Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.
ANNO 1965.
La questione del rinnovo della patente sembrava infinita così a gennaio ero
ancora bloccato a Milano. Il grande capo stava diventando matto perché a
Vieste c’era tantissimo lavoro da fare. Io resistetti qualche giorno e mi detti
da fare per cercare di recuperare la patente, poi, visti i risultati negativi, da
incosciente decisi di partire lo stesso. Avevo con me la dichiarazione Aci
per il rinnovo della patente, per altro inutile perché scaduta, e numerose
dichiarazioni su carte intestate Snam – Eni – Agip (che mi ero fatto io) che
affermavano che avevo esigenza di spostarmi per motivi di lavoro urgente.
Partii con una guida molto prudente e arrivai a pomeriggio inoltrato a Vasto,
sulla costa adriatica abruzzese. Io e mia moglie decidemmo di fermarci un
attimo in spiaggia per far riposare i figli. Ripartito per rimettermi sulla
statale, senza accorgermi, presi un tratto di strada contromano. Subito mi
fermò un carabiniere che contestatami l’infrazione mi chiese la patente. Mia
moglie impallidì, ma io, con una faccia tosta che non pensavo di avere,
cominciai a tirare fuori e a mettere in mano al carabiniere tutti i fogli con le
varie autorizzazioni fasulle, senza però lasciargli il tempo di leggerle: gliene
davo una dietro l’altra, non smettendo mai di parlare e continuando a
ripetere che mi dovevo spostare per lavori urgenti. Il carabiniere, un po’
scosso, a un certo punto cedette e mi chiese se conciliavo. Non ci pensai due
volte, pagai la multa, ripresi le mie carte e salutandolo ripartii prima che
cambiasse idea.
L’anno 1965 fu decisivo per il lancio di Pugnochiuso. L’apertura
dell’albergo era prevista per l’1 agosto, ma sia l’albergo sia i villini Pignone
erano ancora da ultimare e in più mancavano i servizi primari: acqua, luce,
telefoni, gas. Bisognava inoltre progettare e realizzare la zona sportiva
(campi da tennis e da minigolf) e mettere in sicurezza la spiaggia. I miei
capi a Milano e Roma non erano così sicuri di farcela per agosto e aprirono
le prenotazioni solo da metà giugno e a prezzi stracciati. Solo i dipendenti
Eni avevano possibilità di prenotazione cosicché se non avesse funzionato
qualcosa o avessimo avuto qualche ritardo, la situazione sarebbe stata più
gestibile. Io non avevo dubbi: il tempo era poco, ma saremmo riusciti a
mantenere l’impegno per la data fissata!
Giunti a Vieste l’8 gennaio lasciai mia moglie a sbrigarsela con i problemi
della nuova casa e con la ripresa della scuola di mio figlio e mi gettai a
capofitto nel lavoro. Un piccolo svago ancora me lo concessi a dire la verità.
Io sono stato sempre un tifoso sfegatato dell’Inter ed ero molto soddisfatto
perché avevano appena vinto il campionato e la coppa campioni. Il 31
gennaio l’Inter venne a giocare a Foggia contro la squadra locale. Il
personale cominciò a farmi la corte per andare a vedere la partita. Io ero
molto indeciso, ma, arrivata la domenica, presi una decisione da incosciente:
caricai gli sportivi non in servizio sul pulmino della Snam (portata 10/12
persone) e li trasportai tutti a Foggia a vedere la partita, con l’impegno da
parte loro di mettersi intorno a me, in modo tale che, nei pochi attimi di
calma, potessi gridare senza pericolo: “Alè Inter!”
Adesso, ripensandoci, mi chiedo cosa mi sarebbe successo se avessi avuto
anche solo un piccolo incidente, quali grane avrei avuto con l’ufficio del
personale. Allora non ci pensai e come mi sentivo autorizzato a svegliarli di
notte quando avevo bisogno, così mi sentivo autorizzato a portarli con un
mezzo aziendale a vedere la partita. Altri tempi! La partita finì tre a due per
il Foggia allenato da Pugliese e, nonostante il risultato, fu una bella partita.
Il mio rammarico fu riscattato da una serie di vittorie dell’Inter nelle
settimane successive che la portarono a vincere lo scudetto del 1965 con tre
punti di vantaggio sul Milan.
Questo episodio, un po’ anomalo, chiarisce il rapporto che avevamo con il
nostro lavoro noi cresciuti al tempo di Mattei, il quale aveva una gestione
molto particolare e un po’ paternalistica del suo personale. Era sempre
pronto e generoso nell’aiutare e nel premiare, ma altrettanto duro nel punire
i furbi e i disonesti.
Ai primi di febbraio la situazione meteorologica peggiorò: nevicò a Campi e
a Pugnochiuso e Vieste rimase isolata diversi giorni. Tutti aspettavano che
la strada riaprisse, ma io dovevo andare a Foggia assolutamente perché il 16
avevo appuntamento con il Prefetto e per raggiungerlo dovetti fare un giro
lunghissimo passando da Lesina e San Severo invece che da Manfredonia. I
locali erano stupiti da questo mio comportamento e non lo capivano: la
strada era chiusa e loro, brontolando, aspettavano che fosse riaperta.
Nel frattempo l’Enel stava arrivando con la linea ad alta tensione a
Pugnochiuso e noi dovevamo preparare la cabina di trasformazione che
ponemmo nel piazzale d’accesso dell’albergo incassata nella roccia. Anche
questo fu un motivo di discussione con il mio superiore che da Milano, in
base alle sezioni del terreno, voleva collocarla in un luogo che a me non
piaceva perché vi crescevano delle piante che io volevo salvare. Alla fine la
spuntai io, grazie anche all’appoggio dell’ingegnere della Snam Progetti.
Bisognava sistemare, poi, anche la centralina per le bombole del gas delle
cucine.
Il 18 febbraio iniziarono i lavori di scavo per la posa delle tubazioni
dell’acquedotto con l’impresa di Parma, la Sicim, molto efficiente e
organizzata alla quale poi fu affidata anche la realizzazione del serbatoio
sopra Porto Piatto. Questa impresa mi fu molto d’aiuto con il suo ampio
parco di mezzi e la usai anche nelle emergenze. Il getto della soletta di
copertura dei serbatoi fu fatto il 1 maggio, un sabato, iniziando a lavorare
alle cinque di mattina e terminando il getto alla diciotto, per un totale di
quarantadue mc. Fu un’impresa notevole vista le difficoltà di accesso del
luogo. Così abbiamo celebrato la festa dei lavoratori lavorando per più di
dodici ore25.
Ogni tanto sorgevano problemi anche sui passaggi sulle varie proprietà della
linea telefonica che arrivava da Manfredonia e così mi trovavo spesso a
dover risolvere qualche intoppo, alle volte anche usufruendo dell’aiuto degli
onorevoli locali che erano molto attivi.
Collocai nell’uliveto della piana di Pugnochiuso una ventina di villini della
Pignone, riuscendo nell’impresa di non abbattere nemmeno un albero26. Il
personale della Pignone li montò entro il 30 aprile, mentre entro il 30
maggio fu montato l’arredamento. Il 22 maggio con un ingegnere della
Pignone feci un precollaudo, dove segnalai tutte le anomalie riscontrate che
dovevano essere sistemate. Dovetti inoltre progettare la rete fognaria che,
unendo le fosse biologiche dei villini, si collegava alla fognatura
dell’albergo, anch’essa servita da fosse biologiche, per poi scaricare a mare
oltre la punta del Faro (questo solo per il primo anno, in seguito sulla punta
di Porto Piatto di fronte all’albergo fu costruito un grosso impianto di
depurazione a ossidazione totale, lavori appaltati a un’impresa francese
specializzata in questo settore).
Costruimmo anche un capannone da adibire a lavanderia e lo collocammo in
una valletta laterale, a monte della strada principale, dove partiva la strada di
accesso dell’albergo. In quella stessa valletta, più tardi costruimmo la
portineria e il parcheggio degli ospiti, ponendoli, questa volta, a valle della
strada principale.
Per rendere più agevole la possibilità di passeggiare nell’uliveto era
necessario rimuovere le pietre dal terreno: assunsi allora del personale locale
con contratto agricolo attraverso una persona di nome Turi che abitava nella
masseria a Campi ed era l’amministratore del marchese Nunziante di
Napoli, il proprietario dell’uliveto. Con questo signore, tipicamente
meridionale, di poche parole e molto dignitoso (con il quale ebbi sempre un
ottimo rapporto e che mi regalò, quando partii da Vieste una volta terminati
i nostri rapporti di lavoro, un lampadario di ferro battuto che ho ancora nella
mia casa di campagna), stipulai un contratto di fornitura di mano d’opera
agricola che utilizzai parecchie volte quando avevo bisogno per lavori
particolari (servizio antincendio, pulizia del bosco, sistemazione dei
tratturi). Quando ripensai alla rimozione delle pietre che avevo realizzato
nell’uliveto, mi tornarono in mente le parole del dottor Pavan, quando nel
’62 mi raccontava dell’insediamento neolitico esistente a Pugnochiuso:
chissà quante pietre di selce lavorate avrò buttato via!
Nel vecchio frantoio che esisteva nell’uliveto di Pugnochiuso, d’accordo
con il Monsignore della cattedrale di Vieste, ricavai una chiesetta per la
funzione domenicale. L’altare lo realizzai con i due semicerchi di marmo
della vasca, dove si pressavano le olive. Recuperai anche due viti senza fine
di legno di ulivo che servivano a muovere i torchi. Le avevo messe da parte
perché non sapevo cosa farne e un giorno la moglie del vice presidente
dell’Eni (dottor Cefis) li vide e mi chiese di spedirgliene una a Milano
perché voleva farne una lampada o un appendiabiti. Mi attivai a spedirla, ma
feci sparire subito il secondo pezzo prima che qualcun altro me lo chiedesse
e adesso è a casa mia tramutato in una lampada: è l’unica cosa che mi è
rimasta da Vieste, oltre a qualche sasso e a qualche radice. Della visita del
dottor Cefis, avvenuta in agosto quando l’albergo aveva già iniziato ad
essere in funzione, mi ricordo un episodio particolare. Il dottore sarebbe
arrivato da Manfredonia in motoscafo e si pensava di farlo attraccare a
Pugnochiuso, sula spiaggia sotto l’albergo dove era stato costruito un
piccolo attracco usato per lo più dai turisti con i loro gommoni. Putroppo
quando il motoscafo arrivò davanti alla baia di Pugnochiuso, il mare si era
ingrossato e il pilota non se la sentì di avvicinarsi agli scogli: ci gridò,
invece, che sarebbe andato ad attraccare a Campi. Il grande capo, che era
giunto per l’occasione il giorno precedente, mi disse di prendere la
macchina e di portarlo immediatamanete a Campi: doveva arrivare prima
del dottor Cefis. Io obbedii e partii “a razzo”, ma dopo due curve l’ing.
Limiroli cominciò a stare male. Avrei voluto fermarmi o almeno rallentare,
ma mi ordinò di procedere senza preoccuparmi di lui. Arrivai a Campi
proprio quando il motoscafo stava girando sotto la torre per entrare nella
baia. Fermai la macchina vicino al pontile che avevamo costruito per
l’arrivo dell’On. Segni, ma il grande capo non ce la fece a scendere
dall’auto e mi pregò di andare al suo posto a ricevere l’ospite, che si stupiìdi
questo scambio improvvisato. Per fortuna il viaggio di ritorno andrò nei
migliori dei modi e fu per tutti molto più tranquillo e rilassante.
Nei giorni successivi, dalla direzione arrivò la decisione che la gestione del
complesso alberghiero sarebbe stata affidata alla Semi, una società del
gruppo che gestiva i Motel dell’Agip, e pertanto cominciarono ad arrivare,
di solito di domenica, i responsabili dei vari settori per organizzare i loro
lavori27. A giugno, con la chiusura estiva delle scuole, mandavo l’autista, il
solito Dinunzio, in posta o in banca e poi lo facevo passare a prendere i miei
per portarli nel villino di Campi: in questo modo senza sottrarre ulteriore
tempo alla famiglai riuscivo ad esssere più presente sui lavori. A
mezzogiorno riuscivamo a mangiare tutti insieme e magari riuscivo a farmi
anche un bagno per togliere tutta la polvere raccolta nei cantieri, mentre mia
moglie cuoceva la pasta. In questo modo riducevo i tempi morti del viaggio
e i miei potevano stare in spiaggia fino a quando io finivo (piuttosto tardi)
per poi tornare a Vieste tutti insieme.
Ai primi di giugno nella zona si era creato un po’ di fermento perché “Il
Giorno”, un quotidiano di proprietà dell’Eni, aveva pubblicato un numero
speciale sulle vacanze, mettendo in primo piano Pugnochiuso con una bella
foto dell’albergo che sembrava finito. Da Milano mi dissero di organizzare
per domenica 13 una visita in cantiere per diversi personaggi locali
(onorevoli, il Prefetto, il Questore, direttori di giornali locali, altri
giornalisti, ecc…) con le relative signore. Erano in tutto circa trenta persone
e dovevo anche organizzare loro il pranzo! Non sapendo né dove né come
organizzare questo pranzo, riferii le mie perplessità ai miei capi a Milano.
Questi, però, mi diedero carta bianca, dichiarando che dovevo fare bella
figura. Visto il bel tempo, pensai di organizzare una tavolata nella pineta di
Campi in riva al mare. Mi rivolsi quindi a Turi, l’uomo “tutto-fare” di
Campi, chiedendogli se poteva organizzare un pranzo rustico con piatti e
atmosfera locale. Mi disse di stare tranquillo perché avrebbe pensato a tutto
lui e se ne andò. Il giorno della visita il tempo fu bellissimo. Organizzai la
visita in cantiere dividendo le persone in tre gruppi e, facendomi aiutare da
alcuni dirigenti della Semi, condussi gli ospiti nei punti più tranquilli e
panoramici. Verso l’una ci trasferimmo tutti a Campi, dove trovai preparata
una magnifica tavolata. Turi aveva fatto venire da Monte Sant’Angelo sei
ragazze in costumi locali per servire a tavola, da Manfredonia erano arrivati,
in grossi contenitori di legno, mozzarelle di bufala tenute nel loro siero.
Grossi piatti di portata con affettati, cozze, frutti di mare, olive marinate e
altre leccornie volteggiavano portati delle ragazze. Su un braciere stavano
cuocendo spigole e cefali, su un altro, fette di cacio cavallo. Il tutto era
innaffiato con dell’ottimo vino di San Severo, spillato da alcune botticelle e
servito in boccali. Completavano il pranzo, i fichi freschi e secchi, le
mandorle, una torta di mandorle e un liquorino dei frati di San Giovanni
Rotondo. Tutti furono entusiasti e si complimentarono caldamente con me.
Soltanto l’ingegnere capo del Genio Civile di Foggia mi prese da parte e mi
disse: “Questi capiscono poco dei lavori, ma io sono del mestiere. Mi dica:
quando pensa di ultimare l’albergo?”. Io risposi sorridendo: “Il primo di
agosto, all’arrivo dei turisti, se non sarò pronto dovrò piantare delle tende.
Non ho intenzione di fare una figura simile”. Il pranzo, se ben ricordo, costò
quasi un milione di lire.
Ai primi di giugno avevo iniziato il solito servizio antincendio con squadre
diurne e notturne seguite dai nostri guardiacaccia. Queste squadre, in
mancanza di fuochi, erano utilizzate per lavori di manutenzione sui tratturi e
per la pulizia dei boschi. Questa volta da Milano mi diedero l’ok e mi fecero
lavorare liberamente. Per fortuna la stagione fu molto calma e ci furono
soltanto alcuni piccoli incendi da noi subito spenti.
Dai primi giorni di giugno cominciarono ad arrivare a ondate anche tutti i
mobili dell’albergo prodotti dalla Stildomus di Milano. Ai primi di luglio
poi arrivò anche un giornalista della Rai, il signor Zatterini, con la sua
troupe per realizzare un servizio sul complesso. So che fu poi trasmesso, ma
non ebbi mai il piacere di vederlo.
Questi mesi estivi furono intensissimi. Dovevo seguire la costruzione anche
della zona sportiva che avevo sistemato, ai primi di giugno, nella piana di
Pugnochiuso, fuori dall’uliveto a monte della spiaggia: due campi da tennis,
due per le bocce e uno per il minigolf con nove buche. Particolarmente
divertente fu la creazione del campo da minigolf perché, nell’attesa che
arrivasse il materiale, mi divertii a creare gli ostacoli usando vecchi
copertoni, scatole, tubazioni, tronchi di ulivi cavi, ecc…. Il materiale della
Tecnifer di Bolzano arrivò solo il 25 agosto con i relativi montatori così per
la fine della stagione ci fu il minigolf definitivo. Sono convinto, però, che il
mio fosse più divertente e originale!
La tubazione dell’acquedotto, intanto, stava arrivando al serbatoio in
costruzione sopra Porto Piatto, da dove, per caduta, avrebbe alimentato la
rete di Pugnochiuso. Al pozzo tre, invece, l’Agip stava montando la
centralina con delle pompe.
Dovevo sistemare anche la spiaggia mettendo la scarpata in sicurezza: tolsi
tutto il materiale franabile e ricavai una scala d’accesso per risalire verso
l’albergo e uno spiazzo per mettere le cabine. Riuscii a costruire anche un
bar, molto rustico ma carino.
Gli ultimi tempi furono un continuo andirivieni di trasportatori per i
materiali necessari alla gestione (piatti, bicchieri, tovaglie, lenzuola, ecc…).
Per accelerare i tempi, la sede di Milano aveva stipulato i contratti con i
trasportatori a pagamento diretto e alla consegna. Per questo mi
aumentarono di molto l’importo nella cassa del cantiere, mettendo in crisi il
nostro ragioniere, Giovanni Pellegrino: meno male che era un ragazzo
sveglio e mi fu di grande aiuto anche in quest’occasione. Il suo compito,
infatti, fu di controllare e prendere in carico la merce, pagare e fare il
verbale di consegna alla Semi per la gestione.
Gli ultimi dieci giorni arrivarono da Milano alcuni responsabili per seguire i
vari impianti (telefonico, elettrico, idrico, citofonico.). La Semi aveva già
preso del personale direttivo di alta responsabilità (molti venivano dal
Danieli28 con un contratto bimestrale, come il direttore, il cav. Decristoforis)
e ricordo che la sera, dopo la chiusura dei cantieri, spesso ci si fermava con i
vari responsabili della Semi e Snam Progetti a cena nell’albergo dove i
cuochi, con la scusa del collaudo delle diverse attrezzature della cucina, si
sbizzarrivano in prelibati piatti locali. Al banchetto seguiva, però, un gran
lavoro perché alcuni arredi delle duecento camere (come lampade, cestini,
attaccapanni, ecc…) li trasportavamo noi nei “dopocena”. Si tirava quasi
fino a mezzanotte, per poi andare tutti a letto (io dovevo tornare a Vieste per
vedere la famiglia) e riprendere a lavorare la mattina alle otto. Si lavorava
molto e la stanchezza si faceva sentire. Una sera capitò che dovessimo
scaricare le lampade e il “toscanaccio” stava nel montacarichi, mentre io e
Mairani le scaricavamo velocemente a ogni piano per il numero necessario.
Quando arrivammo all’ultimo piano, del mio capo non c’era più traccia:
stanco morto si era semi addormentato in fondo al montacarichi andando su
e giù per i piani. In quel periodo persi quasi quindici chili.
C’erano da ultimare i campi da tennis su cui bisognava stendere le righe e
mettere l’ultimo strato di terra rossa. L’ing. Limiroli, sentendomi
preoccupato, mi promise di mandarmi un aiuto e la sera successiva si
presentò verso le 23, proveniente da Foggia, dove era arrivato in treno, il
geometra Bacci, uno dei responsabili della società sportiva Snam che curava
in particolare il tennis. Il mattino successivo si presentò tutto vestito di
bianco e con la racchetta in mano, pronto a collaudare i campi, ma, vista la
mia faccia, corse a cambiarsi e, presi quattro manovali da me gentilmente
offerti, andò a completare i lavori necessari.
Finalmente arrivò domenica 1 agosto 1965. I primi clienti arrivarono da
Milano viaggiando tutta la notte. Fu una giornata campale per il personale
dell’albergo e alla fine della giornata più dell’ottanta per cento dei turisti era
arrivato. I primi giorni furono duri perché bisognava far convivere qualche
centinaio di turisti con le esigenze di un cantiere ancora in funzione. Io mi
mettevo nella hall a dirottare gli operai nelle intercapedini ricavate tra le
camere e le pareti di roccia dove scorrevano tutti gli impianti.
Il martedì sera ci fu l’inaugurazione del night dell’albergo e io fui invitato
insieme a mia moglie. Per fortuna proprio in quei giorni erano venuti a
trovarci i miei suoceri che curarono i bambini per la sera. Di quella bella
serata ho come ricordo una foto che mi ritrae insieme a mia moglie nell’atto
di entrare al night tutti eleganti29. C’è, però, un particolare che stona: le mie
scarpe erano tutte sporche! Al mio arrivo in albergo, infatti, fui bloccato
all’ingresso perché un piano intero era in crisi per il malfunzionamento dello
scarico dei bagni. Presi immediatamente un paio di uomini ed entrai nelle
intercapedini per risolvere il problema. Quando tornai a riprendere mia
moglie, che avevo abbandonato all’entrata, nessuno mi disse che avevo le
scarpe in quelle condizioni.
Venerdì 6 agosto arrivò il professor Boldrini, presidente dell’Eni, con la
signora e, fermandosi qualche giorno, volle visitare la zona.
In quei giorni vivevo spesso in albergo perché c’erano mille piccoli
inconvenienti da risolvere nel minore tempo possibile. Non tutti, però, erano
semplici contrattempi: una sera si ruppero le pompe del pozzo tre e per tre
giorni dovetti organizzare l’alimentazione idrica con delle autobotti
noleggiate a Foggia, mandandole a caricare l’acqua al pozzo di Manacore. A
dire la verità, l’acqua era un po’ salmastra ma nessuno se ne accorse perché
gli ospiti bevevano tutti acqua minerale. Il problema più grosso, in realtà, fu
rendere accessibile all’autobotte dalla sera alla mattina la stradina di
raccordo dalla strada al serbatoio. Per fortuna c’erano ancora in giro le ruspe
e le pale meccaniche della Sicim che mi semplificarono il lavoro.
L’accesso all’albergo si rivelò molto infelice perché era piccolo e a fatica
facevano manovra un paio di macchine. Realizzai pertanto un parcheggio
alla fine della piana e con due pulmini panoramici che la Snam mi aveva
mandato, facevo la navetta trasportando i vari ospiti. Per questo motivo
avevo dato disposizione che le macchine, una volta scaricati i bagagli
dovevano essere portate al parcheggio e io per primo stavo attento a non
fermare mai la mia auto davanti all’albergo. Una mattina arrivando vidi tre
macchine parcheggiate lì davanti. Chiesi in reception se erano stati avvisati i
proprietari e avuta risposta positiva, ritornai al mio lavoro. Ore dopo,
quando ripassai, vidi che ne era rimasta una sola. Anche a mezzogiorno,
mentre stavo tornando a casa per pranzo, notai che la macchina era ancora
parcheggiata davanti all’albergo. A questo punto m’informai in reception se
era stato sollecitato il proprietario: era la moglie di un onorevole locale che
conoscevo. Mi dissero che aveva assicurato che avrebbe spostato la
macchina al più presto. Ripetei al personale di controllare e me ne andai a
mangiare. Al mio ritorno, però, la macchina era sempre lì, sul piazzale.
Chiesi notizie e mi fu detto che, nonostante fosse stata sollecitata
nuovamente, la signora era andata a riposare: l’avrebbe spostata più tardi.
Allora presi il telefono e con la voce più gentile possibile, le dissi che avrei
mandato su un uomo a prendere le chiavi e che le avrei portato la macchina
al parcheggio. Gelidamente mi rispose che non occorreva. Scese subito, ma
io mi giocai il loro saluto per una quindicina di giorni. Questa è un’altra
dimostrazione di come in quella zona alcuni personaggi ritenevano che fosse
importante fare quello che alle persone normali era vietato.
Dal ‘64 la Snam stava studiando un nuovo piano di valutazione del
personale, sul modello americano, che era svolto in base alla descrizione e
alla responsabilità di ogni singola posizione e che portava le categorie degli
impiegati dalle sette utilizzate fino a quel momento a sedici: dalla 1° alla 6°
si riferivano alle varie designazioni degli operai, e dalla 7° alla 16° era
qualificata e descritta la posizione degli impiegati. Durante l’anno l’ufficio
del personale mi richiedeva le descrizioni delle varie posizioni degli
impiegati nel mio cantiere. Grandi discussioni muovevano intorno a questo
nuovo metodo, però io non me ne interessai mai più di tanto. Nei primi mesi
del ‘65 arrivarono le nuove valutazioni del personale in forza a Vieste, in
tutto una ventina di persone. Parecchi ottennero la 5° o la 6° posizione, uno
l’8°, tre la 9° ed io l’11°. La categoria in se stessa non mi diceva niente.
Guardai lo stipendio che era maggiore del precedente e la cosa mi andò
bene: avevo altro cui pensare! I miei colleghi, invece, discussero a lungo su
questo nuovo metodo e siccome il 90% degli ospiti dell’albergo erano
dipendenti Eni, l’argomento era molto chiacchierato. Un giorno, mentre
stavo bevendo un caffè al bar con alcuni colleghi, un nostro dirigente
amministrativo, il ragioniere Strada, che mi conosceva bene perché avevo
avuto numerosi contatti di lavoro con lui, dichiarò che io avrei dovuto avere
almeno la 14° posizione. Quando seppe che mi avevano dato l’11° ci rimase
male, si accorse di aver parlato troppo e cercò di cambiare discorso. Al
momento non diedi peso alla cosa, ma poi ci ripensai e scrissi al sindacato
(cui ero inscritto dal ‘51) chiedendo semplicemente che fosse controllata la
mia posizione. Nessuno mi disse più niente ma ai primi di ottobre arrivò una
lettera dall’ufficio del personale che mi assegnava la posizione 13° con
effetto retroattivo. Alla fine dell’anno, mi diedero la 14° e negli anni ‘70
giunsi al massimo della mia categoria.
Ai primi di settembre la Semi m’invitò con la famiglia a trascorrere una
settimana in albergo. Ne fui molto contento perché nei mesi precedenti
avevo trascurato molto mia moglie e i miei figli. In albergo oltre a essermi
vicini potevano anche usufruire della spiaggia e della piscina trovando un
po’ di compagnia. Mi ricordo che alla sera dopo aver cenato tutti assieme al
ristorante, facevamo due passi fuori dall’albergo. Poi, una volta messi a letto
i figli, lasciandoli sotto la sorveglianza della governante e delle cameriere
del piano, ci cambiavamo e andavamo al night per fare quattro salti in
compagnia. Mi ricordo con piacere quelle serate un po’ diverse dal solito e
anche mia moglie penso ne abbia un buon ricordo. Al night c’era un giovane
cantante, bravo e simpatico, di cui però non ricordo il nome, che
intratteneva gli ospiti. Mia moglie lo aveva già sentito il giorno
dell’inaugurazione. Quando glielo presentai, Licia, nel parlare del più e del
meno, affermò che una delle canzoni che le piaceva di più era “Il mondo” di
Jimmy Fontana, che mi pare fosse appena uscita. Cosa fece allora quel
furbacchione? Tutte le sere, appena ci vedeva comparire al night, intonava
in onore di mia moglie “Il mondo”. Licia cercava di rimanere indifferente,
ma penso che in fondo la cosa le facesse piacere.
Quei giorni stetti molto in ufficio nella mia torre di Campi a sistemare tutte
le pratiche che avevo lasciato indietro per seguire i lavori. Siccome i cantieri
erano tutti chiusi e in quel momento non si prevedeva nessun altro
intervento a Pugnochiuso, la Snam mi propose di andare a Roma a costruire
due ville per alti dirigenti Eni al villaggio dell’Eur. A fine settembre andai
con la famiglia un paio di giorni a Roma e lì m’incontrai con l’ing. Limiroli,
venuto da Milano per vedere l’area e prendere contatti con gli enti locali.
Mia moglie, che avevo lasciato al Motel Agip, non perdeva tempo e andava
in giro in taxi per comprare a mio figlio il grembiulino per andare a scuola:
avrebbe dovuto frequentare la seconda elementare a San Donato, dove
presto saremmo tornati tutti, mentre io sarei andato avanti e indietro da
Roma.
Ai primi di ottobre, quindi, ci ritrovammo tutti finalmente a casa, dopo aver
lasciato libero, con rammarico, l’appartamento al settimo piano del palazzo
più alto di Vieste, sulla punta verso il faro. Nel Gargano, comunque, ci
dovetti ritornare celermente perché bisognava mettere in sicurezza tutti gli
impianti: procedere ai vari collaudi, controllare tutte le camere segnalando
le rotture e i pezzi mancanti e sistemare il centralino telefonico con le nuove
linee arrivate durante l’apertura dell’albergo. Finalmente riuscii a portare
una linea telefonica anche nel mio ufficio di Campi.
Di quel periodo ricordo un altro episodio. I lavori dell’impianto elettrico
dell’albergo furono eseguiti da una ditta di Ravenna. L’impresa era
rappresentata dal figlio del titolare che era un fanatico cacciatore: tutti i
giorni riusciva a trovare il tempo per andare a caccia in qualche zona vicina.
Uno degli ultimi giorni di collaudo, dopo molte insistenze, mi convinse a
partecipare a una battuta di caccia ai tordi nella piana di Campi: nel tardo
pomeriggio, infatti, questi uccelli scendevano dalla valle e attraversavano
l’uliveto nella piana di Campi per passare la notte. Quel pomeriggio mi feci
dare una doppietta dal mio guardacaccia e insieme ad altri tre cacciatori
andai a Campi. Io non sono mai stato un cacciatore anche se mi piaceva
sparare ai bersagli nelle fiere. Il gruppo di cacciatori si inoltrò subito nel
bosco, mentre io rimasi un po’ indietro. Camminavo ai margini dell’uliveto
con il fucile appoggiato agli avambracci, quando sentii le voci dei miei
compagni di caccia che gridavano concitati: “Arrivano, eccoli!”. Alle parole
seguirono una breve serie di colpi. Ad un certo momento sentì frullare
attorno a me qualcosa e istintivamente senza imbracciare il fucile, tirai il
grilletto, colpendo al volo un tordo che, letteralmente, impastai contro un
ulivo a tre metri di distanza: che colpo! I miei compagni si
congraturatularono con me per la mia mira e la mia prontezza di riflessi: dal
canto mio, dopo questo inatteso figurone, decisi di non sparare più un colpo
di fucile.
Il 4 dicembre ripartii per Milano e mi misi in ferie. Ne avevo accumulate un
bel po’, così andai con la famiglia quindici giorni a Borca di Cadore e
ritornai in ufficio solo dopo le feste per incominciare il nuovo lavoro.
All’improvviso, invece, giunse l’ordine di riprendere l’investimento della
baia di Pugnochiuso: bisognava progettare un centro commerciale (con
ristorante, bar, negozi e un night), un altro albergo, un centro congressi e la
zona sportiva con una piscina olimpionica di 50 m. Il tutto era progettato a
Milano dallo studio dell’architetto Monti, dove lavoravano quei tre architetti
simpatici che avevo incontrato quando vennero a Pugnochiuso per l’arredo
dell’Albergo del Faro.
In ogni caso per la stagione del 1966, doveva essere ultimato l’ampliamento
della zona ristorante e night dell’albergo del Faro. Anche la spiaggia andava
risistemata: la scarpata alle sue spalle, oltre a essere pericolosa, nascondeva
il sole nel pomeriggio.
Mi buttai perciò a capofitto nell’organizzazione dei lavori.
4- continua



