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PROCESSO “CRIPTO”/ CONDANNATA LA RETE CHE FAVORÌ LA LATITANZA DEL BOSS MARCO RADUANO

Il Gup del Tribunale di Bari, Nicola Bonante, ha emesso oggi la sentenza al termine del processo celebrato con rito abbreviato. È stata condannata la “rete” che, secondo l’accusa, ha contribuito a garantire la latitanza e a supportare le attività del boss viestano Marco Raduano, dopo la sua evasione dal carcere di massima sicurezza di Nuoro.

Il processo ha visto coinvolti, oltre a Raduano, anche il suo braccio destro Gianluigi Troiano (entrambi oggi collaboratori di giustizia), e altri imputati legati alla criminalità di Vieste, tra cui Michele Gala, detto “Pinguino”, Antonio Germinelli, Domenico Antonio Mastromatteo, detto “Pescecane”, Marco Rinaldi, detto “Il Veneziano”, Matteo Colangelo, unico a ricevere gli arresti domiciliari, e Michele Murgo, detto “U bell” o “Il Londinese”.

Nonostante la richiesta di giudizio immediato avanzata dal pm Ettore Cardinali, le difese degli imputati hanno chiesto il rito abbreviato, ottenendo così una riduzione di un terzo della pena. Gli avvocati difensori erano Salvatore Vescera, Edgardo Giuseppe Gallo, Carlo Alberto Mari, Gianmaria Daminato e Pasquale Crea.

La sentenza ha portato alle seguenti condanne: Marco Raduano ha ricevuto una pena di 1 anno di reclusione, mentre Gianluigi Troiano è stato condannato a 10 mesi (entrambi in qualità di collaboratori di giustizia). Altri imputati sono stati condannati a pene più severe: Michele Gala (2 anni e 8 mesi), Antonio Germinelli (3 anni e 2 mesi), Domenico Antonio Mastromatteo (3 anni e 6 mesi), Marco Rinaldi (2 anni e 2 mesi). Matteo Colangelo ha ricevuto una condanna a 1 anno e 10 mesi (pena sospesa). Michele Murgo ha invece optato per il patteggiamento, con una condanna a 2 anni.

Le motivazioni della sentenza verranno depositate entro 90 giorni. I principali enti coinvolti come parte offesa sono il Ministero della Giustizia, il Comune di Vieste, il Ministero della Salute e la vittima dell’incendio.

Le accuse a carico degli imputati includono il favoreggiamento della latitanza di Raduano, con l’uso di mezzi logistici e comunicativi per consentirgli di sfuggire alle forze dell’ordine. Gala, Murgo, Germinelli e Mastromatteo sono accusati di aver fornito appoggi, coperture, ospitalità, telefoni criptati, autovetture “pulite”, denaro e informazioni, tutto per evitare che Raduano venisse arrestato. Questo comportamento ha avuto l’aggravante di agevolare l’associazione mafiosa a cui Raduano apparteneva, consentendo al clan Lombardi/Ricucci/Latorre di continuare a operare sul territorio di Vieste.

Ulteriori accuse riguardano un traffico di droga: Raduano, Troiano, Rinaldi e Mastromatteo sono accusati di aver organizzato il trasporto di 8,5 kg di hashish e 2,3 kg di marijuana dalla Spagna verso Vieste. Il traffico di stupefacenti è stato gestito con l’aiuto di narcotrafficanti operanti in Spagna e Marocco, con l’obiettivo di mantenere attiva l’operatività del clan nonostante la latitanza dei suoi vertici.

Infine, il processo ha incluso anche un episodio di intimidazione mafiosa avvenuto nell’ottobre del 2023, con l’incendio dell’auto della madre di un collaboratore di giustizia. Raduano è accusato di essere il mandante dell’incendio, mentre Germinelli e Colangelo sono accusati di essere gli esecutori. L’incendio, secondo l’accusa, è stato compiuto come atto di vendetta contro il collaboratore di giustizia Orazio Coda, con l’aggravante del metodo mafioso.

La condanna finale segna un importante passo nelle indagini sul clan di Vieste e sulle sue operazioni, continuando a mettere in luce la rete di favoreggiamento che ha consentito a Raduano e ai suoi alleati di continuare a controllare le attività illecite anche durante la sua latitanza.