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LA STORIA POCO CONOSCIUTA DI DONNE EREMITE, ‘BIZZOCHE’ E MONACHE DI CASA NEL GARGANO

In diversi post abbiamo trattato di racconti di eremiti e santi che hanno calcato, abitato e attraversato il nostro Promontorio.

Questa volta parleremo di storie meno note ma altrettanto affascinanti, facendoci aiutare dal compianto Gabriele Tardio, che tanto aveva a cuore tale argomento. Ecco i tratti essenziali del suo lavoro di ricerca sul ruolo delle donne nel mondo eremitico.

Nel silenzio dei secoli, tra le rocce e i conventi del Gargano occidentale, si nasconde la storia dimenticata di donne che scelsero Dio fuori dalle regole, anime ribelli e devote che vissero tra eremi, grotte e case modeste, lontane dai fasti e dai monasteri ufficiali.

Queste donne, chiamate ‘bizzoche’, eremite o monache di casa, non appartenevano ad alcun ordine riconosciuto ma consacrarono la propria vita alla preghiera e alla penitenza, spesso nel disprezzo e nell’incomprensione del mondo.

La loro presenza segna un capitolo poco noto della spiritualità garganica, un filo femminile che lega fede, isolamento e coraggio. Tra le prime figure, elencate dal Tardio, spicca donna Geronima de Spinoza, vissuta presso il ritiro di Sant’Elisabetta vicino San Matteo, morta nel 1665 e sepolta accanto ai frati.

Accanto a lei, la romita Alberto, la cui vicenda ha il sapore del miracolo. Nobildonna penitente, dopo aver visto il corpo corrotto di un’amica morta decise di lasciare il mondo e vagò fino al Monte Gargano sotto mentite spoglie, travestita da uomo. Lì prese il nome di fra Alberto, condusse quarant’anni di silenzio e digiuno nel romitoricchio dell’Annunziata e morì con la croce tra le mani.

Solo allora si scoprì che quel santo eremita era in realtà una donna, vissuta tra le grotte con purezza e fierezza, nascosta al mondo per servire Dio senza distinzione di sesso. La sua storia, come molte altre, si perde tra le fenditure della pietra garganica, ma la sua eco rimane tra i sussurri delle grotte.

Anche nei secoli successivi il monte fu rifugio di anime consacrate. Nel Cinquecento, fra Salvatore Discalciato fondò eremi e conventi mariani accogliendo “vergini dame” che vivevano in povertà e clausura nei pressi di Stignano e Celenza. Queste donne, chiuse in piccole celle, pregavano e lavoravano con aspre penitenze, osservando la regola del Terz’Ordine francescano.

Non erano monache, ma ne avevano lo spirito, recluse in un mondo interiore che trasformava la solitudine in comunione divina. Nei secoli successivi sorsero figure di devozione laica, donne che vivevano consacrate pur restando nel mondo.

A San Marco in Lamis, le “zie monache” e le “beatelle antoniane” furono la testimonianza più viva di questa tradizione. Vestivano abiti monacali, ma abitavano nelle proprie case, dedicandosi a lavori umili e alla preghiera. Le più povere cucivano, le più agiate avevano in casa una cappella privata. Nonostante la clausura domestica, offrivano catechismo e assistenza ai bisognosi, soprattutto durante le epidemie e i tempi difficili dell’Ottocento.

Le beatelle antoniane, legate alla spiritualità di Sant’Antonio e al Terz’Ordine francescano, seguivano un codice severo: niente nozze, balli o vanità, occhi bassi per strada e silenzio con gli uomini. Vivevano la povertà come segno di grazia e la penitenza come via di perfezione, custodi della fede tra le mura di casa. La loro presenza proseguì fino alla metà del Novecento, quando le ultime morirono lasciando dietro di sé un’eredità silenziosa.

Ma non tutte trovarono pace. Alcune furono perseguitate come streghe, come Angioletta del Gualano di Rignano, detta la “bizzoca bagnata”. Si riuniva con altre pie donne nella grotta della Lauria per pregare, ma la gelosia e la superstizione la condannarono: fu murata viva, vittima di un potere civile che volle colpire nei simboli la libertà dei frati minori e delle loro seguaci. Quella giustizia sommaria rivelò la fragilità del confine tra santità e follia, tra misticismo e sospetto.

Si ricordano anche le sorelle Luigina e Anna Maria Guerrieri, le cosiddette ‘monnëchë dë Alecandrë’, morte negli anni ’50 del XX sec.

Accanto a queste storie di dolore e fervore si sviluppò nel tempo l’evoluzione delle forme di consacrazione laica. Dal Settecento in poi comparvero le “bizzoche dimesse di Santa Chiara”, tre donne di San Marco in Lamis che, sotto la guida del vescovo, vissero in comunità in una casa offerta dalla famiglia Sassano. Seguivano regole di modestia e disciplina, lavoravano, pregavano e studiavano, divenendo presenza attiva nella vita parrocchiale.

La loro spiritualità anticipava quella dei futuri Istituti Secolari riconosciuti nel Novecento dalla Chiesa, dove la consacrazione non esigeva il ritiro dal mondo ma la santificazione nel quotidiano. Le loro discendenti ideali furono le vergini consacrate dell’Ordo Virginum, donne che, attraverso il vescovo, promettevano castità e servizio alla Chiesa rimanendo nella società.

Eppure il cuore di tutto restava il Gargano, terra di grotte e silenzi, dove la fede si fa pietra e il deserto diventa interiore. Qui, tra i conventi di Stignano e San Matteo, la devozione femminile assunse volti diversi: eremite travestite, dame recluse, bizzoche perseguitate, suore domestiche, madri spirituali.

Donne che, senza cercare gloria, scrissero nei secoli una pagina nascosta della spiritualità garganica. Esse furono la voce silenziosa di una fede che resiste, di un’umanità che prega lavorando, che sopporta l’incomprensione e la povertà, che trasforma la casa, la grotta, o una stanza buia in un altare.

Un filo che attraversa i secoli, dall’eremo dell’Annunziata alle case di San Marco, dalla “bizzoca bagnata” alla beatella antoniana, dallo scandalo al miracolo, in un’unica, potente testimonianza: il Gargano, terra di sassi e di sante nascoste, dove la devozione ha avuto anche il volto potente e fedele di una donna.

Archivio di Giovanni BARRELLA.

Fonte e immagini: G. Tardio, “Donne eremite, bizzoche e monache di casa nel Gargano occidentale”, Ed. SMIL, 2007

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