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60° ANNIVERSARIO HOTEL DEL FARO PUGNOCHIUSO. INAUGURAZIONE 1° AGOSTO 1965. VIESTE: “IL PUNTO ESTREMO DELLO SPERONE GARGANICO – PUGNOCHIUSO L’ALBERGO DEL FARO” – (3)

Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.

ANNO 1964.

Dopo le feste partii per una vacanza in montagna con la famiglia e

andammo a sciare a Peio in val Brembana. Ritornai in ufficio il 6 gennaio

per sbrigare le ultime necessità prima del mio nuovo viaggio nel Gargano.

Avendo un mesetto da passare a Milano avevo anche prenotato la nuova Fiat

1300 sperando di scendere a Vieste con quella, ma i tempi della mia

partenza si dovettero affrettare. A Vieste era successo un incidente e la sera

del 23 partì con il treno.

Durante la mia assenza era andato in cantiere il “toscanaccio”, il mio

superiore diretto, e aveva dato disposizione di abbassare una sbarra posta

sulla strada a Campi, proprio all’inizio del cantiere, con un cartello

“proprietà privata”, “lavori in corso”. Io avevo fatto tenere quella sbarra

sempre alzata, perché era una zona poco illuminata e ritenevo che, specie la

sera, potesse essere pericoloso. Nel tardo pomeriggio del 21 gennaio un

operaio in moto, che sembra andasse a fare pesca di frodo con le bombe,

andò a sbattere contro la sbarra e fu ricoverato all’ospedale con una

prognosi di ventun giorni per trauma cranico e due molari rotti. La cosa

andò avanti dei mesi tra carabinieri e avvocati, per poi finire con un

riconoscimento da parte della Snam del danno subito dall’incauto guidatore.

I lavori, in mezzo a tutto questo trambusto, continuavano, sia quelli per lo

scavo dell’albergo, sia quelli per la sede stradale, e si ridefinirono anche i

confini che, specie a Campi, non erano stati bene delimitati.

A fine febbraio tornai a Milano a prendere la famiglia e il 2 marzo con la

macchina nuova riprendemmo la solita strada. La vita di quei mesi scorreva

regolare, quasi monotona per mia moglie. A vivacizzare un po’ l’ambiente

ci pensò un mio guardiano, il cacciatore Giuseppe Delsapio, che regalò ai

miei figli un cucciolo di cane. Mia figlia Silvia ne era particolarmente

entusiasta e lo portava in giro nel carrello della spesa. A quel cane

simpaticissimo, i miei figli misero nome Bissi21. Il cane aveva per padre un

bellissimo bracco italiano e per madre un segugio dalla quale aveva

ereditato delle orecchie lunghissime che, quando correva, sembravano ali.

Bissi restò a casa nostra parecchi anni rimanendo con i guardiani ogni volta

che tornavamo a Milano.

 Nel ‘68, però, quando arrivammo a Vieste, non lo

trovammo più e i miei guardiani mi dissero che era stato portato via da

alcuni cacciatori. Durante i miei soggiorni a Vieste Bissi mi seguiva sempre

al cantiere e, quando io stavo in ufficio, lui si accomodava sulla poltrona,

proprio davanti alla mia scrivania. Un giorno era venuto in visita il grande

capo, l’ing. Limiroli, e dopo aver girato i cantieri, verso sera rientrammo nel

mio ufficio perché aveva bisogno di telefonare a Roma. Durante la

chiamata, l’ingegnere si era seduto sul bordo della poltrona tutto sporto in

avanti e con il gomito appoggiato sulla scrivania. Bissi entrò nell’ufficio

qualche minuto dopo da un suo giretto, guardò la sua poltrona e, senza

chiedere il permesso, s’infilò nello spazio vuoto alle spalle del gran capo:

con un colpo di reni ben assestato, mandò l’ignaro occupante abusivo a

sedere per terra, con il braccio che impugnava la cornetta del telefono

ancora alzato, appoggiato sulla scrivania. Il mio cane non fu mai molto

simpatico al grande capo!

Il cantiere nel frattempo procedeva bene e a fine marzo gettammo i primi

pilastri. I lavori erano stati completati raggiungendo circa 30.000 mc di

scavi in roccia e a fine aprile fu gettato il solaio a quota 26,50 m. Altri due

geometri della Snam Progetti erano arrivati nel frattempo in aiuto al mio

amico per seguire la D.L. dell’albergo. I rapporti con loro sono sempre stati

buoni, anche se, rappresentando la committenza, ogni tanto avevamo degli

scontri. Tutto, però, finiva sempre in una bevuta in compagnia. Sempre a

marzo era iniziata anche la costruzione della massicciata stradale che

collegava Campi con Pugnochiuso. Dopo quaranta anni, ripercorrendo in

macchina la strada, ho avuto il piacere di notare che si era conservata bene.

La maggior parte della strada era stata realizzata a mezza costa22, ma in tutti

quegli anni non aveva avuto cedimenti: era stata molto curata, soprattutto

l’assestamento e la rullatura della parte in rilevato della strada. In

quell’epoca le strade si facevano in semipenetrazione con uno spessore di

15–20 cm ed erano composte di tre strati di pietre di diversa pezzatura e

legati tra loro con catrame spruzzato a caldo in loco, previo passaggio

alternato dei rulli compressori, e con uno strato finale di graniglia. La cosa

più importante era che il pietrisco fosse siliceo e non calcareo: il secondo,

infatti, era molto più tenero e non era adatto perché rendeva il manto

stradale più fragile. La massicciata così composta, alla fine, formava un

blocco omogeneo. Per assicurare l’ottima riuscita del manto stradale, oltre

alla perfetta realizzazione della fondazione della sede stradale, occorreva un

controllo continuo delle varie fasi delle operazioni e dei materiali impiegati.

Dopo un breve corso accelerato, promossi sul campo a “assistente lavori”

quell’operaio appena assunto. Si chiamava Nobile, il nome non me lo

ricordo. Aveva la licenza media e sui lavori era molto preciso e attivo: anche

lui mi è stato di aiuto. Insieme alle mie agende, infatti, trovai il Giornale dei

lavori che gli avevo fatto tenere nel ’64: sembrava stampato al confronto

con le mie annotazioni su tutte le anomalie riscontrate che scrivevo nelle

colonne riservate alla D. L. Sulla base delle segnalazioni di Nobile poi,

invitavo l’impresa a provvedere alla sistemazione o al rifacimento di ciò che

era stato fatto male.

La strada di accesso all’albergo, adesso così piacevole, mi ha creato un po’

di difficoltà e dovetti spostare il suo percorso parecchie volte per cercare di

salvare gli ulivi secolari che crescevano disordinati sul terreno. Nonostante

tutti i miei sforzi, ho dovuto abbatterne tre piante, ma, su consiglio di un

giardiniere, li ho capitozzati23 completamente e li ho fatti trapiantare con

l’escavatore: dopo quaranta anni ho avuto il piacere di riconoscerli e

fotografarli con il loro tronco contorto e maestoso e una ramificazione

abbastanza giovane.

Riavvicinandosi la stagione calda, il problema incendi tornava all’ordine del

giorno. Feci montare due torri con tubi Innocenti in posizione tale da poter

controllare tutta la proprietà e segnalare in tempo il pericolo: ormai mi ero

reso conto che per fermare gli incendi era necessario intervenire nelle prime

ore! Sull’organizzazione dei gruppi antincendio ebbi, come l’anno

precedente, uno scontro con la direzione di Milano che per risparmiare

voleva che ponessi un solo guardiano sulle postazioni. Io, invece, organizzai

tutte le squadre, anche quelle volanti, con una nostra guardia giurata armata

e almeno un operaio perché non mi fidavo a lasciare una persona sola isolata

nei boschi, sia di giorno sia di notte.

Un’altra discussione con la direzione del personale di Milano la ebbi per gli

spostamenti. Per risparmiare i viaggi da Vieste avevano deciso, infatti, di

spostare la sede della Snam negli uffici di Campi e che il personale si

arrangiasse con mezzi propri a raggiungerli. Vista la situazione locale, però,

a me non sembrava corretto e continuai a portare il personale con il nostro

pulmino e le campagnole a Campi, dove timbravano regolarmente il

cartellino. Dopo questo ennesimo diverbio, la direzione del personale non

mi disse più niente, ma penso che avessero segnalato, con una nota negativa,

il mio comportamento.

Contemporaneamente iniziarono i lavori per la costruzione di due villini24

prefabbricati della Pignone, che nel frattempo aveva avuto la richiesta di

prepararne una ventina per Pugnochiuso. Li disposi sotto la torre a Campi,

in mezzo ai pini in riva al mare e li accostai in maniera da avere più spazio

possibile. In attesa dell’albergo li adibii alla funzione di foresteria e molti

dei grandi dirigenti Eni, che venivano a controllare il cantiere, vi dormirono.

Dopo l’apertura dell’albergo, nei mesi estivi, ci abitai io con mia moglie e i

miei figli.

Presto s’incominciarono a registrare i primi incendi dolosi. Il 28 luglio, su

segnalazione della nostra postazione, un incendio verso Tuppo della Fossa

fu spento con operai della Pignone, che lavoravano a Campi, e dell’Icori. Il

giorno seguente, a causa del forte vento, si riaccesero dei focolai che

spegnemmo subito trovandoci nella zona per accertamenti con il brigadiere

della guardia forestale. Fu in quell’occasione che imparai che il giorno

successivo all’incendio bisogna sempre tenere del personale nelle zone

bruciate, soprattutto se c’è vento, perché è facile che si riaccendano dei

nuovi focolai.

Il 4 agosto di notte si sviluppò un grosso incendio a

Vignanotica e per spegnerlo dovetti portare nella zona parecchi dei miei

operai. La mattina, rientrando in cantiere, v’incontrai l’ingegnere

responsabile della nostra Sezione Edile, l’ing. Meazzinì, che mi aspettava.

Era appena arrivato da Milano in visita al cantiere ed ebbe una buona

impressione della nostra organizzazione per il controllo e la gestione del

territorio. Si fermò per tre giorni e visitammo insieme tutti i lavori. Prima di

partire mi dette anche l’autorizzazione ad assumere tutti i manovali che

ritenevo necessari e m’invitò ad avere una certa autonomia prendendo le

decisioni che ritenevo opportune. Con l’ingegnere mantenni sempre degli

ottimi rapporti e negli anni ‘90, quando divenne presidente della Snam e io

ero già in pensione, mi chiamò un paio di volte per alcuni suoi lavori.

Con il suo appoggio potenziai le squadre diurne dando a ognuna

quattro/cinque manovali per avere a disposizione una piccola forza subito: i

primi interventi, infatti, erano quelli più risolutivi. Quando non c’erano

emergenze, le squadre facevano pulizia del sottobosco: un’ottima

prevenzione contro gli incendi. Per correttezza, durante l’estate, facevo

diversi controlli anche notturni, ma non ho mai riscontrato mancanze da

parte del personale. Verso la fine di agosto il tempo peggiorò e sospesi il

servizio antincendio.

Di ritorno da una breve vacanza che mi ero concesso con la mia famiglia

visitando Metaponto, Catanzaro, Catania, Nicastro e Messina, mi aspettava

la definizione del percorso di massima dell’acquedotto. Una mattina quindi

mi feci accompagnare a Cupari: una località lungo la vecchia strada statale,

distante un paio di chilometri dai nostri confini interni a circa 400 m sul

livello del mare dove l’Agip stava perforando il pozzo n.3. Munito di carte,

altimetro e bussola graduata scesi verso il mare fino a Pugnochiuso,

scegliendo il percorso più agevole per la posa della tubazione

dell’acquedotto.

In quei primi giorni di settembre erano arrivati diversi alti dirigenti a

controllare il proseguimento dei lavori. Fra questi venne anche

l’Amministratore Delegato della Snam, l’ing. Giulio Sacchi, che si fermò

qualche giorno con la moglie nel villino di Campi che era stato appena

terminato. Erano persone molto gentili e una domenica portai la famiglia in

spiaggia a Campi e facemmo un bagno assieme. La mattina l’ing. Sacchi, da

buon genovese, si godeva il mare e solo nel pomeriggio andavamo a visitare

i vari cantieri per controllarne lo stato di avanzamento. Durante questa visita

mi ricordo che l’ingegnere era un po’ preoccupato perché in quel periodo la

Snam stava trattando per la realizzazione del metanodotto di collegamento

con l’Austria, ma erano sorti diversi problemi che andavano risolti. Sacchi

voleva essere aggiornato giornalmente della situazione. Tutte le mattine,

pertanto, come arrivavo in ufficio dovevo chiamare con il ponte radio il

Direttore Generale della Snam (l’ing. Barbaglia, il mio vecchio capo ufficio

del Costruzioni Edili) per avere le ultime notizie sulle trattative che io poi

riferivo. Di solito l’ingegnere mi mandava in ufficio dei bigliettini con dei

chiarimenti e precisazioni che dovevo chiedere al Direttore Generale. Il

buon ing. Barbaglia, quando mi sentiva ormai per la seconda o terza volta,

cominciava a sbuffare, ma io gli ricordavo che ero solo un ambasciatore.

Alla sua partenza, l’ingegnere mi lasciò una nota di osservazioni da passare

allo stabilimento della Pignone a Firenze che stava realizzando i villini per il

centro di Pugnochiuso, affinché migliorassero le finiture. Le osservazioni

furono subito accolte e già il mese successivo il responsabile dello

stabilimento con altri due ingegneri venne a dormire nella villetta per

controllare le modifiche suggerite.

A metà settembre sospesi definitivamente il servizio antincendio. I lavori

all’albergo procedevano rapidi e avevamo terminato la costruzione dei

rustici dei cinque blocchi, iniziando le opere interne. Per tutto il tempo, le

mie discussioni con il mio amico Mairani continuavano fitte su ogni

particolare: come fare i giunti di dilatazione, come sistemare le scarpate,

osservazioni sugli intonaci non perfetti, ecc.

A ottobre il tempo si fece meno favorevole con forti temporali e violente

mareggiate che causavano frane sulle spiagge. Bisognava pensare un piano

per la sicurezza tenendo presente che la prossima estate si sarebbe dovuto

aprire la spiaggia dell’albergo e che nella scarpata di terreno alluvionale

posta alle spalle della spiaggia si trovavano diversi massi pericolanti che

andavano sistemati.

A fine novembre erano previste le elezioni, non mi ricordo se comunali o

politiche, e io ci tenevo a non perderle. Desideravo quindi rientrare a Milano

con la famiglia, pensando poi di lasciarla lì mentre io sarei tornato a Vieste

in treno. Mi preoccupava, però, mio figlio Andrea, perché avendo iniziato a

Vieste il percorso scolastico, temevo che tutte quelle assenze potessero

costituire un problema dal punto di vista disciplinare. Dal punto di vista del

programma scolastico, infatti, ci avrebbe pensato mia moglie a seguirlo. Un

giorno presi coraggio e andai a porre questo dilemma al suo maestro,

spiegandogli la situazione. Lui molto tranquillamente affermò che non c’era

assolutamente nessun problema: lo avrebbe segnato sempre presente.

Stupito e un po’ sorpreso per la risposta, ringraziai calorosamente e me ne

tornai a casa visibilmente sollevato. Il 20 novembre, quindi, partii alla volta

di Milano. Durante il viaggio mi accadde una piccola disavventura: stavo

viaggiando tranquillo sull’Adriatica (allora non c’era l’autostrada e per

arrivare a Bologna si prendeva la statale) quando, dopo Pescara, un normale

controllo della polizia scoprì che avevo la patente scaduta da dieci giorni.

Mi multarono e mi ritirarono la patente, rilasciandomi, però, un permesso

provvisorio per finire il viaggio. Arrivato a Milano, rinnovai subito la

patente, ma essendo stata ritirata a Pescara doveva essere rilasciata dalla

prefettura che aveva tempi alquanto lunghi. Purtroppo io non potevo

aspettare, così lasciai all’ufficio l’incarico di seguire la pratica della patente

e il 30 novembre ritornai nel Gargano con il treno.

Il primo di dicembre arrivò in cantiere un’impresa di Parma, la Sicim, che

doveva realizzare l’acquedotto. Il loro capocantiere era un geometra di

mezza età di Parma, molto valido, ma anche molto irritabile: fu un grande

aiuto anche negli anni successivi. Rifacemmo insieme il percorso

dell’acquedotto, cercando di risolvere le prime prevedibili difficoltà e di

trovare la posizione adatta per il serbatoio: lo localizzammo di fronte

all’albergo, sopra Porto Piatto. Con questo geometra ebbi anche discussioni

molto accese per motivi di lavoro e mi ricordo che quando non riusciva a

convincermi pigliava il suo cappello e lo calpestava con rabbia.

Il tempo continuava a peggiorare e il freddo si faceva sempre più pungente.

Il 5 dicembre sospesi i lavori di perforazione al pozzo n.3 per neve. Il 12

dicembre feci anche un trasloco e mi trasferii al settimo piano di un nuovo

palazzo proprio in riva al mare di fronte al faro di Sant’Eufemia, con una

vista stupenda sulla baia a Sud e sul porto e con una terrazza di 200 mq,

dove i miei figli avrebbero potuto andare addirittura in bicicletta. Da questo

terrazzo si poteva godere del favoloso spettacolo dell’alba, con il sole che

sorgeva dal mare trasformandolo in un’immensa tavolozza di colori. Anche

la città di Vieste era visibile, affacciata sulla baia e racchiusa verso Sud

dalla punta San Francesco e dal contorno della città vecchia incastonata tra

il castello e la cattedrale, che nascondevano la costa verso la punta del

Gargano e Campi, mentre verso Nord si vedeva parte del porto di Peschici e

le spiaggie verso Manacore, dove era stata torvata la Madonna Nera,

protettrice di Vieste, che ancora è conservata nella cattedrale. Era un

appartamento arredato molto semplicemente: il tavolo rotondo che

dominava in salotto proveniva dalla mensa di San Donato (me lo avevano

spedito per la visita del presidente Segni l’anno prima), mentre la libreria

l’avevo realizzata con tanti scatoloni uno impilato sull’altro. Nonostante

questa precarietà, l’appartamento era molto bello e molto arieggiato perché

aveva finestre sia verso Sud che verso Nord. Quando soffiava la Bora

sentivo tutti i fori della serrature fischiare, nonostante li avessi tappati con

della carta e la ventola dell’aspiratore della cucina girava in senso inverso

perché il vento era più forte del motorino!

Lunedì 14 arrivò l’ing. Limiroli con gli architetti dello studio Monti di

Milano che dovevano progettare tutti gli arredi interni dell’albergo. Erano

arrivati in treno e avevo mandato Dinunzio a prenderli a Foggia. Io andai ad

aspettarli con la campagnola al Sagro, sulla statale, e li scarrozzai giù a

Pugnochiuso attraverso i tratturi che avevo fatto sistemare. Il giro esaltò i tre

architetti (due fratelli più la moglie di uno dei due), invece il mio capo non

ne gioì perché, soffrendo un po’ la macchina, su quelle strade stette male.

Fatti tutti i dovuti sopralluoghi ripartirono la sera stessa dopo una cena

organizzata in cantiere. Anche i tecnici della Stildomus, una ditta di Milano

specializzata negli arredamenti, ci raggiunsero per rilevare le misure per

realizzare i mobili.

Giovedì 16 dicembre arrivò a Manfredonia il presidente della Snam, l’ing.

Raffaele Girotti, con il motoscafo e un seguito di giornalisti di testate

internazionali. Andai ad accoglierli personalmente e, dopo aver mostrato

loro tutta la zona, offrii il pranzo nel villino di Campi. Tutti furono molto

soddisfatti e mi ricordo che durante la visita al cantiere dell’albergo,

l’ingegner Girotti mi fece notare che le docce a telefono delle camere gli

sembravano un po’ povere e preferiva delle docce fisse e più grandi. Mi

segnai l’osservazione e avvisai Milano affinché eseguissero le modifiche

richieste. Accompagnai l’ingegnere anche sulla spiaggia e sulla scogliera di

fronte all’albergo illustrandogli i lavori che avrei voluto fare per renderle

più sicure e agibili. Ne fu soddisfatto e mi autorizzò a procedere, usando

anche l’impresa locale per realizzare le opere necessarie, ma curando

particolarmente che queste non fossero invasive. Finalmente sabato 19

dicembre, di sera, ripartii per Milano, per passare le feste natalizie con la

mia famiglia.

3-continua