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SUGLI AFFITTI BREVI ARRIVA LA SCURE DI BRUXELLES. LE PRIME ANTICIPAZIONI: TETTO MASSIMO DI NOTTI O LIMITAZIONE ALL’ESTATE ENTRO IL 2026

La Legge di Bilancio ha cambiato le aliquote e introdotto la Partita Iva dalla terza casa messa a reddito.

Dopo la «scossa» della Legge di Bilancio che ha in­trodotto l’obbligo di partita Iva per chi mette a reddito tre o più immobili, sugli affitti brevi po­trebbe abbattersi anche la scure di Bruxelles. Nulla di irrepa­rabile, «non ci saranno divieti», ha precisato il commissario eu­ropeo all’Energia, Dan Jorgen- sen. Ma novità sensibili arri­veranno entro la fine dell’anno. Un «sollievo» per molti, un campa­nello d’allarme per i proprietari degli immobili, ormai protagoni­sti di un fenome­no in grande espansione anche in Puglia.

IN MANOVRA -La Legge di Bilancio ha cambiato le carte in tavola. Per chi affitta una sola unità abitativa per uso turistico si applica l’aliquota della cedolare secca al 21%, indipenden­temente dal canale utilizzato. Un modo per difendere i piccoli lo­catori. L’esempio tipo è quello di chi affitta una seconda casa. Nel caso però si decida di mettere a reddito due immobili arriva la rimodulazione: sul primo aliquo­ta al 21 %, sul secondo al 26% con l’idea che questa operazione se­gni l’ingresso in un segmento di affitti più strutturato. Dal terzo immobile, invece, l’attività viene giudicata «imprenditoriale» e scatta dunque l’obbligo di Par­tita Iva nonché la necessità di operare come LTI (locazione tu­ristica imprenditoriale) con tutti gli adempimenti che questo salto comporta. Naturalmente, la LTI è un’opzione che può essere scelta anche da chi non mette a reddito tre immobili, po­tendo risultare anche più van­taggiosa rispetto al regime fiscale precedentemente illustrato.

LA POSIZIONE DELL’EURO­PA – Il commissario Jorgensen, in audizione al Parlamento europeo, ha fornito le prime in­dicazioni sui vincoli che Bru­xelles potrebbe inserire nella sua proposta di regolamentazione. L’obiettivo è porre un freno a fenomeni di espansione selvag­gia a danno di residenti e so­prattutto studenti (le città tu­ristiche europee sono, spesso an­che città universitarie), in un’ot­tica che possa tutelare anche le fasce più deboli della popola­zione. Jorgensen è stato chiaro: «Vogliamo limitare gli effetti ne­gativi degli affitti a breve ter­mine continuando però a sfrut­tarne i vantaggi», esortando gli Stati membri dell’Unione ad «adottare un approccio che dia priorità all’alloggio per affron­tare il problema dei senzatetto e migliorare l’ac­cesso per i giova­ni».

LE IDEE IN CAMPO – Due sembrano le dire­zioni di marcia in­dividuate dalla breve esposizione del commissario europeo. Innanzitutto, la neces­sità di separare i regimi fiscali tra chi offre questi servizi oc­casionalmente, come seconda en­trata, e chi lo fa in modo pro­fessionale. In tal senso, si può dire che la Manovra 2026 abbia anticipato i desiderata di Bru­xelles.

Ciò detto, però, il primo passo operativo sarà individuare e iso­lare quelle zone ad alto «stress abitativo» come ad esempio i centri storici delle grandi città: lì, dove gli affitti brevi potreb­bero arrivare a pesare su quasi un quarto del totale (ma bisogna valutare caso per caso), le amministrazioni potrebbero essere autorizzate a prendere delle con­tromisure. Ad esempio «introducendo un limite massimo di notti ogni anno o la limitazione degli affitti brevi alla stagione estiva», affittando poi l’immobile agli studenti nel resto dell’anno.

LE REAZIONI –I primi accenni di Bruxelles non sono piaciuti agli imprendito­ri degli affitti brevi. «È una operazione ideo­logica che di­strugge valore», afferma Lorenzo Fagnoni, pre­sidente di Property Managers Italia e Ceo di Apartments Flo­rence che riassume il pensiero di gran parte degli attori del set­tore: «L’ipotesi di un tetto alle notti è profondamente sbagliata: se oggi un immobile viene af­fittato 250 giorni l’anno, imporre il limite di 100 notti non lo farà tornare sul mercato delle loca­zioni lunghe. L’unico effetto con­creto – conclude – sarà invece l’aumento dei prezzi».

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