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60° ANNIVERSARIO HOTEL DEL FARO PUGNOCHIUSO. INAUGURAZIONE 1° AGOSTO 1965. VIESTE: “IL PUNTO ESTREMO DELLO SPERONE GARGANICO – PUGNOCHIUSO L’ALBERGO DEL FARO” – (5)

Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.

ANNO 1966.

Ormai sia la Snam Progetti sia l’impresa Icori avevano chiuso i lavori e in

quel periodo erano impegnate nella fase di collaudo. Per i lavori di ripristino

e manutenzione, perciò, ci dovemmo rivolgere a un’impresa locale: Del

Giudice. Quest’impresa aveva già lavorato per noi ai villini Pignone: aveva

molta buona volontà, ma scarse attrezzature. Il progetto dell’ampliamento

dell’albergo fu fatto in ufficio da noi a San Donato e io a metà gennaio

ripartii per Vieste lasciando la famiglia a casa perché ormai i miei due figli

erano entrambi iscritti alla scuola elementare. Fortunatamente, questa volta,

potei alloggiare all’albergo che per la stagione della caccia teneva aperto il

solo corpo centrale con una trentina di camere riscaldate.

Intanto erano stati appaltati all’impresa Sicim (quella che aveva realizzato

l’acquedotto e che aveva un poderoso parco macchine tra cui due scavatori e

cinque ruspe) i lavori di sbancamento della spiaggia per circa 30.000 mc di

terreno alluvionale, con trasporto del materiale in una valletta laterale.

Avendo già osservano l’effetto delle mareggiate invernali sulla spiaggia

cercai di convincere i miei capi a buttare a mare tutto il materiale di scavo

nel punto in cui, secondo i pescatori, il mare picchiava con maggior forza

quando era grosso. Inizialmente la risposta fu negativa, perché c’era il

timore di sporcare il mare e rendere fangosa la spiaggia, ma quando l’ing.

Limiroli si accorse che quest’operazione gli avrebbe fatto risparmiare più di

cinquanta milioni, cambiò idea. Volle, però, da me la garanzia che il lavoro

sarebbe venuto bene e io, incoscientemente, gliela diedi.

Feci spingere il terreno in mare con le ruspe realizzando una specie di

terrapieno30, largo circa sei metri e lungo più di cinquanta, contro la

scogliera di fronte all’albergo: quello infatti, secondo le informazioni che

avevo raccolto, era il punto dove picchiavano, spinte dal potente vento di

Greco di levante31, le mareggiate più forti che avrebbero dovuto disperdere

la terra. Feci installare una pompa per lavare la ghiaia della spiaggia e per

togliere i residui terrosi32, poi accesi un cero e aspettai le mareggiate. Queste

arrivarono immancabilmente a fine marzo/inizio aprile e, in men che non si

dica, distrussero il mio terrapieno distribuendo la terra su tutta la spiaggia.

A metà febbraio, intanto, erano iniziati i lavori di scavo per l’ampliamento

dell’albergo. I lavori proseguirono con il rustico fino a metà aprile. Mi

ricordo che il getto dei tre solai fu un’operazione molto lunga. Ogni solaio

era di circa 600 mq e, nonostante avessi sistemato una betoniera

dell’organizzazione locale a ogni angolo predisponendo il trasporto del

calcestruzzo con carriole a mano, ci impiegammo quasi dodici ore: dalle

sette del mattino alle sette della sera, interrompendoci soltanto per una

veloce pausa pranzo con un panino. Per tenere allegri gli operai offrivo

normalmente una damigianetta (5 litri) di San Severo e questo mi creò

qualche problema per giustificare la spesa con l’ufficio del personale di

Milano. Gli uomini del luogo erano degli ottimi lavoratori, ma dovevano

sempre avere l’esempio del capo, così anch’io mi facevo le mie dieci/dodici

ore giornaliere di lavoro e qualche volta mi capitava anche la domenica.

Fu un’esperienza di lavoro particolare perché di solito la misura dei

serramenti in alluminio è rilevata sul posto dopo aver fatto le murature a

rustico. Nel nostro caso, per guadagnare tempo, i serramenti furono ordinati

a una ditta brianzola che li realizzò mentre io facevo ancora le strutture e

così fui io a dover adattare le murature ai serramenti: con la mano d’opera

locale non fu una cosa semplice.

In ogni caso per fine giugno i lavori furono completati insieme all’arredo e

la stagione balneare poté iniziare a pieno regime.

Una volta completato l’ampliamento, tornai a Milano in ufficio per

sistemare alcuni documenti e poi, ai primi di luglio, ripartii con la famiglia

per Vieste, sistemando moglie e figli nel villino di Campi dove, anche se un

po’ soli, passarono una buona estate con una spiaggia intera a loro

disposizione. Qualche volta, durante le feste, riuscivo a portarli in spiaggia a

Pugnochiuso, dove almeno vedevano un po’ di gente.

Prima di partire per Milano a giugno avevo organizzato il solito servizio

antincendio e, salvo qualche piccolo intervento sui confini, tutto proseguì

bene fino alla fine di agosto. In quelle ultime settimane estive alcuni pastori,

che abitavano dopo la spiaggia di Vignanotica, appiccarono degli incendi

dolosi nei nostri terreni più a Sud (vicino a Mattinata) che i nostri

guardaboschi e gli operai faticarono a raggiungere e a spegnere a causa

dell’isolamento di quell’area. Dopo la terza notte che passavo a spegnere

fuochi, poiché mi ero integrato nella mentalità locale divenendo un po’

“viestano” anch’io, chiamai la mia guardia fidata, il Rignanese, e gli dissi:

“Sappiamo entrambi chi accende i fuochi. Facciamo in modo che non

accada più”. Non so che cosa fece o che cosa disse, ma sta di fatto che da

quel giorno i fuochi terminarono in quella zona.

Di quel periodo ricordo un altro episodio che conferma come i locali fossero

ancora fin troppo gentili nei nostri riguardi. Mentre vivevamo nel villino di

Campi, mia moglie si faceva portare la spesa dal sig. Pecorelli, un uomo

gentile e premuroso che aveva il più grosso negozio alimentare di Vieste.

Un giorno Licia era rimasta senza citrosodina per i figli e alla sera chiese a

Dinunzio di passare da Pecorelli per avvisarlo di portarle, insieme alla spesa

del giorno seguente, anche la citrosodina. Era un periodo che non dormivo

molto a causa dei numerosi incendi che avampavano durante la notte. Quella

sera, però, sembrava tutto tranquillo: misi a letto presto i bambini e andai a

riposare. Verso le undici sentii una macchina fermarsi nel vialetto: subito

pensai ad un allarme incendio e mi affrettai ad aprire la porta. Invece di un

guardiaboschi mi trovai di fronte al sorriso di Pecorelli che mi porgeva un

barattolo di citrosodina. La prima reazione che trasparì sul mio volto non

dovette essere molto accondiscendente: il buon uomo posò il barattolo sui

gradini e sparì. Poveretto, chiuso il negozio alle 22 si era precipitato a

portarmi la citrosodian facendosi 20 km!

A fine settembre tornai a Milano con la famiglia per permettere ai miei figli

di riprendere la scuola. Mentre furono appaltati i lavori per le nuove

costruzioni, io ripresi un po’ di pratiche in ufficio che nell’ultimo periodo si

erano accumulate. La gara d’appalto fu vinta dall’impresa Chiesa di Milano

con la quale in ottobre tornai a Vieste per organizzare la costruzione della

Pagoda: un complesso su tre piani che prevedeva un centro commerciale

con un bar, un ristorante / cucina e un night. La Pagoda fu posta lungo la

strada di accesso all’Albergo del Faro, circa 300 m prima dell’ingresso.

Tranne il bar, tutta la costruzione era sotto la quota stradale con vista sulla

piana verso il mare.

In quel periodo ci furono un po’ di cambiamenti anche nella nostra

organizzazione: l’ing. Limiroli fu spostato a Roma e diventò presidente

della Semi, il “toscanaccio” occupò il suo posto e io presi quello di

quest’ultimo. Dovetti comunque ancora andare avanti e indietro tra Milano e

Vieste per curare la gestione tecnica del centro di Pugnochiuso. Da solo,

però, mi era difficile tenere sotto controllo anche il cantiere, così fu preso un

tecnico esterno, il geometra Rivelli, che io conoscevo bene perché era stato

negli anni ‘50 un mio collega all’ufficio Costruzioni Edili della Snam.

Questo geometra era un buon lavoratore, anche se un po’ distratto e con un

animo da poeta: scrisse le parole di una canzone su Pugnochiuso musicate

poi dal maestro Garofano, che era un foggiano scritturato dalla Semi per

suonare al piano bar. Mi ricordo anche che Rivelli, quando finì il suo

rapporto di lavoro con la Semi, si stabilì con la famiglia a Foggia dove, se

non sbaglio, aprì una piccola impresa.

Questo nuovo organigramma creò situazioni paradossali. La Snam era

proprietaria di tutti gli immobili e l’ingegner Limiroli, prima di diventare

presidente della Semi, impose che tutto fosse sotto il controllo della società

e che qualsiasi cosa dovesse essere prima approvata dalla direzione. Per

questo motivo aveva scritto alla Semi diverse lettere, dove elencava ciò che

era vietato fare, suggerendo che tutti i lavori dovessero essere approvati e

autorizzati prima dalla Snam. Ora paradossalmente la situazione si era

capovolta: il mio ex capo si trovava dall’altra parte e, dato che era una

persona piena d’idee e iniziative, ogni tanto ci scontravamo perché gli

facevo notare che non poteva eseguire certe opere senza chiedere il

permesso alla Snam, come lui stesso aveva decretato. Fortunatamente quasi

tutti i problemi si risolvevano in armonia e con un po’ di buon senso d’ambo

le parti.

In autunno iniziò l’impianto del cantiere e gli scavi della Pagoda. I lavori

erano controllati dal mio ex collega, mentre per il resto della gestione avevo

la collaborazione di due geometri, un ragioniere e un perito agrario.

5 – continua