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GUERRA TRA I CLAN DI VIESTE DELLA MAFIA GARGANICA. OMICIDIO TROTTA, UN CERTIFICATO MEDICO SCAGIONA BONSANTO DALLE ACCUSE

Colpo di scena ieri in corte d’assise a Foggia: se­condo la difesa un certificato medico smentirebbe la tesi accusatoria. Tre pentiti avevano raccontato in aula in precedenti udienze che Angelo Bonsanto, trentaseienne di Lesina, arrivò a Vieste il pomeriggio del 26 luglio 2027; rimase a mangiare e dormire in ima masseria; gli venne mostrata la foto di Omar Trotta che doveva uccidere il giorno dopo; a mezzanotte percorse anche in auto il tragitto sino al luogo del delitto; il primo pomeriggio del 27 luglio entrò in azione, raggiunse il ristorante su uno scooterone insieme a un complice rimasto ignoto; a volto coperto fece irruzione nel locale della vittima e la uccise a colpi di pistola, delitto collegato alla guerra di mafia tra clan del Gargano.

 Ma se Bonsanto era a Vieste già dal giorno prima del delitto, come mai la mattina del 27 luglio alle 10.30 fu sottoposto a visita cardiologica all’ospedale di San Se­vero, con tanto di ticket e referto medico a dimostrarlo? E’ l’alibi a sorpresa tirato fuori in corte d’as­sise a Foggia dall’avv. Luigi Marinelli, difensore di Bonsanto.

 L’imputato è detenuto per scontare un cumulo pene sino al 2031, ma è a piede libero (mai arrestato) per l’accusa di concorso nell’omicidio Trotta aggravato da premeditazione e mafiosità, per il quale è sotto processo dal febbraio 2023. “Ho ritenuto che questo fosse il momento giusto per depositare ticket e referto medico e smentire il racconto dei collaboratori di Giustizia, considerato che il mio assistito per questa accusa non è mai stato arrestato” commenta l’vv. Ma­rinelli al termine dell’udienza. Coimputato di Bonsanto in corte d’assise è Gianluigi Troiano, 32 anni, viestano pentitosi un anno fa: ha confessato di aver preso parte all’agguato all’amico Trotta, assicurandosi che la vit­tima fosse nel ristorante e avvertendo con un messaggio telefonico i due killer, tra cui Bonsanto.

L’accusa so­stiene che quest’ultimo fu “prestato” dal clan Moretti di Foggia agli alleati del clan Raduano di Vieste per as­sassinare Trotta ritenuto schierato con il gruppo rivale Perna/Iannoli. Per l’omicidio Trotta già condannati nel giudizio abbreviato 3 pentiti: Marco Raduano, ex boss di Vieste, quale mandante; il compaesano Danilo Pietro Della Malva che avrebbe aiutato i sicari prima e dopo il defitto; e il mattinatese Antonio Quitadamo che tra l’altro sostiene di aver dato la propria pistola a uno dei sicari.

Di scena ieri mattina come teste a discarico la moglie di Bonsanto. Rispondendo alle domande del di­fensore e del pm della Dda, la donna ha raccontato che la mattina del 27 luglio 2017 – giorno del delitto – il marito uscì di casa a Le­sina alle 9, e raggiunse in auto l’ospe­dale di San Severo dov’era fissata alle 10.30 una visita dal cardiologo, prenotata nei giorni precedenti.

Lei dopo chiamò il coniuge ma il te­lefonino squillò a vuoto; quando le rispose nella tarda mattinata, le spiegò d’aver silenziato il cellulare durante la visita. L’avv. Marinelli ha depositato il ticket di prenota­zione della visita fissata alle 10.30 e il certificato redatto dal medico che verrà interrogato nella prossima udienza del 7 novem­bre. “Ritengo sia una prova decisiva” commenta il di­fensore “tenuto conto che Raduano, Troiano e Quitadamo collocano il mio assistito a Vieste già dal pomeriggio del 26 luglio; e sostengono che rimase sino al momento dell’omicidio avvenuto alle 14.30 del giorno dopo”.

Nel corso dell’udienza attraverso gli interro­gatori di moglie e di un amico del presunto killer (e suo coimputato in un altro processo) è emerso anche che Bonsanto nel 2017 aveva 4 telefonini. “Anche questa è una circostanza importante” prosegue il legale “perché secondo la tesi accusatoria il mio cliente quanti era a Vieste spense il cellulare per evitare che fossero tracciati i suoi spostamenti. Abbiamo invece dimostrato con documentazione che Bonsanto aveva altri telefonini e non erano spenti; che rispondeva alle chiamate; e uno era anche intercettato per un’altra indagine”.