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MANFREDONIA, LA FERITA ENICHEM: DALL’INDUSTRIALIZZAZIONE ALL’EREDITÀ TOSSICA. IL DOLOROSO RISVEGLIO DI UNA COMUNITÀ

Nel secondo dopoguerra, a Manfredonia la mancanza di prospettive, rendeva difficile immaginare un futuro stabile. Così i giovani emigravano verso le regioni settentrionali della penisola, i più temerari persino oltreconfine, lasciando dietro di sé il silenzio delle campagne e l’ondeggiare delle acque, che fino a poco prima avevano portato qualche promessa di lavoro e sostentamento, tra reti da pesca e commercio ittico.

Con la riforma agraria del 1950, che dava nuova linfa alla produzione agricola, sembrava che qualcosa stesse per cambiare. Tuttavia, la precarietà economica e l’esodo dalle campagne delle nuove generazioni in cerca di migliori condizioni di vita, non consentirono una rilevante espansione del settore agricolo. A fiorire erano altri settori: il piccolo commercio, l’artigianato e il turismo, con i primi stabilimenti balneari nella zona di Siponto, che offrivano alla popolazione un assaggio di modernità e svago. Tutto questo però non bastava. Occorreva un’inversione di rotta nell’economia della città, un impulso capace di generare opportunità lavorative concrete e durature e di trasformare Manfredonia in un polo di attrazione per i comuni limitrofi.

Così, nel ’68, mentre l’Italia si mobilitava  per l’aumento dei salari e i diritti dei lavoratori, nella zona di Macchia, propaggine del comune di Monte Sant’Angelo, a poche centinaia di metri da Manfredonia, tra ampie distese di mandorli e ulivi centenari, da una parte e il mare delle coste garganiche dall’altra, nacque lo stabilimento petrolchimico ANIC, che nel 1983 sarebbe diventato Enichem. Il sito, specializzato nella produzione di fertilizzanti e fibre sintetiche era destinato a divenire il cuore pulsante dell’industrializzazione della città: le famiglie contavano su lavoro stabile, salari regolari e sulla promessa di fermare l’esodo dei più giovani, i figli di Manfredonia avrebbero potuto restare, mettere radici nella terra che li aveva generati, immaginare un futuro senza fazzoletti bianchi agitati al vento, lacrime trattenute tra i vagoni di treni affollati, senza più addii.

Manfredonia non poteva sapere che quell’industrializzazione, tanto agognata, si sarebbe rivelata un danno permanente per l’ambiente e per la salute dei cittadini. Fino al 26 settembre del 1976, quando una colonna di lavaggio dell’ammoniaca cedette, liberando nell’aria tonnellate di arsenico, una sostanza letale e invisibile. La nube tossica scese sulle case, sui campi, sulle acque, restando sospesa nell’aria per giorni. L’euforia del progresso si tramutò dapprima in paura, e poi in un’amara consapevolezza. I cittadini di Manfredonia furono lasciati all’oscuro dei pericoli: l’azienda non fornì informazioni sull’incidente e i lavoratori impegnati nella bonifica furono mandati senza protezioni adeguate.

Nei giorni successivi si registrarono decine di ricoveri per intossicazione acuta, con quantità “abnormi” di arsenico rilevate nelle urine degli operai. Tra il 1978 e il 1990, Manfredonia visse anni di una catastrofe ininterrotta e silenziosa. Tra i momenti più inquietanti, il caprolattame segnò pagine nere nella memoria della città: il 15 maggio 1984 un incendio divampò nel magazzino, consumandolo completamente. Dietro la cortina del progresso industriale, fumi, incendi e sostanze chimiche si mescolavano all’aria salmastra e al profumo dolce dei mandorli in fiore, avvolgendo case, strade e vite con il loro veleno fino al 1993, quando il sito petrolchimico fu finalmente chiuso.

Dal 1970 a oggi, Manfredonia ha visto disgregarsi quel vantaggio di salute che aveva rispetto alla sua regione di appartenenza. A partire dai primi anni Duemila, la mortalità per neoplasia polmonare ha mostrato un eccesso rispetto alla media provinciale e regionale. Tra coloro che avevano meno di cinquanta anni al momento dell’incidente del 1976 si sono registrati circa 14 decessi in più rispetto alla media regionale. Dal 1995 la mortalità per malattie cardiache ha continuato a crescere, con picchi tragici, come due morti in più al mese nella seconda metà degli anni Novanta. Non sono solo gli adulti a pagare questo tributo di dolore. Nei comuni di Manfredonia e Monte Sant’Angelo, uno studio del 2017 ha rilevato un drammatico eccesso di malformazioni congenite alla nascita: il 36% in più rispetto alla media regionale. Vite innocenti, condannate per sempre ancora prima di venire al mondo.

Dalla metà degli anni ottanta la popolazione di Manfredonia ha gradatamente maturato un’opposizione all’Enichem, inizialmente silenziosa ma sempre più cosciente dei rischi per la salute e l’ambiente. La tensione esplose nel 1988: il 24 settembre 15.000 persone scesero in piazza, dando inizio alle cosiddette “quattro giornate di Manfredonia”, con scioperi cittadini, blocchi stradali e navali, manifestazioni di decine di migliaia di persone e l’occupazione della sala consiliare del Comune. La città si trovò in stato di assedio, con il sindaco e l’amministrazione sotto pressione per opporsi alla nave dei veleni. Il movimento, che inizialmente mirava a fermare la Deep Sea Carrier, si ampliò in una contestazione generale del petrolchimico.

Venne costituito un Comitato Cittadino rappresentativo di tutte le categorie sociali: pescatori, insegnanti, partiti politici, associazioni ambientaliste, artigiani, lavoratori, donne e cittadini comuni. Piazza Duomo divenne un luogo di partecipazione civica e politica, con studi approfonditi dei processi produttivi, dei rifiuti e dei rischi per la salute, favorendo la consapevolezza collettiva e la pressione sulle istituzioni. Le donne ebbero un ruolo cruciale, portando la loro visione della cittadinanza e della tutela della vita fino alla Corte europea dei diritti dell’uomo, che nel 1998 riconobbe la violazione del diritto di sapere sui rischi ambientali.  Il Movimento contribuì a importanti risultati: il Consiglio comunale e le Commissioni tecniche dichiararono l’incompatibilità dello stabilimento con la città e ne evidenziarono le carenze gestionali e di controllo.

 Tuttavia, il conflitto generò anche forti divisioni sociali tra chi difendeva il lavoro in fabbrica e chi contestava la presenza dello stabilimento, lasciando profonde lacerazioni nella comunità.  A 49 anni di distanza, a seguito di lotte, scioperi e manifestazioni, malgrado il disastro Enichem, Manfredonia non ha ancora raggiunto una visione univoca sul significato e sulle conseguenze di quanto accaduto. Oggi più che mai è necessaria una comprensione condivisa, basata sui fatti e sulla memoria collettiva, affinché si possa affrontare il futuro della città, tutelare la salute dei cittadini e costruire un percorso di sviluppo sostenibile.

ilispontino.net