Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.
ANNO 1966.
Ormai sia la Snam Progetti sia l’impresa Icori avevano chiuso i lavori e in
quel periodo erano impegnate nella fase di collaudo. Per i lavori di ripristino
e manutenzione, perciò, ci dovemmo rivolgere a un’impresa locale: Del
Giudice. Quest’impresa aveva già lavorato per noi ai villini Pignone: aveva
molta buona volontà, ma scarse attrezzature. Il progetto dell’ampliamento
dell’albergo fu fatto in ufficio da noi a San Donato e io a metà gennaio
ripartii per Vieste lasciando la famiglia a casa perché ormai i miei due figli
erano entrambi iscritti alla scuola elementare. Fortunatamente, questa volta,
potei alloggiare all’albergo che per la stagione della caccia teneva aperto il
solo corpo centrale con una trentina di camere riscaldate.
Intanto erano stati appaltati all’impresa Sicim (quella che aveva realizzato
l’acquedotto e che aveva un poderoso parco macchine tra cui due scavatori e
cinque ruspe) i lavori di sbancamento della spiaggia per circa 30.000 mc di
terreno alluvionale, con trasporto del materiale in una valletta laterale.
Avendo già osservano l’effetto delle mareggiate invernali sulla spiaggia
cercai di convincere i miei capi a buttare a mare tutto il materiale di scavo
nel punto in cui, secondo i pescatori, il mare picchiava con maggior forza
quando era grosso. Inizialmente la risposta fu negativa, perché c’era il
timore di sporcare il mare e rendere fangosa la spiaggia, ma quando l’ing.
Limiroli si accorse che quest’operazione gli avrebbe fatto risparmiare più di
cinquanta milioni, cambiò idea. Volle, però, da me la garanzia che il lavoro
sarebbe venuto bene e io, incoscientemente, gliela diedi.
Feci spingere il terreno in mare con le ruspe realizzando una specie di
terrapieno30, largo circa sei metri e lungo più di cinquanta, contro la
scogliera di fronte all’albergo: quello infatti, secondo le informazioni che
avevo raccolto, era il punto dove picchiavano, spinte dal potente vento di
Greco di levante31, le mareggiate più forti che avrebbero dovuto disperdere
la terra. Feci installare una pompa per lavare la ghiaia della spiaggia e per
togliere i residui terrosi32, poi accesi un cero e aspettai le mareggiate. Queste
arrivarono immancabilmente a fine marzo/inizio aprile e, in men che non si
dica, distrussero il mio terrapieno distribuendo la terra su tutta la spiaggia.
A metà febbraio, intanto, erano iniziati i lavori di scavo per l’ampliamento
dell’albergo. I lavori proseguirono con il rustico fino a metà aprile. Mi
ricordo che il getto dei tre solai fu un’operazione molto lunga. Ogni solaio
era di circa 600 mq e, nonostante avessi sistemato una betoniera
dell’organizzazione locale a ogni angolo predisponendo il trasporto del
calcestruzzo con carriole a mano, ci impiegammo quasi dodici ore: dalle
sette del mattino alle sette della sera, interrompendoci soltanto per una
veloce pausa pranzo con un panino. Per tenere allegri gli operai offrivo
normalmente una damigianetta (5 litri) di San Severo e questo mi creò
qualche problema per giustificare la spesa con l’ufficio del personale di
Milano. Gli uomini del luogo erano degli ottimi lavoratori, ma dovevano
sempre avere l’esempio del capo, così anch’io mi facevo le mie dieci/dodici
ore giornaliere di lavoro e qualche volta mi capitava anche la domenica.
Fu un’esperienza di lavoro particolare perché di solito la misura dei
serramenti in alluminio è rilevata sul posto dopo aver fatto le murature a
rustico. Nel nostro caso, per guadagnare tempo, i serramenti furono ordinati
a una ditta brianzola che li realizzò mentre io facevo ancora le strutture e
così fui io a dover adattare le murature ai serramenti: con la mano d’opera
locale non fu una cosa semplice.
In ogni caso per fine giugno i lavori furono completati insieme all’arredo e
la stagione balneare poté iniziare a pieno regime.
Una volta completato l’ampliamento, tornai a Milano in ufficio per
sistemare alcuni documenti e poi, ai primi di luglio, ripartii con la famiglia
per Vieste, sistemando moglie e figli nel villino di Campi dove, anche se un
po’ soli, passarono una buona estate con una spiaggia intera a loro
disposizione. Qualche volta, durante le feste, riuscivo a portarli in spiaggia a
Pugnochiuso, dove almeno vedevano un po’ di gente.
Prima di partire per Milano a giugno avevo organizzato il solito servizio
antincendio e, salvo qualche piccolo intervento sui confini, tutto proseguì
bene fino alla fine di agosto. In quelle ultime settimane estive alcuni pastori,
che abitavano dopo la spiaggia di Vignanotica, appiccarono degli incendi
dolosi nei nostri terreni più a Sud (vicino a Mattinata) che i nostri
guardaboschi e gli operai faticarono a raggiungere e a spegnere a causa
dell’isolamento di quell’area. Dopo la terza notte che passavo a spegnere
fuochi, poiché mi ero integrato nella mentalità locale divenendo un po’
“viestano” anch’io, chiamai la mia guardia fidata, il Rignanese, e gli dissi:
“Sappiamo entrambi chi accende i fuochi. Facciamo in modo che non
accada più”. Non so che cosa fece o che cosa disse, ma sta di fatto che da
quel giorno i fuochi terminarono in quella zona.
Di quel periodo ricordo un altro episodio che conferma come i locali fossero
ancora fin troppo gentili nei nostri riguardi. Mentre vivevamo nel villino di
Campi, mia moglie si faceva portare la spesa dal sig. Pecorelli, un uomo
gentile e premuroso che aveva il più grosso negozio alimentare di Vieste.
Un giorno Licia era rimasta senza citrosodina per i figli e alla sera chiese a
Dinunzio di passare da Pecorelli per avvisarlo di portarle, insieme alla spesa
del giorno seguente, anche la citrosodina. Era un periodo che non dormivo
molto a causa dei numerosi incendi che avampavano durante la notte. Quella
sera, però, sembrava tutto tranquillo: misi a letto presto i bambini e andai a
riposare. Verso le undici sentii una macchina fermarsi nel vialetto: subito
pensai ad un allarme incendio e mi affrettai ad aprire la porta. Invece di un
guardiaboschi mi trovai di fronte al sorriso di Pecorelli che mi porgeva un
barattolo di citrosodina. La prima reazione che trasparì sul mio volto non
dovette essere molto accondiscendente: il buon uomo posò il barattolo sui
gradini e sparì. Poveretto, chiuso il negozio alle 22 si era precipitato a
portarmi la citrosodian facendosi 20 km!
A fine settembre tornai a Milano con la famiglia per permettere ai miei figli
di riprendere la scuola. Mentre furono appaltati i lavori per le nuove
costruzioni, io ripresi un po’ di pratiche in ufficio che nell’ultimo periodo si
erano accumulate. La gara d’appalto fu vinta dall’impresa Chiesa di Milano
con la quale in ottobre tornai a Vieste per organizzare la costruzione della
Pagoda: un complesso su tre piani che prevedeva un centro commerciale
con un bar, un ristorante / cucina e un night. La Pagoda fu posta lungo la
strada di accesso all’Albergo del Faro, circa 300 m prima dell’ingresso.
Tranne il bar, tutta la costruzione era sotto la quota stradale con vista sulla
piana verso il mare.
In quel periodo ci furono un po’ di cambiamenti anche nella nostra
organizzazione: l’ing. Limiroli fu spostato a Roma e diventò presidente
della Semi, il “toscanaccio” occupò il suo posto e io presi quello di
quest’ultimo. Dovetti comunque ancora andare avanti e indietro tra Milano e
Vieste per curare la gestione tecnica del centro di Pugnochiuso. Da solo,
però, mi era difficile tenere sotto controllo anche il cantiere, così fu preso un
tecnico esterno, il geometra Rivelli, che io conoscevo bene perché era stato
negli anni ‘50 un mio collega all’ufficio Costruzioni Edili della Snam.
Questo geometra era un buon lavoratore, anche se un po’ distratto e con un
animo da poeta: scrisse le parole di una canzone su Pugnochiuso musicate
poi dal maestro Garofano, che era un foggiano scritturato dalla Semi per
suonare al piano bar. Mi ricordo anche che Rivelli, quando finì il suo
rapporto di lavoro con la Semi, si stabilì con la famiglia a Foggia dove, se
non sbaglio, aprì una piccola impresa.
Questo nuovo organigramma creò situazioni paradossali. La Snam era
proprietaria di tutti gli immobili e l’ingegner Limiroli, prima di diventare
presidente della Semi, impose che tutto fosse sotto il controllo della società
e che qualsiasi cosa dovesse essere prima approvata dalla direzione. Per
questo motivo aveva scritto alla Semi diverse lettere, dove elencava ciò che
era vietato fare, suggerendo che tutti i lavori dovessero essere approvati e
autorizzati prima dalla Snam. Ora paradossalmente la situazione si era
capovolta: il mio ex capo si trovava dall’altra parte e, dato che era una
persona piena d’idee e iniziative, ogni tanto ci scontravamo perché gli
facevo notare che non poteva eseguire certe opere senza chiedere il
permesso alla Snam, come lui stesso aveva decretato. Fortunatamente quasi
tutti i problemi si risolvevano in armonia e con un po’ di buon senso d’ambo
le parti.
In autunno iniziò l’impianto del cantiere e gli scavi della Pagoda. I lavori
erano controllati dal mio ex collega, mentre per il resto della gestione avevo
la collaborazione di due geometri, un ragioniere e un perito agrario.
5 – continua



