In più occasioni abbiamo presentato e descritto diversi siti coinvolti nell’attività estrattiva della selce. Ma come veniva svolta realmente tale attività nel Neolitico? Quali strumenti venivano utilizzati? Facciamo chiarezza e per rispondere a queste domande ci affidiamo all’esperienza di Attilio Galiberti.
Una descrizione del lavoro minerario preistorico lo studioso la propone nel libro “Le miniere di selce del Gargano. VI-III millennio a.C. Alle origini della storia mineraria europea”, curato insieme a Massimo Tarantini.
Infatti, Galiberti ci spiega che l’attività di estrazione della selce ha comportato sempre, nel corso della Preistoria recente, l’utilizzo di utensili appositamente costruiti nei materiali più diversi, sia di tipo organico (corno soprattutto, osso e probabilmente legno) che inorganico (rocce di varia natura petrografica).
Tali utensili variano per forma e funzione: alcuni, come palette, rastrelli e contenitori per i detriti, costruiti in legno o in altro materiale per lo più deperibile, sono destinati a lavori di supporto dell’attività estrattiva vera e propria, come la gestione dei detriti, estremamente importante nella logistica interna di una miniera, ma generalmente sottovalutata dai vari autori; altri invece sono connessi direttamente con il lavoro di scavo della roccia che contiene i noduli di selce e ai quali va la nostra attenzione.

Ad esempio, i manufatti in corno di cervo, che hanno un carico inerziale molto minore rispetto a quelli di pietra, hanno probabilmente una serie di funzioni diversificate, che vanno da quella del piccone a quella soprattutto del cuneo e della leva. Si distingue un tipo semplice, che è anche il più diffuso, ricavato dal fusto di un palco di cervo a cui vengono tagliati tutti i pugnali laterali, fatta eccezione di quello attaccato alla “rosetta” basale, la cui punta conica può essere sagomata con uno sbieco o un doppio sbieco; e un tipo composto, formato da un supporto sagomato e forato, impostato all’estremità di un manico alla maniera di un “martello”.
Ma entriamo più nel dettaglio. Galiberti sottolinea che il Gargano, dove il fenomeno minerario dura oltre tre millenni (dal VI al III a.C.), attraversando Neolitico ed Eneolitico e arrivando alle soglie dell’Età del Bronzo, rappresenta una situazione particolarmente favorevole, non solo per indagare i rapporti fra le diverse categorie di strumenti e le formazioni selcifere, ma soprattutto per seguire l’evoluzione che essi hanno avuto nel corso del tempo dal punto di vista morfotecnico, essendo dei manufatti ottenuti con precise procedure, diversamente dai picconi classici in corno di cervo, realizzati solo con un intervento di modifica del palco.
Dal punto di vista morfologico/funzionale, due sono fondamentalmente i tipi di utensili da miniera documentati sul Gargano, entrambi comprendenti dei sottotipi: il ‘piccone’, con funzione battente e di penetrazione, e il ‘mazzuolo’, anch’esso con funzione battente ma anche disgregante.
Vediamoli nello specifico.
Il piccone è concettualmente uno strumento caratterizzato da una forma per lo più stretta e allungata (anche fino a 30 cm), provvisto di una o due estremità appuntite, e di un corpo con sezione soprattutto poligonale, ma talvolta anche ellissoidale e subcircolare.
Si ottiene partendo da un supporto di selce a tessitura grossolana, di forma sub-prismatica, talora da una vera e propria lama spessa, con la faccia ventrale riconoscibile. Le creste longitudinali di tale supporto sono interessate generalmente da una scheggiatura trasversale, ampia e scagliosa, che modella più o meno profondamente il supporto iniziale, a cui può sovrapporsi un ritocco marginale di finitura. Alla scheggiatura può, infine, sovrapporsi una bocciardatura parziale o totale, con funzione di regolarizzazione o meglio di “arrotondamento” del profilo, in alcune o in tutte le sue parti.
Si distinguono morfologicamente tre sottotipi di piccone: quello con una sola estremità appuntita, quello con due estremità appuntite e quello con una estremità appuntita opposta a una con tranciante.
Il mazzuolo è caratterizzato invece da un corpo corto di forma cilindrica, raramente incurvato sul profilo laterale, con le due estremità convesse, anch’esso ottenuto mediante scheggiatura di un supporto prismatico e talora con la bocciardatura. Anche in questo tipo morfologico può essere presente, seppure in maniera meno marcata rispetto al piccone, un restringimento mediano scheggiato o bocciardato.
Si distinguono due sottotipi di mazzuolo: quello con entrambe le estremità convesse, che si definisce mazza se è molto corto (L/l < 1,5) e ha peso superiore a 1 kg, e quello con una estremità convessa opposta a una con tranciante (mazzuolo/cuneo).
La distinzione fra i due tipi fondamentali (mazzuolo e piccone) non è sempre agevole, sia nel caso di esemplari morfologicamente non bene caratterizzati per sommarietà di esecuzione, che nel caso di esemplari intermedi o di passaggio (piccone verso mazzuolo).
Quello che emerge dallo studio di questi manufatti è l’estrema accuratezza di lavorazione che conferma una certa abilità e specializzazione da parte degli antichi artigiani. Un elemento in più che va a confermare la complessa organizzazione delle antiche comunità della preistoria presenti sul nostro territorio. La qualità della selce garganica era eccellente e, insieme al pregio della sua lavorazione, tutto questo portava a un notevole interesse da parte delle comunità vicine nei confronti della nostra antica ‘industria’.
Fonte e immagini: “Le miniere di selce del Gargano. VI-III millennio a.C. Alle origini della storia mineraria europea”, a cura di Massimo Tarantini e Attilio Galiberti, 2011.



