Gravità dei fatti; pericolo d’inquinamento delle prove; detenuto a rischio fuga, essendo già evaso una volta; pericolo che se libero possa tornare a uccidere. Ecco le ragioni poste alla base dell’ordinanza cautelare della Corte d’assise di Foggia, che ha accolto la richiesta della Dda e disposto l’arresto di Angelo Bonsanto, 37 anni di Lesina, condannato il 19 dicembre scorso all’ergastolo in primo grado perchè ritenuto uno dei due esecutori materiali dell’omicidio di Omar Trotta. Il giovane ristoratore fu ucciso a Vieste il 27 luglio 2017 nel suo locale nell’ambito della guerra di mafia garganica.
Ergastolano (sentenza di primo grado che l’avvocato Luigi Marinelli appellerà), ma a piede libero per questa vicenda sino a 48 ore fa, quando i carabinieri del Ros hanno notificato il provvedimento di cattura a Bonsanto, già detenuto a Augusta perché sconta una serie di condanne per droga e armi con fine pena nel 2032. I giudici foggiani rimarcano come «la gravità dei fatti e l’inclinazione a delinquere di Angelo Bonsanto, pluripregiudicato pienamente inserito nelle dinamiche delle associazioni di stampo mafioso provinciali, rendano attuali e concreti il pericolo di inquinamento delle prove, il rischio di fuga, e il pericolo di reiterazione del reato».
Pericolo di inquinamento probatorio perchè «nel processo è stata prodotta una certificazione medica asseritamente rilasciata dal medico che l’ha invece disconosciuta, con l’evidente intento di costruire un falso alibi. La circostanza è sintomatica della capacità del detenuto Bonsanto di attivarsi anche dal carcere di Augusta dov’è detenuto, al fine di alterare le prove e compromettere la genuinità
dell’accertamento giudiziale dei fatti».
Rischio di fuga, ricordando che Bonsanto «evase dal carcere di Foggia il 9 marzo 2020» in occasione della maxi-fuga di 72 detenuti durante ima rivolta «e fu catturato dopo oltre un mese di latitanza in compagnia di Francesco Scirpoli e Pietro La Torre, elementi di spicco del clan Lombardi/Ricucci/La Torre. È il segno evidente della capacità di evadere, nonché di costituire e consolidare anche in ambiente carcerario una rete di fiancheggiatori utile a garantirgli la fuga». Pericolo di reiterazione del reato e di tornare a uccidere, in quanto «la lunga storia criminale di Bonsanto, l’insensibilità alle condanne subite, la negazione di ogni accusa contestata, persuadono dell’attualità e concretezza del rischio che l’imputato, avendone la possibilità, metta in atto propositi di vendetta contro i suoi accusatori».
A Bonsanto il 19 dicembre è stato inflitto il carcere a vita con isolamento diurno per 13 mesi, in quanto riconosciuto colpevole di concorso in omicidio e tentato omicidio (nell’agguato che costò la vita a Omar Trotta crivellato di colpi sotto gli occhi di moglie e figlioletta, fu ferito anche l’amico manfredoniano Tommaso Tomaiuolo) aggravati da premeditazione, motivi abietti e futili e dalla mafiosità per metodo utilizzato e per aver agito per agevolare il clan Raduano, «articolazione operativa su Vieste del più ampio gruppo mafioso garganico Lombardi/Ricucci/Lombardi, contrapposto» al clan Li Bergolis/Miucci e ai suoi alleati viestani Perna/Iannoli.
L’ergastolo è stato inflitto sulla scorta «dei numerosi elementi di prova», rimarca la Corte d’assise, riferendosi alle testimonianze di vedova Trotta e Tomaiuolo, consulenza balistica dei carabinieri e soprattutto alle dichiarazioni di 7 pentiti. In aula nel corso di 3 anni di processo sono stati sentiti l’ex boss viestano Marco Raduano mandante del delitto, condannato con rito abbreviato a 20 anni, il suo sodale e compaesano Danilo Della Malva, condannato sempre nel giudizio abbreviato a 11 anni per aver ospitato i sicari arrivati a Vieste il giorno prima dell’agguato e il mattinatese Antonio Quitadamo, condannato nell’abbreviato a 12 anni e 4 mesi per aver fornito a Bonsanto la pistola usata per il delitto e aver aiutato i sicari a fuggire.
Poi il viestano Gianluigi Troiano, coimputato di Bonsanto in corte d’assise a condannato a 20 anni, reo confesso, che si accertò della presenza di Trotta nel ristorante e diede il via libera ai pistoleri inviando un messaggio telefonico, il mattinatese Andrea Quitadamo, fratello di Antonio e i viestani Orazio Coda e Giovanni Surano.
«Tutti i collaboratori di Giustizia sono stati concordi», scrive la Corte nell’ordinanza cautelare «neU’indicare Bonsanto quale esecutore materiale dell’omicidio di Trotta, defitto commissionato da Raduano nell’ambito della contrapposizione armata per il controllo dei traffici illeciti tra il suo clan, affiliato ai Lombardi/Ricucci/LaTorre; e quello di Pema/Iannoli, legato al gruppo Libergolis/Miucci». Bonsanto si dice innocente e spera nell’appello. Nel corso del processo era parso avere un alibi per la mattina.del giorno del defitto che lo collocava in ospedale a San Severo per una visita cardiologica, ma la firma sul certificato medico prodotto non è stata riconosciuta dal medico.
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