Cultura, turismo e una visione politica che parte dal basso. Graziamaria Starace, assessora alla Cultura e al Turismo del Comune di Vieste, è candidata alle regionali del 23 e 24 novembre in una lista civica a sostegno di Antonio Decaro, come espressione del Sindaco di Vieste e presidente della Provincia di Foggia Giuseppe Nobiletti. Si definisce la candidata del presidente, non di un partito, e rivendica un percorso fondato sull’esperienza amministrativa e sulla capacità di trasformare la cultura in sviluppo. Nell’intervista rilasciata al direttore de l’Attacco Piero Paciello racconta la sua visione per la Capitanata, il confronto con Raffaele Piemontese e la sfida di costruire una nuova classe dirigente libera dalle logiche di sudditanza.
Che tipo di campagna elettorale sta costruendo?
Sto costruendo una campagna elettorale che parte dalle persone. Ho scelto di incontrarle una per una, per ascoltare bisogni e aspettative. Non mi interessa parlare dall’alto o replicare schemi già visti, voglio conoscere il territorio e capire come risponde. Sono partita da un presupposto semplice: prima di proporre, bisogna capire. Per questo ho partecipato a Bari ai tavoli programmatici con Decaro e mi sono concentrata su quello della sanità, che è il vero punto dolente della Capitanata. È un tema che riguarda la vita quotidiana delle persone. Noi non chiediamo un Policlinico sul Gargano, ma un minimo vitale, un sistema sanitario che ci garantisca sicurezza. Le ambulanze spesso non sono medicalizzate, i presidi mancano di personale. Ho chiesto una cosa semplice: che il Gargano venga equiparato alle Isole Tremiti, considerate zona svantaggiata. Basterebbe questo per avere un medico sempre presente. Non servono grandi leggi, ma la volontà politica di riconoscere che anche qui vivono cittadini pugliesi a pieno titolo.
Da Vieste a Foggia per una campagna elettorale complicata. Vieste viene spesso vista come un mondo a parte. Sta avendo difficoltà?
Capisco che possa esserci diffidenza da parte di chi non mi conosce, ma è proprio per questo che voglio incontrare tutti di persona. Non chiedo fiducia a scatola chiusa. Voglio spiegare chi sono e cosa ho fatto. Non rappresento solo Vieste, ma un modo diverso di intendere la politica: partire dall’amministrazione, dai risultati, non dai partiti. So che qualcuno pensa che una candidata di provincia non possa essere competitiva in un capoluogo, ma la politica non si misura in chilometri. Ho avuto esperienze internazionali importanti che mi hanno insegnato a confrontarmi con realtà complesse. Non mi sento inferiore a nessuno. Se non fossi sicura di potermi confrontare con i candidati dei capoluoghi, non avrei accettato questa sfida.
Quanto conta la sua biografia in questa candidatura?
Conta molto. È la mia forza. Nella vita mi sono sempre posta obiettivi difficili. Penso che la cultura, intesa come educazione e consapevolezza, sia la chiave del cambiamento. Non parlo di cultura come erudizione, ma come capacità di pensare, di ragionare, di scegliere. In un mondo che cambia velocemente, la cultura è l’unico investimento che nessuno può portarti via. È l’unica vera forma di libertà. Voglio far passare questo messaggio, soprattutto ai giovani: la conoscenza è l’unico strumento che ci rende autonomi.
Il lavoro fatto dall’amministrazione di Vieste sul fronte culturale è stato importante. Quanto è percepito questo cambiamento?
È percepito eccome, perché è concreto. In pochi anni abbiamo costruito un sistema di servizi che prima non esisteva. Oggi a Vieste c’è un polo culturale che dà lavoro a una ventina di persone, un asilo nido con quindici educatrici, una comunità per minori, un centro per disabili, un centro diurno per bambini svantaggiati. Sono servizi che generano occupazione diretta e indiretta. Accogliere sessanta bambini significa permettere a sessanta madri di lavorare. È una rete che tiene insieme cultura, sociale e sviluppo economico. La cultura per me è educazione alla responsabilità, non intrattenimento.
Quanto peserà la sua esperienza amministrativa in questa campagna elettorale?
Molto. Antonio Decaro mi ha scelta personalmente. Non sono frutto di un equilibrio di partito, ma di una scelta diretta. Mi considero la sua candidata. Lui vuole costruire un civismo nuovo, diverso da quello di Michele Emiliano, che nel tempo si è trasformato in un contenitore indistinto. Il suo civismo parte dai risultati amministrativi. Decaro ha cambiato Bari, noi abbiamo cambiato Vieste. Ora vogliamo contribuire a cambiare la Puglia. Non porto solo un simbolo, ma un modello di lavoro. E sento la responsabilità di rappresentare Vieste, che è diventata la capitale pugliese dell’accoglienza, ma anche i territori che ci circondano, dal Gargano al Tavoliere fino ai Monti Dauni. Non basta essere bravi a casa propria, bisogna condividere i risultati.
Vieste capitale della cultura 2028 è anche un’operazione elettorale?
Assolutamente no. È un progetto che va avanti indipendentemente dalla campagna elettorale. È un percorso amministrativo, non un’iniziativa di propaganda. Naturalmente ne parlo, perché fa parte del lavoro che ho costruito, ma non è uno scambio elettorale. Se anche non dovessi essere eletta, il progetto andrà avanti lo stesso. Stiamo lavorando con professionisti, università e associazioni. L’obiettivo è lasciare un’eredità, non un titolo.
Attraversando la provincia, che idea si è fatta della Capitanata?
Mi sto rendendo conto di quanta bellezza abbiamo e di quanta poca consapevolezza. Ho visto per la prima volta Troia e Lesina, e ne sono rimasta incantata. Lesina, con quel lembo di terra che la unisce a Rodi Garganico, è un luogo straordinario, come certe spiagge della Sardegna. Troia è un gioiello d’arte e storia. Eppure restano fuori dalle rotte principali. È una provincia che ha un potenziale enorme, ma abbandonato. Ho incontrato persone intelligenti, preparate, appassionate, che però non riescono a esprimersi perché mancano reti, collegamenti, occasioni.
Che tipo di capitale umano sta incontrando?
Ci sono tante persone capaci, ma spesso restano nell’ombra. Hanno paura di esporsi, di essere penalizzate. È come se vivessimo ancora dentro un sistema feudale, dove o sei con qualcuno o non esisti. Questa paura è la vera malattia della Capitanata. Vedo tanta timidezza, tanta rassegnazione. E mi dispiace, perché significa che la libertà è ancora un concetto fragile. Dobbiamo liberarci da questa logica. Non possiamo essere vassalli, dobbiamo tornare cittadini.
Parla apertamente di un sistema di potere locale. Si riferisce a Raffaele Piemontese?
Mi riferisco a chi ragiona così. È una visione anacronistica, di controllo e sudditanza, incompatibile con un territorio moderno. È una politica che non lascia spazio ai nuovi, che considera la libertà un rischio. La cosa più triste è che a volte viene da persone giovani anagraficamente ma vecchie nel modo di pensare.
Trova nelle comunità che incontra persone disposte a cambiare questo stato di cose?
Sì, e questa è la parte che mi dà speranza. Trovo tanti cittadini, anche iscritti ai partiti, che mi dicono di voler cambiare, di essere stanchi di certi meccanismi. Tutti condividono l’idea che la politica debba tornare a essere servizio. Il problema è che molti hanno paura. Paura di perdere ciò che hanno, di finire ai margini. È una paura reale, ma va vinta. Quando un territorio acquisisce consapevolezza del proprio valore diventa libero. A Vieste è successo. Lo stesso sta accadendo a Troia, a Orta Nova, dove comunità coraggiose stanno scardinando vecchi sistemi. È un percorso lungo, ma la direzione è quella giusta.
La candidatura Pd di Rossella Falcone, ex assessora della vostra amministrazione, viene letta come un tentativo di mettervi in difficoltà a casa vostra.
È esattamente questo. È un’operazione pensata per indebolirci dove siamo più forti. Ma credo che Vieste saprà distinguere tra chi lavora per il territorio e chi obbedisce a logiche di potere. Io sono convinta che vincerà la libertà, non la sudditanza. Se Raffaele Piemontese avesse voluto aiutarci lo avrebbe fatto da assessore alla Sanità, garantendoci un medico o salvaguardando l’istituto alberghiero che invece ha tolto dal piano provinciale. Ha scelto di penalizzarci. Lo stesso vale per la cancellazione delle corse per i malati oncologici da Vieste e Troia, spostate a San Marco in Lamis. È un modo di intendere la politica che non appartiene al futuro, ma al passato.
Negli ultimi anni Nobiletti si è accreditato come principale alternativa a Piemontese. È la dimostrazione che una sfida è possibile?
Assolutamente sì. In meno di due anni il Sindaco di Vieste e presidente della Provincia ha dimostrato che si può governare senza appartenere a sistemi di potere. È la prova che la Capitanata non è condannata alla rassegnazione. La mia candidatura si inserisce in questa battaglia. Non è una sfida personale, ma collettiva. Riguarda il metodo, non le ambizioni.
Che idea si è fatta della classe dirigente che ha governato la Capitanata finora?
Credo che il disastro di questa provincia derivi dal fatto che i rappresentanti scelti finora non hanno mai avuto un rapporto reale con la vita delle persone. Sono politici che non conoscono i problemi concreti, che non hanno mai gestito un servizio, una crisi, un bilancio. La gente non ha bisogno di mediatori di potere, ma di amministratori capaci di risolvere le questioni quotidiane. Non serve chi promette un contatto o una scorciatoia, serve chi semplifica la vita ai cittadini.
Antonio Decaro parla spesso di una “lista dell’Anci”. Si riconosce in questa definizione?
Sì. È una lista fatta di persone che amministrano davvero, che sanno cosa significa gestire un Comune, firmare una delibera, affrontare i problemi ogni giorno. Non siamo professionisti della politica, siamo amministratori che vogliono portare in Regione la concretezza che ogni sindaco o assessore deve avere. È un civismo vero, che nasce dall’esperienza e non dalle convenienze.
Quanti voti pensa di ottenere?
Quelli necessari per essere eletta. Non ho un obiettivo personale. Non mi interessa il numero, ma il significato. Mi candido perché so di poter dare un contributo al mio territorio. La Capitanata ha potenzialità enormi, ma è trattenuta da un sistema che non la lascia crescere. Ci sono aziende prestigiose che non hanno l’acqua per lavorare. È paradossale. Sembra quasi che qualcuno abbia deciso che questo territorio non debba mai decollare. Io non ci sto. Voglio dimostrare che si può cambiare passo.Che giudizio ha dei dieci anni di Michele Emiliano?
Ha contribuito allo sviluppo di alcuni territori, ma condivido la scelta di non farlo candidare consigliere. Gli riconosco la capacità di aver intuito l’importanza del civismo, ma quel civismo è diventato, nel tempo, un sistema distorto, pieno di figure che operavano dietro le quinte. Ha dato visibilità a personaggi che rappresentano un modo vecchio di fare politica. Rosario Cusmai è l’esempio di questo civismo degenerato. Ora serve un civismo nuovo, fondato sul merito e sulla responsabilità, che guardi avanti e non indietro.
Intervista pubblicata sul quotidiano l’Attacco il 18 ottobre 2025



