
Il presepe di Francesco Pio Martella in mostra con altri presepi nella chiesa del Purgatorio di Peschici, non è solo una rappresentazione della Natività, ma un racconto simbolico che unisce fede, storia e attualità. Al centro c’è il tema della Kenosis: l’idea di un Dio che sceglie di “svuotarsi”, di farsi piccolo e fragile per entrare davvero nella vita degli uomini.
La scena è dominata da un drappo rosso, colore del sacrificio e dell’amore donato fino in fondo. Su questo fondo intenso sbocciano fiori primaverili, segno di rinascita e di vita nuova. È un messaggio chiaro: anche dal dolore e dalle ferite può nascere la speranza..

La grotta della Natività è rappresentata dalle rovine dell’abbazia di Santa Maria di Kàlena, a Peschici. Un luogo reale, carico di storia, ma da anni prigioniero dell’inerzia e dell’abbandono. Nel presepe, quelle mura crollate diventano il simbolo di un’umanità fragile e di un mondo ferito, ma anche di una speranza che non si arrende. Proprio tra le rovine, infatti, prende forma la vita nuova: ciò che sembra perduto può ancora rinascere.
Al centro della composizione si impone la figura della Madonna orante, ispirata al bassorilievo presente sul campanile a vela pericolante dell’abbazia. È un simbolo potente: Maria prega in una struttura fragile, segnata dal tempo e dall’incuria. Le catene che la avvolgono non parlano di sconfitta, ma delle schiavitù dell’uomo – dolore, paura, peccato, indifferenza – che lei accoglie e affida a Dio. È una presenza che non fugge il pericolo, ma resta, veglia, attende.
Il verde del muschio che cresce tra le pietre racconta una vita che resiste anche nelle crepe della storia. È la speranza silenziosa che continua a farsi spazio, nonostante tutto.
Il Bambino Gesù è posto fuori dalla grotta, a indicare che Dio non resta chiuso nei luoghi sacri o nelle strutture, ma va incontro all’uomo, cammina accanto a lui nella quotidianità. Il sale disseminato nella scena richiama infine la responsabilità di ciascuno: essere presenza viva, capace di custodire, dare senso e prendersi cura.
Nel suo insieme, questo presepe è un messaggio forte e attuale. Racconta un Dio che sceglie la fragilità per trasformarla dall’interno e invita a guardare le rovine – personali e collettive – non come una fine, ma come il punto da cui può nascere un nuovo inizio.
teresa maria rauzino



