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IL BAMBINELLO DEL PRINCIPE: FRANCESCO EMANUELE PINTO E IL PRESEPE NAPOLETANO TRA FEDE, ARTE E POTERE

«Infante diveggo innanzi a colui che Infante Divino si fece per redimere l’uomo».

In questa frase, attribuita a Francesco Emanuele Pinto, principe di Ischitella – e documentata dallo studioso ischitellano Gianluca Giambattista – si condensa il senso più profondo di una vita vissuta tra devozione, arte e rappresentazione del sacro. Un’esistenza che trovò nel presepe napoletano non solo una forma espressiva, ma un vero linguaggio spirituale.

Nel primo Settecento, Napoli era la capitale europea del presepe. Nei palazzi nobiliari, le sacre rappresentazioni natalizie si trasformavano in spettacolari allestimenti capaci di suscitare “diletto e meraviglia” in chi li visitava. Tra tutti, uno primeggiava per magnificenza e fama: il presepe del principe Francesco Emanuele Pinto, allestito nel suo palazzo di via Chiaia.

Ogni stanza del palazzo diventava un teatro sacro. Non solo la Natività, ma anche episodi dell’Antico Testamento: la Creazione di Adamo, il Giardino dell’Eden, Noè e l’Arca. Le scenografie erano realizzate con materiali preziosissimi: filigrana per alberi e foglie, argento per stoviglie e armi, cristalli per vasi e suppellettili, oro per collane e gioielli, alabastro e avorio per gli strumenti dei musici. Il presepe, nelle mani del Principe, diventava un’opera totale, in cui fede, arte e ostentazione si fondevano in modo indissolubile.

La fama di questi allestimenti superò i confini cittadini. Le cronache della “Gazzetta di Napoli” ricordano le visite ufficiali dei viceré austriaci e narrano come l’ultima viceregina si recò personalmente nel palazzo dei Pinto, accompagnata da dame e guardie, restando incantata soprattutto dal fastoso corteo dei Re Magi. A dirigere quegli allestimenti era l’architetto Desiderio de Bonis, oggi poco noto ma all’epoca il più celebre specialista del genere.

La famiglia Pinto, di origine portoghese e legata all’Ordine di Avis, apparteneva all’élite aristocratica europea, come ho documentato nel volume “Ischitella e il Varano. Dai primi insediamenti agli ultimi feudatari” (edizioni Cannarsa 2003).

Trasferitasi a Napoli, fu aggregata al Patriziato del Seggio di Porto e iscritta nel Libro d’Oro Napoletano. Nel 1671 Luigi Emanuele Pinto acquistò i feudi di Ischitella e Peschici; nel 1681 ottenne il titolo di principe. Francesco Emanuele Pinto (1697-1767), terzo principe di Ischitella, fu uomo di profonda religiosità, osservante della novena di Natale e raffinato collezionista di presepi.

Alla sua morte, l’inventario dei beni – redatto nell’ottobre del 1767 – restituisce la misura della sua passione: undici presepi di ogni dimensione e materiale, dal bosso intagliato alla terracotta, dalla cera allo stagno dipinto. In tre stanze consecutive del palazzo era montato il “Presepe grande con tutti i pastori”, probabilmente quello costato oltre duemila ducati. In altri ambienti erano custodite casse colme di carri, cavalieri, scene conventuali, monasteri, ospizi, bozzetti e architetture sacre in miniatura: un vero mondo in scala, sospeso tra sacro e profano.

Eppure, quella magnificenza aveva fondamenta fragili. Già dal 1765 il Principe fu costretto a impegnare i gioielli dei Magi e gli ori delle popolane del presepe. Alla sua morte, indebitato, i creditori sequestrarono i feudi di Peschici e Ischitella. Molti presepi nobiliari furono smembrati nell’Ottocento e i pezzi migliori confluirono in collezioni private, come la Raccolta Perrone, oggi al Museo di San Martino. Pietro Napoli Signorelli, alla fine del Settecento, lamentava amaramente la dispersione del sontuoso presepe dei Pinto, di cui “non credeva sussistesse più alcun frammento”.

Eppure un frammento preziosissimo è giunto fino a noi. È il SS. Bambinello, realizzato a Napoli nel 1737 e oggi custodito nella Chiesa di Sant’Eustachio martire a Ischitella. Sul retro reca incisa la firma del Principe e la data di esecuzione: una rarità assoluta, segno di una devozione personale e profonda. Il Bambinello, con lo sguardo dolce e penetrante, animato da occhi di cristallo, era il fulcro del rito del bacio nella Notte di Natale, gesto intimo che univa fede privata e partecipazione comunitaria.

Oggi questa scultura non è soltanto un capolavoro dell’arte presepiale napoletana, ma una testimonianza viva di una stagione culturale in cui il presepe fu anche strumento di rappresentazione sociale e, in certo senso, “instrumentum regni”. I pastori, riccamente vestiti e sempre sereni, poco avevano a che fare con la miseria reale del popolo: erano un popolo idealizzato, addomesticato, talvolta modellato sulle sembianze degli stessi committenti. Una miniatura del mondo, costruita dalle élite per parlare – o forse blandire – il popolo.

Il SS. Bambinello del Principe Pinto continua però a parlare un linguaggio diverso: quello della fede che attraversa i secoli. Sarà possibile ammirarlo in uno scenario suggestivo, sul retro dell’altare maggiore della Chiesa di Sant’Eustachio, nelle serate dal 23 al 28 dicembre 2025 e 1-2, 4-6 gennaio 2026, dalle 17.00 alle 20.30. Un’occasione per riscoprire, attraverso un’opera d’arte, un intero mondo di storia, spiritualità e memoria.

teresa maria rauzino

“l’edicola”