Con “Della vita transumante ritrovar l’incanto”, Carla Cipriani consegna una poesia di respiro ampio e solenne, in cui la tradizione pastorale dell’Abruzzo si trasfigura in meditazione universale sull’uomo, sul tempo e sulla parola poetica.
La lirica si apre con un’immagine di vastità e di respiro: “Impregnano fogli bianchi brezze di salsedine”. È l’inizio di un viaggio sensoriale e spirituale, dove il paesaggio diventa pagina, e il vento – elemento ancestrale della transumanza – si fa linguaggio e destino.
La poetessa evoca l’Abruzzo come una madre di terra, vento e neve, “posata sui fianchi del cielo”, e subito introduce il Poeta, figura centrale e simbolica, smarrita nel mondo moderno ma ancora capace di cercare “indizi salvifici degli uomini dei pascoli”.
La poesia procede per quadri visivi e musicali: rigagnoli, onde, greggi, uccelli in volo basso che scrivono sul pentagramma del cielo. Ogni immagine è insieme naturale e mistica, fondendo il ritmo della natura con la partitura interiore dell’anima. L’andamento è oracolare, profetico, ma non retorico: la voce poetica chiama il poeta a rialzarsi, a unirsi ai “popoli della transumanza”, a farsi testimone di una rinascita morale e spirituale.Nel verso finale – “e ancora nei tuoi versi insegnaci della vita transumante a ritrovar l’incanto” – si compie la rivelazione: la transumanza non è più solo rito arcaico, ma metafora della condizione umana, del continuo migrare dell’anima verso il senso e la luce.
La scrittura di Cipriani, alta e musicale, intreccia la tradizione lirica italiana con accenti mistici e visionari. Il risultato è una poesia che unisce la grazia del canto alla profondità del pensiero: un inno alla parola come atto di resurrezione, capace di restituire “orgoglio alla luce della luna”.

Carla Cipriani con questa lirica ha vinto il primo premio Sezione Poesia del Premio Letterario Internazionale Tratturo Magno.
Ecco la motivazione della Giuria:
“Della vita del transumante ritrovar l’incanto: la poetessa compone un’ode, che è un’esortazione al poeta che, scoraggiato e deluso non sa più di quale mondo scrivere, a seguire l’esempio dei pastori, che sapevano orientarsi sia sul tratturo che nella vita, perché ascoltavano i canti ancestrali, le lingue mescidate, che da sempre uniscono i popoli. Il poeta ha il dovere di ritrovare l’incanto della vita transumante, vita di scambio, accoglienza, autentica umanità. il linguaggio lirico è tanto soave quanto potente”.
teresa maria rauzino



