppi antincendio ebbi, come l’anno
precedente, uno scontro con la direzione di Milano che per risparmiare
voleva che ponessi un solo guardiano sulle postazioni. Io, invece, organizzai
tutte le squadre, anche quelle volanti, con una nostra guardia giurata armata
e almeno un operaio perché non mi fidavo a lasciare una persona sola isolata
nei boschi, sia di giorno sia di notte.
Un’altra discussione con la direzione del personale di Milano la ebbi per gli
spostamenti. Per risparmiare i viaggi da Vieste avevano deciso, infatti, di
spostare la sede della Snam negli uffici di Campi e che il personale si
arrangiasse con mezzi propri a raggiungerli. Vista la situazione locale, però,
a me non sembrava corretto e continuai a portare il personale con il nostro
pulmino e le campagnole a Campi, dove timbravano regolarmente il
cartellino. Dopo questo ennesimo diverbio, la direzione del personale non
mi disse più niente, ma penso che avessero segnalato, con una nota negativa,
il mio comportamento.
Contemporaneamente iniziarono i lavori per la costruzione di due villini24
prefabbricati della Pignone, che nel frattempo aveva avuto la richiesta di
prepararne una ventina per Pugnochiuso. Li disposi sotto la torre a Campi,
in mezzo ai pini in riva al mare e li accostai in maniera da avere più spazio
possibile. In attesa dell’albergo li adibii alla funzione di foresteria e molti
dei grandi dirigenti Eni, che venivano a controllare il cantiere, vi dormirono.
Dopo l’apertura dell’albergo, nei mesi estivi, ci abitai io con mia moglie e i
miei figli.
Presto s’incominciarono a registrare i primi incendi dolosi. Il 28 luglio, su
segnalazione della nostra postazione, un incendio verso Tuppo della Fossa
fu spento con operai della Pignone, che lavoravano a Campi, e dell’Icori. Il
giorno seguente, a causa del forte vento, si riaccesero dei focolai che
spegnemmo subito trovandoci nella zona per accertamenti con il brigadiere
della guardia forestale. Fu in quell’occasione che imparai che il giorno
successivo all’incendio bisogna sempre tenere del personale nelle zone
bruciate, soprattutto se c’è vento, perché è facile che si riaccendano dei
nuovi focolai.
Il 4 agosto di notte si sviluppò un grosso incendio a
Vignanotica e per spegnerlo dovetti portare nella zona parecchi dei miei
operai. La mattina, rientrando in cantiere, v’incontrai l’ingegnere
responsabile della nostra Sezione Edile, l’ing. Meazzinì, che mi aspettava.
Era appena arrivato da Milano in visita al cantiere ed ebbe una buona
impressione della nostra organizzazione per il controllo e la gestione del
territorio. Si fermò per tre giorni e visitammo insieme tutti i lavori. Prima di
partire mi dette anche l’autorizzazione ad assumere tutti i manovali che
ritenevo necessari e m’invitò ad avere una certa autonomia prendendo le
decisioni che ritenevo opportune. Con l’ingegnere mantenni sempre degli
ottimi rapporti e negli anni ‘90, quando divenne presidente della Snam e io
ero già in pensione, mi chiamò un paio di volte per alcuni suoi lavori.
Con il suo appoggio potenziai le squadre diurne dando a ognuna
quattro/cinque manovali per avere a disposizione una piccola forza subito: i
primi interventi, infatti, erano quelli più risolutivi. Quando non c’erano
emergenze, le squadre facevano pulizia del sottobosco: un’ottima
prevenzione contro gli incendi. Per correttezza, durante l’estate, facevo
diversi controlli anche notturni, ma non ho mai riscontrato mancanze da
parte del personale. Verso la fine di agosto il tempo peggiorò e sospesi il
servizio antincendio.
Di ritorno da una breve vacanza che mi ero concesso con la mia famiglia
visitando Metaponto, Catanzaro, Catania, Nicastro e Messina, mi aspettava
la definizione del percorso di massima dell’acquedotto. Una mattina quindi
mi feci accompagnare a Cupari: una località lungo la vecchia strada statale,
distante un paio di chilometri dai nostri confini interni a circa 400 m sul
livello del mare dove l’Agip stava perforando il pozzo n.3. Munito di carte,
altimetro e bussola graduata scesi verso il mare fino a Pugnochiuso,
scegliendo il percorso più agevole per la posa della tubazione
dell’acquedotto.
In quei primi giorni di settembre erano arrivati diversi alti dirigenti a
controllare il proseguimento dei lavori. Fra questi venne anche
l’Amministratore Delegato della Snam, l’ing. Giulio Sacchi, che si fermò
qualche giorno con la moglie nel villino di Campi che era stato appena
terminato. Erano persone molto gentili e una domenica portai la famiglia in
spiaggia a Campi e facemmo un bagno assieme. La mattina l’ing. Sacchi, da
buon genovese, si godeva il mare e solo nel pomeriggio andavamo a visitare
i vari cantieri per controllarne lo stato di avanzamento. Durante questa visita
mi ricordo che l’ingegnere era un po’ preoccupato perché in quel periodo la
Snam stava trattando per la realizzazione del metanodotto di collegamento
con l’Austria, ma erano sorti diversi problemi che andavano risolti. Sacchi
voleva essere aggiornato giornalmente della situazione. Tutte le mattine,
pertanto, come arrivavo in ufficio dovevo chiamare con il ponte radio il
Direttore Generale della Snam (l’ing. Barbaglia, il mio vecchio capo ufficio
del Costruzioni Edili) per avere le ultime notizie sulle trattative che io poi
riferivo. Di solito l’ingegnere mi mandava in ufficio dei bigliettini con dei
chiarimenti e precisazioni che dovevo chiedere al Direttore Generale. Il
buon ing. Barbaglia, quando mi sentiva ormai per la seconda o terza volta,
cominciava a sbuffare, ma io gli ricordavo che ero solo un ambasciatore.
Alla sua partenza, l’ingegnere mi lasciò una nota di osservazioni da passare
allo stabilimento della Pignone a Firenze che stava realizzando i villini per il
centro di Pugnochiuso, affinché migliorassero le finiture. Le osservazioni
furono subito accolte e già il mese successivo il responsabile dello
stabilimento con altri due ingegneri venne a dormire nella villetta per
controllare le modifiche suggerite.
A metà settembre sospesi definitivamente il servizio antincendio. I lavori
all’albergo procedevano rapidi e avevamo terminato la costruzione dei
rustici dei cinque blocchi, iniziando le opere interne. Per tutto il tempo, le
mie discussioni con il mio amico Mairani continuavano fitte su ogni
particolare: come fare i giunti di dilatazione, come sistemare le scarpate,
osservazioni sugli intonaci non perfetti, ecc.
A ottobre il tempo si fece meno favorevole con forti temporali e violente
mareggiate che causavano frane sulle spiagge. Bisognava pensare un piano
per la sicurezza tenendo presente che la prossima estate si sarebbe dovuto
aprire la spiaggia dell’albergo e che nella scarpata di terreno alluvionale
posta alle spalle della spiaggia si trovavano diversi massi pericolanti che
andavano sistemati.
A fine novembre erano previste le elezioni, non mi ricordo se comunali o
politiche, e io ci tenevo a non perderle. Desideravo quindi rientrare a Milano
con la famiglia, pensando poi di lasciarla lì mentre io sarei tornato a Vieste
in treno. Mi preoccupava, però, mio figlio Andrea, perché avendo iniziato a
Vieste il percorso scolastico, temevo che tutte quelle assenze potessero
costituire un problema dal punto di vista disciplinare. Dal punto di vista del
programma scolastico, infatti, ci avrebbe pensato mia moglie a seguirlo. Un
giorno presi coraggio e andai a porre questo dilemma al suo maestro,
spiegandogli la situazione. Lui molto tranquillamente affermò che non c’era
assolutamente nessun problema: lo avrebbe segnato sempre presente.
Stupito e un po’ sorpreso per la risposta, ringraziai calorosamente e me ne
tornai a casa visibilmente sollevato. Il 20 novembre, quindi, partii alla volta
di Milano. Durante il viaggio mi accadde una piccola disavventura: stavo
viaggiando tranquillo sull’Adriatica (allora non c’era l’autostrada e per
arrivare a Bologna si prendeva la statale) quando, dopo Pescara, un normale
controllo della polizia scoprì che avevo la patente scaduta da dieci giorni.
Mi multarono e mi ritirarono la patente, rilasciandomi, però, un permesso
provvisorio per finire il viaggio. Arrivato a Milano, rinnovai subito la
patente, ma essendo stata ritirata a Pescara doveva essere rilasciata dalla
prefettura che aveva tempi alquanto lunghi. Purtroppo io non potevo
aspettare, così lasciai all’ufficio l’incarico di seguire la pratica della patente
e il 30 novembre ritornai nel Gargano con il treno.
Il primo di dicembre arrivò in cantiere un’impresa di Parma, la Sicim, che
doveva realizzare l’acquedotto. Il loro capocantiere era un geometra di
mezza età di Parma, molto valido, ma anche molto irritabile: fu un grande
aiuto anche negli anni successivi. Rifacemmo insieme il percorso
dell’acquedotto, cercando di risolvere le prime prevedibili difficoltà e di
trovare la posizione adatta per il serbatoio: lo localizzammo di fronte
all’albergo, sopra Porto Piatto. Con questo geometra ebbi anche discussioni
molto accese per motivi di lavoro e mi ricordo che quando non riusciva a
convincermi pigliava il suo cappello e lo calpestava con rabbia.
Il tempo continuava a peggiorare e il freddo si faceva sempre più pungente.
Il 5 dicembre sospesi i lavori di perforazione al pozzo n.3 per neve. Il 12
dicembre feci anche un trasloco e mi trasferii al settimo piano di un nuovo
palazzo proprio in riva al mare di fronte al faro di Sant’Eufemia, con una
vista stupenda sulla baia a Sud e sul porto e con una terrazza di 200 mq,
dove i miei figli avrebbero potuto andare addirittura in bicicletta. Da questo
terrazzo si poteva godere del favoloso spettacolo dell’alba, con il sole che
sorgeva dal mare trasformandolo in un’immensa tavolozza di colori. Anche
la città di Vieste era visibile, affacciata sulla baia e racchiusa verso Sud
dalla punta San Francesco e dal contorno della città vecchia incastonata tra
il castello e la cattedrale, che nascondevano la costa verso la punta del
Gargano e Campi, mentre verso Nord si vedeva parte del porto di Peschici e
le spiaggie verso Manacore, dove era stata torvata la Madonna Nera,
protettrice di Vieste, che ancora è conservata nella cattedrale. Era un
appartamento arredato molto semplicemente: il tavolo rotondo che
dominava in salotto proveniva dalla mensa di San Donato (me lo avevano
spedito per la visita del presidente Segni l’anno prima), mentre la libreria
l’avevo realizzata con tanti scatoloni uno impilato sull’altro. Nonostante
questa precarietà, l’appartamento era molto bello e molto arieggiato perché
aveva finestre sia verso Sud che verso Nord. Quando soffiava la Bora
sentivo tutti i fori della serrature fischiare, nonostante li avessi tappati con
della carta e la ventola dell’aspiratore della cucina girava in senso inverso
perché il vento era più forte del motorino!
Lunedì 14 arrivò l’ing. Limiroli con gli architetti dello studio Monti di
Milano che dovevano progettare tutti gli arredi interni dell’albergo. Erano
arrivati in treno e avevo mandato Dinunzio a prenderli a Foggia. Io andai ad
aspettarli con la campagnola al Sagro, sulla statale, e li scarrozzai giù a
Pugnochiuso attraverso i tratturi che avevo fatto sistemare. Il giro esaltò i tre
architetti (due fratelli più la moglie di uno dei due), invece il mio capo non
ne gioì perché, soffrendo un po’ la macchina, su quelle strade stette male.
Fatti tutti i dovuti sopralluoghi ripartirono la sera stessa dopo una cena
organizzata in cantiere. Anche i tecnici della Stildomus, una ditta di Milano
specializzata negli arredamenti, ci raggiunsero per rilevare le misure per
realizzare i mobili.
Giovedì 16 dicembre arrivò a Manfredonia il presidente della Snam, l’ing.
Raffaele Girotti, con il motoscafo e un seguito di giornalisti di testate
internazionali. Andai ad accoglierli personalmente e, dopo aver mostrato
loro tutta la zona, offrii il pranzo nel villino di Campi. Tutti furono molto
soddisfatti e mi ricordo che durante la visita al cantiere dell’albergo,
l’ingegner Girotti mi fece notare che le docce a telefono delle camere gli
sembravano un po’ povere e preferiva delle docce fisse e più grandi. Mi
segnai l’osservazione e avvisai Milano affinché eseguissero le modifiche
richieste. Accompagnai l’ingegnere anche sulla spiaggia e sulla scogliera di
fronte all’albergo illustrandogli i lavori che avrei voluto fare per renderle
più sicure e agibili. Ne fu soddisfatto e mi autorizzò a procedere, usando
anche l’impresa locale per realizzare le opere necessarie, ma curando
particolarmente che queste non fossero invasive. Finalmente sabato 19
dicembre, di sera, ripartii per Milano, per passare le feste natalizie con la
mia famiglia.
3-continua



