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“LA PARABOLA DEGLI ACCECATI” DI COSTANTINO PIEMONTESE È UN RACCONTO POTENTE, DISTURBANTE E PROFONDAMENTE SIMBOLICO

Un testo breve, folgorante, che colpisce per la forza del linguaggio e l’intensità del messaggio. In sole duecento parole, Costantino Piemontese riesce a costruire un’allegoria feroce della disumanizzazione della guerra e del potere mediatico che la maschera. Con uno stile incisivo e carico di simbolismo, ha saputo mettere a nudo l’ipocrisia del linguaggio ufficiale, la spettacolarizzazione della guerra e la rimozione morale di chi assiste senza agire.

Ambientato in una città distopica e surreale, Lemine, il racconto mette in scena un finto “briefing di pacificazione” orchestrato da autorità senza volto e amplificato da media complici.

L’autore mescola burocratese orwelliano, ironia tragica e immagini scioccanti per smascherare la “pacificazione” come forma di oppressione violenta.

I riferimenti al linguaggio militaresco, al controllo mediatico (“Canale Unico Possibile”) e all’annichilimento emotivo del pubblico creano una parabola sulla cecità morale – quella degli “Accecati d’Odio”, chiusi in una cupola a guardare, forse a giustificare.

La parte più dirompente è la danza macabra finale: i bambini – in cui, in questo momento storico, non possiamo non vedere i piccoli di Gaza – vittime dei bombardamenti, vengono descritti come ballerini in un teatro dell’orrore.

Una coreografia raccontata con i termini eleganti del balletto classico – arabesque, jeté, ballon – che contrasta con la brutalità della morte, rivelando con crudele lucidità la spettacolarizzazione della violenza e l’indifferenza collettiva.

L’effetto è spiazzante, volutamente disturbante: la bellezza formale del linguaggio coreutico contrasta con la crudezza delle mutilazioni, costringendo il lettore a confrontarsi con una realtà che spesso preferisce ignorare.

Questa scelta retorica – l’orrore travestito da arte – denuncia la spettacolarizzazione della violenza, in particolare quella subita da civili inermi.

Il racconto è una denuncia che scava nella coscienza del lettore, costringendolo a non distogliere lo sguardo. Una scelta forte e coerente per un premio dedicato alla legalità, che non è solo norma, ma anche responsabilità etica, capacità di denuncia e sguardo lucido sulla giustizia negata.

Il Premio “Il Rovo”, organizzato a Cagnano Varano, si conferma anche quest’anno un presidio di pensiero critico, un luogo dove la scrittura prende posizione e diventa atto civile.

Nato da un’idea condivisa da un gruppo di scrittrici e professioniste della parola – Rita Pelusi, Ottavia Iarocci, Sarah Pelusi, Emilia Massaro, Palma De Simone, Caterina Pelusi, Sara Di Bari e Roberta Di Nauta – il progetto è indipendente, senza fini di lucro, e punta a promuovere la scrittura come strumento di crescita culturale e civile.

La sezione Legalità, introdotta in memoria del Luogotenente Vincenzo Di Gennaro, vittima del dovere, ha assunto quest’anno un valore particolarmente attuale grazie al tema ispirato da una riflessione di Gianrico Carofiglio:

“Salvare le parole dalla loro manomissione significa essere cittadini liberi.”

Un invito a riflettere sul linguaggio come spazio di verità e responsabilità, reso ancora più potente dal racconto vincitore, che decostruisce le retoriche ufficiali e ci costringe a guardare dove non vogliamo.

teresa maria rauzino