Per uscire dal Piano operativo (il commissariamento soft della sanità) la Puglia deve «stabilizzare governance e capacità amministrativa». A dirlo è la Corte dei conti nella relazione al Parlamento dei servizi sanitari: più luci che ombre, secondo il referto che analizza i bilanci 2023-2024, ma anche una valutazione scevra da condizionamento politico sullo status di «osservata speciale» della Regione. Che ha fatto passi in avanti sulla qualità dell’assistenza, ma non ha ancora trovato un equilibrio strutturale tra finanziamenti e spesa.
I giudici contabili hanno infatti preso atto della progressiva risalita nelle «classifiche» Lea, dove la Puglia è ormai considerata adempiente da diversi anni rispetto ai livelli minimi di assistenza. C’è in particolare – è scritto nella relazione – «un apprezzabile miglioramento» sugli screening oncologici, «con un valore superiore alla sufficienza per quello mammografico e della cervice, non ancora sufficiente, invece, per lo screening colon-rettale».
Restano però critici due aspetti in cui l’azione dei tecnici è sempre stata frenata dai campanili politici. Uno è la rete dei punti nascita, dove continua a registrarsi «un’alta percentuale di cesarei» dovuta alla sostanziale mancata gestione dei reparti trasformati nei fatti in cliniche private. L’altra è la rete dei laboratori di analisi, dove la legge nazionale (fm dal 2021) impone la chiusura dei punti prelievo accreditati sotto le 200mila prestazioni: nella scorsa legislatura il Consiglio aveva approvato mia norma per bloccare il processo, poi cancellata dalla Consulta. La Corte dei conti ha poi rilevato criticità nel processo di «adeguamento agli standard del Dm 77» per l’assistenza territoriale, e i ritardi «nei procedimenti di autorizzazione ed accreditamento in merito alle Rsa» che (teoricamente) dovevano essere conclusi due anni fa.
La questione delle perdite strutturali del sistema è emersa anche in relazione ai conti 2024, che ha visto la Puglia chiudere con un deficit di 132 milioni ripianato – ancora una volta – attingendo dal bilancio autonomo (quindi soprattutto dalle tasse dei cittadini). Il deficit è appunto definito strutturale e, notano i tecnici, non potrà che aggravarsi per il 2025 appena concluso: il governo ha concesso un adeguamento del Fondo sanitario nazionale pari all’1,7%, ma alla Puglia (che nel 2024 ha ottenuto 8,5 miliardi) è toccato un incremento dell’l %.
Considerando che l’aumento medio dei costi (dovuto soprattutto a farmaci e personale) è stato del 4%, ne deriva uno squilibrio strutturale indotto che vale altri 250 milioni. È un problema che toccherà tutte le Regioni, ma in particolare quelle del Mezzogiorno dove l’invecchiamento della popolazione comporta costi medi più alti. Ma in ultima analisi, notano i giudici contabili in relazione alla Puglia, «le perdite si accompagnano a ima cronica insufficienza di copertura finanziaria e a un ricorso sistematico ad anticipazioni di tesoreria», con il risultato che il pareggio di fine anno è «frutto di interventi compensativi regionali, e non di un effettivo riequilibrio gestionale». Per la Puglia c’è in più il tema delle strutture di controllo, ritenute carenti, così come i sistemi informatici non ancora integrati.
La Corte dei conti ricorda che non più tardi di pochi mesi fa i ministeri della Salute e dell’Economia hanno sollecitato la Puglia a presentare «un’adeguata programmazione regionale (…) che individui le aree di intervento e gli strumenti necessari a ricondurre in equilibro la gestione» del sistema sanitario, ricordando che il mancato raggiungimento degli obiettivi previsti dal Piano operativo comporta la mancata uscita dal commissariamento: un meccanismo perverso che vuol dire, nei fatti, l’impossibilità per la Regione di affrancarsi dal controllo ministeriale e dunque di disporre liberamente assunzioni o anche strategie di assistenza autonome. Eppure nel 2020, in piena campagna elettorale per le Regionali, il ministro Speranza aveva annunciato l’imminente uscita della Puglia dal Piano operativo.
In tutto questo c’è il tema non secondario della mobilità, cioè i costi che per pagare le cure extraregionali. Dal 2014 al 2024, ha calcolato la Corte dei conti, la Puglia ha speso 1,97 miliardi in mobilità passiva, 230 milioni solo nel 2024-che si conferma l’anno peggiore del decennio. È nei fatti un finanziamento occulto alla sanità del Centro-nord (Lazio, Lombardia ed Emilia Romagna ne beneficiano in primis), con un tentativo delle Regioni meridionali di trovare accordi compensativi: nei fatti, secondo alcune analisi, la sanità lombarda deve il suo benessere al saldo positivo di mobilità. Un meccanismo che vie- neper certi versi agevolato anche dalla sanità privata: i grandi gruppi nazionali spostano i pazienti dalla città di residenza, promettendo interventi celeri, proprio per sfruttare la mobilità.
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