Non aveva mai dimenticato il suo paese natale, Rodi Garganico, pur avendo uno spirito cosmopolita e serbando nel sangue la spinta dei suoi antenati di origine anatolica andati a commerciare sul mare. Giuseppe Cassieri, morto nell’autunno 2008, avrebbe compiuto cent’anni il prossimo 23 gennaio dopo una vita trascorsa in giro per il mondo.
La sua intensa carriera intellettuale si è manifestata con una imponente produzione di romanzi, racconti, opere teatrali (per cui si meritò premi importanti), a cui si aggiungono saggi, articoli ed elzeviri apparsi su molti importanti giornali, come il Mattino, La Nazione, Il Gazzettino, La Gazzetta del Popolo, La Gazzetta del Mezzogiorno, La Stampa, L’Espresso. Opere come Ingannare l’attesa (1979) o Diario di un convertito (1986) sono ormai imprescindibili per la storia letteraria della seconda metà del Novecento.
Ridendo e sorridendo l’autore si ritrovò a castigare la paradossale, eccentrica, amicamente assurda umanità che affollava le piazze sempre più benestanti dell’italico suolo, non disdegnando ben appuntiti affondi polemici e sferzate satiriche elegantemente parametrate sulla sua lingua calcolatissima. Agevole affiancare il suo nome a un Savinio, a un Flaiano, a un Manganelli per sottolineare l’intensa indagine sull’Italia diventata eccellente prototipo del moderno indagato in tutta la gamma delle sue alienazioni: la preparazione all’ultimo giorno in Ingannare l’attesa (1979), il megaconvegno convocato in vista del terzo millennio ne I festeggiamenti (1989), l’irresistibile dibattito sul sesso ne La campana di mezzanotte (1995), il pericolo di mistificare il significato del giubileo del 2000 in I giubilanti (1997), giù giù fino alla sua ultima opera, Poetica di un infelice (2008), dove tratteggia come dice lui stesso «un personaggio lampo e tuono che sfugge a se stesso».
Cassieri è rimasto così estremamente fedele a sé stesso senza sconfessare mai le sue radici, che anzi ha rivendicato in memorabili curatele, come quella relativa alle Fiabe pugliesi pubblicate insieme a Giovanni B. Bronzini nel 1983. Facendo perno a Gaeta (dove aveva uno studio) e a Roma (dove abitava da molti anni) Cassieri è tornato più volte in patria, dedicandosi negli ultimi anni della sua vita ad un vero e proprio recupero dei giacimenti culturali della sua regione e del suo Gargano.
Ne sono nate per l’editore Schena di Fasano due collane, «Ori di Puglia» (pubblicati tra il 2000 e il 2004) e «Ori del Gargano», interrottisi bruscamente nel 2007 per la morte dell’ideatore e distribuiti in allegato a La Gazzetta del Mezzogiorno. Una splendida cavalcata fatta attraverso storia, miti, tradizioni, personaggi illustri in cui si rifletteva la sua dote di organizzatore capace di movimentare critici e scrittori affermati o più giovani attorno ad un progetto di recupero etico della memoria.
Nell’intervista che accompagna l’uscita del primo volumetto della serie dedicata al Gargano, Cassieri richiesto in quale viaggiatore del passato avrebbe preferito identificarsi risponderà, con parole che suonano come una dichiarazione d’amore e che ci piace siglare come nostra ideale conclusione: «I richiami sono molteplici: da Berkeley, conquistato nel Settecento dalle eleganze leccesi, a D.H. Lawrence; da Gregorovius che scopre una Shéhérazade in terra di Bari, a Francois Lenormant. Ma, fatto il pari e dispari, preferisco indossare i panni dell’indigeno, mai stanco di godere da Monte Pucci, tra Rodi e Peschici, il paesaggio marino più struggente che io abbia contemplato in giro per il mondo».
sergio d’amaro
gazzetta del mezzogiorno



