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VICO DEL GARGANO/ 4° FESTIVAL DEL TEATRO POPOLARE DEL GARGANO. UNA BELLA PARTENZA CON LA COMPAGNIA “CAMOMILLA A COLAZIONE”.                           

Bella serata di apertura ieri sera all’Auditorium comunale Raffaele Lanzetta dedicata alla 4° Edizione del Festival del Teatro Popolare del Gargano. Sulla scena la Compagnia “Camomilla a colazione” vincitrice del 1° Premio della passata edizione 2025, con un esilarante spettacolo degli equivoci.Un accento, appena accennato, e cambia la vita e la storia di un uomo; gli affanni, i guai, un tentativo di suicidio, una causa persa, un condominio dove tutti sanno di tutto.

 La bravura e il lavoro degli amici di Visciano ci hanno regalato un’altra prova che conferma il giudizio espresso nella gara del 2025. Uno spettacolo che, attraverso il sorriso, invita a riflettere sul potere degli equivoci e sulla fragilità delle certezze quotidiane.                                                                                                                                                                            

Michele Gigolo, non è ciò che il suo cognome potrebbe suggerire. Lontano da ogni cliché, è uno chef di buona cucina e proprietario del ristorante in cui lavora da dieci anni, fino a quando una chiusura improvvisa dell’ASL manda in frantumi il suo mondo. Difeso dall’avvocato Antonio Petrone, Michele tenta invano di comprendere le ragioni del provvedimento e, sopraffatto dallo sconforto, arriva persino a pensare al peggio. A fermarlo sono la zia e lo stesso legale, veri perni emotivi della vicenda.

È proprio in questo momento di crisi che entra in gioco l’equivoco centrale della commedia: il cognome “Gigolo”, riletto con un accento diverso, diventa la chiave di una svolta narrativa tanto assurda quanto esilarante. Non si tratta di un errore ortografico, ma di un cortocircuito linguistico che innesca una serie di situazioni rocambolesche, dimostrando come spesso siano i pensieri e le chiacchiere – più che i fatti – a determinare la realtà.                                                                                                                                                       

La prima parte dello spettacolo si distingue per scorrevolezza e brio: il ritmo è sostenuto, i dialoghi sono serrati e ben calibrati, le battute si susseguono con naturalezza sostenendo l’impianto comico e catturando l’attenzione del pubblico. È qui che la scrittura e la regia mostrano la loro maggiore efficacia, costruendo con precisione il meccanismo degli equivoci e delineando personaggi vivaci e immediatamente riconoscibili.

Attorno al protagonista ruotano figure comiche e profondamente caratterizzate, tra cui spicca Donatello, gigolò autentico e vicino di casa, che con ironia e paradosso si improvvisa maestro di seduzione. Il contrasto tra ciò che Michele è realmente e ciò che viene scambiato per essere diventa così il filo narrativo della vicenda, fedele al teatro degli equivoci.                                                                                                                           

Nella seconda parte, la narrazione comica tende ad affievolirsi, appare più dilatata, con situazioni che si ripetono e un ritmo che rallenta, a tratti risulta ridondante e poco incisivo. Alcuni passaggi avrebbero probabilmente giovato di una maggiore sintesi, per preservare la brillantezza iniziale e mantenere alta l’attenzione.                                                                                                                                                                                 

La regia di Felice D’Onofrio e la risposta dell’intera compagnia “Camomilla a colazione”, restano comunque punti di forza dello spettacolo, così come l’uso di un unico ambiente scenico che favorisce l’immediatezza dell’azione. Particolarmente riusciti i dialoghi tra Michele e l’avvocato Petrone, il cui coinvolgimento sentimentale per la zia del protagonista aggiunge altro spazio di equivoco e conduce alla rivelazione del vero motivo della chiusura del ristorante. Non sono un gigolò ci ha fatto sorridere e ci lascia una riflessione sottile su quanto le etichette, le apparenze e i fraintendimenti possano influenzare le nostre vite. Perché, in fondo, basta un accento nel posto giusto per cambiare tutto.

Buon lavoro da un collega.

michele angelicchio