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VIESTE, LUOGO DELLA MEMORIA MATTEOTTIANA

Venerdì 13 febbraio 2026, alle ore 10, a Vieste presso la sede della Lega Navale, si terrà l’incontro “Vieste, luogo della Memoria Matteottiana”, con la partecipazione di Elena, nipote di Giacomo Matteotti e la presentazione del testo Il magistrato che fece tremare il Duce, curato da Teresa Maria Rauzino.

NeIlmagistrato che fece tremare il Duce, vengono alla luce le memorie inedite di Mauro Del Giudice, incorruttibile uomo di legge cheaveva osato istruire il processo contro il fascismo per l’omicidio di Giacomo Matteotti, uomo che aveva vissuto da acuto osservatore dei costumi e della morale pubblica dei suoi tempi, indignato per il degrado etico delle classi dirigenti del nuovo Regno d’Italia, oltre che critico accorto delle politiche elitarie e discriminatorie che avevano imposto al Mezzogiorno un pesante divario economico, condannando le popolazioni a miseria ed emigrazione.

Le Memorie, come rileva la curatrice Teresa Maria Rauzino, sono scritte dal magistrato dopo il processo Matteotti, nella piena consapevolezza che sarebbero state destinate a «sparire dalla memoria pubblica». Raccolte in un manoscritto donato da Del Giudice al Comune di Rodi Garganico, perduto poi ritrovato, sono state pubblicate nel 2022 esaudendo le speranze chiaramente espresse dal magistrato, il quale aveva ardentemente desiderato che la sua verità non finisse nelle «tenebre della congiura del silenzio» e che, prima o dopo, una mano pietosa avesse «cura di darlo alle stampe». A distanza di ben novantaquattro anni, si è realizzato il suo sogno di abbattere «il dente della calunnia».

Il magistrato aveva vissuto interamente la propria giovinezza nei primi decenni del nuovo Regno d’Italia, osservandole logiche trasformistiche dei governi liberali di Destra e di Sinistra, tese a tutelare gli interessi di finanza, banche, industrialidel Nord e borghesia agraria parassitariadel Sud, sempre ignorando le giuste rivendicazioni delle masse rurali spesso represse con la violenza.

Il padre Luigi, liberale, primo sindaco di Rodi Garganico nel nuovo Regno d’Italia, si era distinto nella lotta contro i “briganti”, commerciava agrumi e olio lungo le rotte adriatiche etuttavia non era riuscito «a migliorare la condizione economica della famiglia», date le penose limitazioni a cui il Mezzogiorno era stato assoggettato dopo la caduta dei Borbone. Disilluso dal regime sabaudo, si era ritirato dalla vita politica e quando dopo il 1866 scoppiarono gli scandali delle Ferrovie Meridionali, della Regia dei Tabacchi e del processo Lobbia, soleva ripetere: «Ha ragione il Guerrazzi, perché realmente si stava meglio quando si stava peggio», invitando il figlio a stare alla larga dalla politica per evitare «guai e disinganni».

Un’opinione non isolata. Pasquale Villari, napoletano, docente di Storia all’Università di Firenze, nel saggio del 1866 Di chi la colpa? O sia la pace e la guerra, aveva sostenuto che il processo unitario era avvenuto su base elitaria, privo di una vera coscienza nazionale e del consenso delle masse, oltre che in una condizione di totale dominio politico-militare del Piemonte. Nel 1875, Villari, futuro ministro della Pubblica Istruzione, conservatore benché riformista sociale, scriveva per il giornale di Torino «L’Opinione» le note Lettere meridionali, nelle quali annotava chiaramente la grave questione sociale delle popolazioni rurali del Mezzogiorno, legata alle irrisolte questioni agrarie e demaniali. La vendita dei beni ecclesiastici e demaniali al ceto borghese agrario, connotava la mancata attenzione verso la costituzione di una piccola proprietà contadina: «Quelle terre, in uno o in un altro modo, andarono e vanno rapidamente ad accrescere i vasti latifondi dei grandi proprietari».

Il trattamento da «schiavi della gleba» dei contadini non era migliorato dopo l’Unità d’Italia, rendendo manifesta la responsabilità dei governi liberali che avevano lasciato la classe dei proprietari terrieri «padroni assoluti di quella moltitudine» in un sistema arretrato socialmente che conservava vecchi privilegi di casta.

In quegli anni, Del Giudice, studente universitario a Napoli, frequentava le lezioni di diritto di Luigi Zuppetta, patriota di vecchia data, e quelle di scienze giuridiche di Giovanni Bovio.  I sei anni passati a Napoli saranno ricordati come «i più belli e giocondi» della sua vita, anche perché privi dell’odio tra classi sociali che sarebbe scoppiato vent’anni dopo.

Un’impronta sulla formazione del pensiero di Del Giudice era stata impressa dall’amicizia con il giornalista Francesco Girace, con cui aveva affrontato il delicato tema della libertà di stampa. In quei tempi, essa «non ancora era caduta nella fogna di corruzione e di pervertimento morale» in cui sarebbe precipitata a fine secolo. Girace gli diede anche modo di conoscere il borbonico Stefano San Pol, di cui aveva letto nel «Quaresimale» le impietose critiche ai politici liberali. Uomini che avevano deluso anche Del Giudice per il sistema di potere iniquo e illiberale che avevano messo in piedi. Nonostante avesse tendenze patriottiche repubblicane, il giovane studente Del Giudice trasse da lui una lezione importante: non giudicare mai i propri nemici o avversari prima di averli conosciuti di persona. Ambiente universitario, frequentazioni, letture al caffè di via Forcella («Il Crociato» e «La Discussione», I Borboni al cospetto di due seculi di Giuseppe Buttà), lo avevano indotto a osservare criticamente la società nella quale viveva.

Del Giudice, ormai in pensione, “processa” la magistratura post-unitaria, ritiene spesso scandaloso il comportamento tenuto dagli esponenti dei governi liberali sabaudi, convinto che la natura principale dei mali che il popolo italiano subiva fosse da ricercare anche nella pessima gestione dell’amministrazione della giustizia, troppo spesso parziale e sottomessa al potere politico e finanziario.

Una collusione denunciata da Leopoldo Franchetti e Sidney Sonnino nel 1876 neLa Sicilia, collegando le infelici condizioni dei contadini siciliani a quelle amministrative e politiche, che avevano visto affiorare numerosi scandali con il coinvolgimento in un circolo vizioso di magistratura, stampa e potere esecutivo.

Intrighi che non risparmiavano il governo nazionale, come, per esempio, nel caso dello scandalo finanziario della Banca Romana messo a tacere dal ministro del tesoro Giovanni Giolitti e dal capo del Governo Francesco Crispi. Un pantano in cui il più noto istituto di credito dell’epoca era scivolato per aver concesso prestiti privi di garanzia a potenti esponenti dei settori edilizi e industriali, finito in un processo farsa in cui i documenti compromettenti attinenti la posizione di ministri, parlamentari, personalità influenti, erano stati fatti sparire, in un contesto politico-giudiziario e mediatico omertoso, teso a tutelare i poteri forti di uno Stato in piena crisi morale.

Era esattamente la situazione oggetto delle continue critiche e accuse mosse nelle Memorie. Il rigore morale dell’uomo, oltre che del magistrato, gli aveva imposto di non fare sconti nel denunciare corruttele e malcostume di quel clima illiberale, mai cedendo alla tentazione di far parte di quella categoria di «magistrati raccomandati e avvocati e deputati ovvero bene accetti a Ministri e a sottosegretari di Stato, per servizi resi a costoro in specie ovvero in genere al Governo».

Nel frattempo, come scriveva Francesco Saverio Nitti in Nord e Sud, facendo seguito alle tesi del salentino Antonio De Viti De Marc, il Mezzogiorno subiva il peso schiacciante di «imposte crescenti, la vendita dei beni ecclesiastici, l’ampliarsi del debito pubblico», oltre a «un vero drenaggio di capitale». L’introduzione delle tariffe doganali, e la conseguente chiusura del mercato francese, aveva comportato la caduta innaturale dei prezzi di olio, vino e agrumi, ma anche l’aumento dei prezzi dei manufatti prodotti in regime protetto dalle industrie del Nord, gravanti sui produttori agricoli del Mezzogiorno. Per De Viti De Marco queste erano le due cause della «depressione economica cronica dell’Italia meridionale. L’una dovuta al protezionismo francese, l’altra al protezionismo italiano».

Durante la sua attività, Del Giudice aveva girovagato da un tribunale all’altro dell’Italia, esprimendo giudizi positivi sulle popolazioni che aveva avuto modo di conoscere e avversando decisamente quelli che definiva pregiudizi sugli abitanti del Mezzogiorno. Da procuratore generale del Re presso la Corte di Catania nel 1926, aveva verificato di persona la stima e la benevolenza che i siciliani di ogni ceto riservavano alle persone serie che svolgevano correttamente il proprio dovere. Per Del Giudice, i siciliani erano a ragione sospettosi e «diffidenti verso i funzionari continentali». Diffidenza ampiamente giustificata da «una lunga e triste esperienza», che il magistrato nelle Memorie spiegava con queste parole: «Come non dovrebbero i Siciliani essere diffidenti, se dal 1861 in poi i governanti dell’Italia, per sistema preso, hanno quasi sempre mandato in quell’isola sfortunata, che ha guadagnato tutti gli svantaggi e quasi nessuno dei vantaggi dell’unificazione, lo scarto dei funzionari?».

Sul potere politico illiberale, sulla magistratura asservita, sulla stampa consenziente, sullo sviluppo economico mancato del Mezzogiorno, il magistrato che fece tremare il Duce durante l’istruttoria del processo Matteotti non la pensava diversamente dai maggiori esponenti del meridionalismo della sua epoca.

Michele Eugenio Di Carlo