Ricordi dell’esperienza lavorativa di Giannino Anselmi. Raccolte e ordinate da Giacomo Anselmi.
ANNO 1968.
Siamo arrivati al ‘68, l’ultimo anno nel quale mi sono interessato
direttamente dei lavori del centro turistico a Pugnochiuso. Il mio lavoro a
Vieste era già cambiato e, pur andando in cantiere sovente, la maggior parte
delle mie giornate le passavo in ufficio a coordinare i vari interventi. Ero
continuamente in contatto con i miei quattro collaboratori dell’ufficio di
Campi, il mio ex grande capo Limiroli, gli architetti progettisti, il
responsabile del cantiere e l’impresa costruttrice. A gennaio, dopo le feste,
mi dedicai ai vari interventi da operare nei complessi già esistenti per
mantenere e ripristinare gli arredi e i vari impianti. Per quanto riguarda,
invece, i nuovi lavori iniziati alla fine dell’anno precedente, si lamentavano
ritardi e, spulciando la mia agenda, vedo spesso segnate alcune annotazioni
sullo stato di avanzamento del cantiere, per tenere sotto controllo i
progressi. A fine gennaio si erano accumulati ritardi nel montaggio della
seconda gru nel cantiere dell’albergo. Questi ritardi pesavano
nell’esecuzione delle strutture in cemento armato: me ne lamentai con
l’ingegner Ruggero Pizzi di Milano, cui era stata affidata la D.L. e i calcoli
della struttura in cemento armato dell’Albergo degli Ulivi. L’ingegnere
divenne un ottimo amico e i rapporti di amicizia si allargarono anche alle
nostre famiglie. I ritardi aumentavano anche per il numero esiguo di
personale: avevo calcolato che con gli operai a nostra disposizione alla fine
di febbraio per realizzare i 30.000 mq d’intonaco delle camere occorrevano
cinquanta giorni lavorativi. Sicuramente troppi per chi è già indietro sulla
tabella di marcia. Anche per la costruzione della piscina c’erano stati dei
disguidi e bisognava recuperare.
Dopo un breve soggiorno a Milano, il 2 marzo accompagnai l’ing. Pizzi per
il pre-collaudo delle opere in cemento armato dell’albergo e mi fermai
qualche giorno per coordinare meglio alcuni lavori: occorreva progettare
una nuova strada per l’accesso del villaggio di Torre Preposti e bisognava
potenziare la lavanderia posta a monte della strada principale. A valle della
stessa, invece, dove l’anno precedente era stato realizzato il parcheggio, si
stava costruendo una portineria per fermare e smistare i turisti e i visitatori.
Sorsero problemi anche per le fognature con i nuovi fabbricati: tutte le
tubazioni fognarie dovevano essere collegate e portate nel nuovo impianto
di depurazione a ossidazione totale, opera di una ditta francese, che era in
fase avanzata di costruzione sulla scogliera di fronte all’Albergo del Faro.
L’impianto funzionava molto bene tanto è vero che mi ricordo che feci un
controllo in piena stagione e prelevai un bicchiere d’acqua prima che fosse
scaricata a mare: risultò limpida, incolore e inodore. Non mi fidai comunque
a berla.
Un altro lavoro da affrontare era la costruzione del pozzo per la presa di
acqua salmastra per la piscina. Una volta scelto il sito, però, si presentarono
nuovi imprevisti geologici, perché a quota 8 m sul livello del mare ci
imbattemmo in una roccia arenaria impermeabile che ci causò qualche
problema. A monte della piscina si stava collocando il nuovo minigolf,
questa volta progettato da una ditta della val Sugana, e due campi da
pallavolo che si aggiungevano a quelli da tennis già esistenti. Sulla scarpata
alle spalle della spiaggia che avevo sistemato nel ‘66 con la Sicim, feci
realizzare un teatro all’aperto con le gradinate in tufo. Della realizzazione di
questo progetto fui molto orgoglioso: era stato organizzato molto
velocemente, ma sulle gradinate, tutte rivolte verso il mare, la sera era
piacevole assistere agli spettacoli che i vari animatori proponevano.
In una valletta laterale all’albergo feci costruire un canile che la direzione
mi aveva richiesto per i cani dei cacciatori che erano ospitati nella struttura
durante la stagione invernale. Sotto la sala congressi, invece, realizzammo
un locale per il bowling.
In aprile tornai a Milano per sollecitare le pratiche presso il Ministero
dell’Agricoltura per il rimboscamento dei terreni. Fu anche preso contatto
con un fabbro di San Donato, il signor Chiappa di Monticello, cui fu affidata
la realizzazione delle strutture metalliche per la copertura dei parcheggi e
alcuni cartelli stradali un po’ originali (su progetto dell’architetto Monti)
con le indicazioni dei vari fabbricati e delle diverse attività. Ordinammo
anche una ventina di panchine da distribuire nella piana.
Nel frattempo per decisione della presidenza dell’Eni, tutte le proprietà della
Snam passarono sotto la gestione della Semi. Anche tutto il personale Snam
diventò in carica della Semi. L’unica eccezione ero io, che avevo il compito
di completare tutti i lavori, chiudendo le relative commesse Snam.
In quei mesi continuavo a spostarmi tra Vieste e Milano per svolgere varie
pratiche, senza perdere di vista i lavori. La sera di domenica 16 giugno
dovetti prendere in tutta fretta un treno per Vieste perché erano sorti dei
grossi problemi per l’arredo dell’albergo e per il rivestimento della piscina.
La sera del 20, però, ritornai a Milano per ripartire tre giorni dopo in
macchina: fu l’ultima volta che scesi a Vieste con la famiglia, l’ultima
nostra residenza nel villino di Campi.
Il mese di giugno fu molto caotico: le attrezzature per l’albergo e i materiali
speciali per le finiture della piscina arrivavano con frenetica
disorganizzazione. Andava messo in funzione anche l’impianto di
depurazione. A fine mese attivai nuovamente l’ormai rodato servizio
antincendio che anche in quella stagione riuscì a contenere gli incendi,
spegnendoli nelle prime ore. La Snam ormai aveva capito l’utilità di questo
servizio (che si era rivelato molto efficiente) e mi aveva dato carta bianca
sul numero di personale da impiegare: costava un po’, ma sicuramente era
un risparmio rispetto ai costi per i danni provocati dagli incendi e ai tempi
del rimboscamento.
I ritmi di lavoro di quei mesi erano molto frenetici e in un mese
accumulammo una media di più di trenta ore di straordinari a testa.
Tra la fine di giugno e luglio si susseguirono una serie di consegne: il
depuratore il 28 giugno, l’Albergo degli Ulivi il 29, la portineria il 9 luglio,
la lavanderia il 16, il minigolf il 28 e la piscina e la sala congressi il 30
luglio. Quando furono compiute queste ultime due consegne, però, io ero
già in ferie.
Il 10 luglio controllai con le imprese le misure della piscina per verificare se
fossero regolamentari e se potesse essere usata per le gare ufficiali: risultò
su di un lato 50.01 m, sull’altro 50.02, mentre al muro, all’altezza dello
sfioratore, appariva uno strapiombo35 di 3 mm. Era idonea!
Il giorno successivo partii con la famiglia per Milano, dove avevo parecchie
pratiche da sistemare e poi, finalmente, il 27 luglio mi presi un mese di
ferie.
In quelle due settimane che rimasi in ufficio a Milano non mancarono i
problemi a Pugnochiuso. Vi fu un nubifragio che allagò il ristorante e la hall
dell’Albergo degli Ulivi. Con l’acquazzone, infatti, la terra di riporto, che
era stata messa sui bordi della nuova strada di accesso, aveva intasato i
chiusini e l’acqua, seguendo la strada in discesa, si era riversata
nell’albergo. Anche la pompa che alimentava la piscina si era intasata.
Nonostante tutti questi incidenti il 27 partii lo stesso per le ferie. Erano
almeno quattro anni che non facevo ferie in agosto e avevo accumulato più
di 120 giorni di ferie, contro tutti i regolamenti. Il mio capo ogni tanto mi
mandava delle lettere per invitarmi a consumare le ferie entro l’anno, ma
quando sentiva che non le avrei passate a Vieste, annullava immediatamente
la richiesta.
Ritornato il 26 agosto in ufficio, trovai non poche grane da risolvere:
pratiche burocratiche con il Ministero per il rimboscamento, trattative con
gli architetti progettisti del Piano Regolatore di Vieste e una serie di
confronti con il consiglio comunale che annullò il Piano Regolatore che
aveva presentato la Snam, affidando a un altro professionista l’incarico di
fare un piano di fabbricazione.
In quel periodo avevo anche iniziato, insieme con altri collaboratori, alcuni
lavori inerenti alla mia nuova posizione all’interno dell’azienda (una
posizione che ricoprirò poi per i successivi venti anni): come responsabile
della Sezione Immobiliare dovevo curare e gestire tutte le proprietà della
Snam. La sezione era composta di tre gruppi: gruppo Contabilità Lavori,
gruppo Immobiliare e gruppo Servizi, per un totale di circa una ventina di
geometri. Tra le pagine dei miei appunti vedo che i miei primi lavori furono
i più vari: dalla stesura del regolamento per gli inquilini delle case di
Metanopoli, alla risoluzione dei problemi di accesso al centro Snam di
Piacenza, dal controllo dei confini della raffineria di Pegli, al problema degli
scarichi abusivi sui terreni Snam di San Donato, ecc. In ogni caso il lavoro
più impegnativo era ancora Vieste. In ottobre ci furono una serie di
precollaudi e collaudi da fare nei vari fabbricati realizzati. La piscina dava
ancora notevoli problemi per alcune perdite: fu necessario addirittura usare
dei coloranti per individuarle.
Alla messa in sicurezza di tutti gli impianti e delle attrezzature per la
stagione invernale, si affiancava l’onere di portare a termine tutte le
commesse Snam e di chiudere i conti con le varie imprese. Ad aggravare la
situazione di lavoro si creò una posizione di disaccordo con l’impresa
Chiesa perché, terminati i lavori, aveva presentato un elenco di opere
aggiuntive un po’ caricate che, secondo loro, erano fuori contratto: un
importo di circa un miliardo di lire! Il mio ex capo, l’ing. Limiroli, era
molto preoccupato perché questa spesa non prevista ci faceva sforare dalle
previsioni di bilancio. All’inizio del 1969, dopo aver controllato tutti i
documenti e le carte contrattuali dell’Albergo degli Ulivi, della piscina e
della sala congressi, assieme all’ingegner Pizzi, scesi per il collaudo
amministrativo di tutte le attrezzature. Era la primavera del ‘69 e ritornavo a
Vieste per lavoro per l’ultima volta. Sicuramente fu il collaudo più
“carogna” che feci in tutta la mia carriera: controllai camera per camera,
segnalando qualunque cosa non fosse perfetta. Il risultato fu un elenco di
ripristini da fare il cui importo era leggermente superiore alle loro richieste.
Questo ci permise di sederci a un tavolo di confronto e, dopo aver tolto da
ambo, le parti le richieste più strane e astruse, finimmo con buon senso la
parte amministrativa delle opere terminate.
Questa fu la mia ultima esperienza lavorativa a Vieste. Rimasi comunque
sempre in contatto con il personale locale e ci tornai qualche volta negli anni
successivi per le ferie. Mi ricordo bene uno di questi miei ritorni: era l’estate
del 1978 e mia figlia Silvia aveva appena compiuto diciotto anni. Aveva
appena preso la patente e con una Diana che gli avevo appena comprato, era
andata in campeggio a Campi, trascinandosi dietro un gruppo di liceali di
San Donato (ragazzi simpatici che ogni tanto incontro ancora per strada a
Metanopoli). Quell’estate risiedevo anch’io in un bungalow a Campi e una
mattina mia figlia arrivò in spiaggia dicendomi che si vedeva del fumo nel
bosco, sopra il vecchio villino che ormai era occupato dal personale della
Semi. Senza pensarci due volte mi rivestii e organizzai con i ragazzi della
compagnia, che erano tutti eccitati all’idea, una squadra antincendio. Li
portai sul posto con attrezzi di fortuna reperiti a Campi: badili e accette per
recidere i rami. Stavano bruciando una dozzina di cespugli, ma siamo
riusciti a contenere l’incendio. Quando ormai il fuoco era stato domato,
arrivò con una campagnola il direttore del Faro, il signor Benvenuti, con
alcuni operai che ultimarono l’intervento. Il direttore, che conoscevo molto
bene (e che poi rividi con piacere alla fine degli anni ‘80 quando era
diventato direttore all’isola turistica di Alberella, nella laguna veneta sotto
Mestre), ci ringraziò e invitò tutti a una cena notturna a Santa Tecla: fu una
piacevole festa all’aperto cui partecipò anche un cantante famoso di allora,
Bruno Lauzi.
Un altro ricordo post-lavoro è dei primi anni ‘80. Dopo un giro nel
meridione, mi ero fermato una decina di giorni all’Albergo degli Ulivi. In
quell’occasione conobbi il dottor Manfredonia che aveva occupato il posto
del mio ex capo, salito ad altri incarichi. Il nuovo presidente della Semi,
saputo che io ero alloggiato in quell’albergo, una sera m’invitò a cena al
Faro e poi partecipammo a una piacevole serata, dove erano premiati i
vincitori di alcune gare sportive svoltesi in quella giornata. Anch’io da
quella serata portai a casa qualcosa: una bella foto con il presidente36 e una
sulla terrazza dove era servito l’aperitivo.
In ogni caso anche negli anni successivi sono rimasto sempre in contatto
con il personale locale di cui conservo un ricordo carico di affezione.
Quando li ho rincontrati con grande piacere durante la mia ultima visita nel
2003, ho scoperto che alcuni di loro hanno fatto carriera. Il rag. Pellegrino
ha costruito un albergo e alcuni bungalow (dove tra l’altro ho risieduto
come ospite con mia moglie) sulla prima spiaggia di Pizzomunno37.
Dinunzio, assieme ai figli, gestisce un campeggio con un paio di bungalow
sempre sulla prima spiaggia. I figli di Turi, l’uomo del marchese Nunziante,
oltre a un campeggio e un centro congressi nella piana di Campi, hanno
anche un albergo nella seconda spiaggia. In questa mia ultima visita ho
trovato un paese più attivo, completamente cambiato nelle strutture
turistiche e alberghiere grazie all’opera della Snam e alla lungimiranza di
Mattei che vide in quell’angolo bellissimo e sperduto del Gargano la
possibilità di uno sviluppo turistico. Io, però, ricordo con nostalgia e piacere
le greggi di pecore sulle spiagge, le file di asini che la sera tornavano con le
donne dai campi e anche l’albergo Moderno senza armadi. Purtroppo ho
notato anche qualche “sbavatura” urbanistica, come quei villini a schiera,
realizzati a Pugnochiuso del tutto simili a quelli che si costruiscono nelle
periferie delle città. Se ripenso ai villini sistemati uno per volta nell’uliveto
per non disturbare la natura mi viene da piangere.
Bando alla tristezza però! Desidero terminare questi miei ricordi con una
ciliegina finale: nella stagione estiva facevo montare in spiaggia un pontile
mobile, in parte galleggiante, per l’attracco dei gommoni dei turisti, per poi
farlo smontare a fine stagione riponendolo in un magazzino38. Negli ultimi
anni l’ing. Limiroli mi aveva più volte suggerito di fare un pontile fisso
sulla scogliera di fronte all’albergo, ma io mi ero sempre rifiutato perché mi
ricordavo che i pescatori mi avevano detto che, a fine inverno, in quel luogo
il Mare Adriatico picchiava molto forte perché spinto con violenza dai venti
provenienti dalla Grecia (come avevo avuto occasione di notare quando
avevo fatto scaricare la terra dello sbancamento del terreno alle spalle della
spiaggia). Quando nel ‘69 non mi occupai più dei lavori, al mio posto arrivò
un ingegnere della Semi che su invito del suo capo realizzò il famoso
pontile. Dopo qualche mese l’ing. Limiroli mi chiamò e mi disse tutto
contento: “Hai visto che alla fine l’hanno fatto il pontile fisso?!”. Io gli
risposi che ero contento e che il suo ingegnere probabilmente era più bravo
di me. Ma a gennaio mi arrivò da Vieste una telefonata da uno dei miei ex
colleghi che m’informava che nella notte il mare aveva strappato e demolito
in parte il famigerato pontile. Il giorno dopo chiamai a Roma il mio ex capo
e, dopo aver parlato del più e del meno, chiesi notizie sul pontile. Lui mi
mandò al diavolo e chiuse la conversazione.
Siamo sempre rimasti in ottimi rapporti di lavoro anche negli anni
successivi, quando passò a incarichi più importanti. Ancora adesso lo
rincontro con molto piacere per le vie di Metanopoli.
fine



