Parlare oggi di Giacomo Matteotti può sembrare un atto divisivo; tornare sulla vicenda giudiziaria ricostruita dal magistrato Mauro Del Giudice rischia di essere bollato come esercizio di memoria partigiana. Eppure, all’incontro “L’IDEA CHE NON MUORE” alla Lega Navale di Vieste, quel nome è diventato il grimaldello per chiedere agli studenti in sala di guardare ai libri di storia con uno sguardo appena spostato rispetto al programma ministeriale, là dove le righe finiscono e iniziano le omissioni.
Nel salone affacciato sul mare, la storia è entrata in punta di piedi attraverso la voce Elena Matteotti nipote di Giacomo Matteotti, il parlamentare socialista rapito e ucciso dai fascisti nel 1924, e poi esplosa come una domanda scomoda: perché di quella ferita non si è parlato per decenni, neanche in famiglia. La donna ha raccontato di essere cresciuta senza che il nome del nonno venisse mai pronunciato in casa, e di averlo “incontrato” solo da adulta, quando il figlio Francesco, studiando documenti e luoghi, l’ha costretta a ripercorrere strade, paesi, archivi che le hanno restituito una memoria concreta, fatta di volti, carte, processi.
“Oggi sono certa che l’idea che non muore, non morirà mai”, ha detto ai microfoni, trasformando un titolo in una presa di posizione: non è solo il ricordo dell’uomo Matteotti a sopravvivere, ma l’idea stessa che la verità storica non possa essere archiviata per ragioni di convenienza politica o familiare.
Al centro di questa operazione di scavo nella coscienza civile c’è la figura scomoda di Mauro Del Giudice, il magistrato che tentò di spingersi oltre la verità di comodo sul delitto Matteotti. Allontanato e poi costretto al pensionamento anticipato, Del Giudice si ritirò a Vieste, dove continuò a scrivere, a interrogarsi e a testimoniare, lasciando lettere e atti che diventeranno decisivi, anni dopo, per rimettere mano a verità giudiziarie rimaste insabbiate.
È qui, tra le vie di Vieste, che il giudice consegna al futuro la sua contro-narrazione del potere fascista: una trama di pressioni, spostamenti forzati, promozioni costruite su misura per isolare chi non si allineava, tradimenti interni alla magistratura, coercizione e violenza sistemica. Il mandante politico del delitto, protetto dal potere dell’epoca, è sfuggito al giudizio del tribunale, ma non a quello della Storia: è questo il messaggio che il libro porta con sé e che l’incontro ha rilanciato di fronte agli studenti. A rimettere insieme i pezzi della vicenda di Del Giudice è stato il lavoro lungo e minuzioso della professoressa Teresa Maria Rauzino, presidente della sezione Gargano della Società di Storia Patria per la Puglia. Il suo volume “Mauro Del Giudice: il magistrato che fece tremare il Duce” è una cronistoria che ricostruisce non solo il processo Matteotti e il tentativo di risalire ai mandanti, ma anche l’isolamento progressivo di un magistrato che paga sulla propria pelle la scelta di non fermarsi agli esecutori materiali.
A chiarire l’immagine che le lettere di Del Giudice, consegnano di un’Italia formalmente unificata ma in realtà profondamente divisa, è il professore Michel Eugenio Di Carlo; appassionato della storia del Meridione. La retorica ufficiale descrive un Paese beato e pacificato, mentre il Mezzogiorno resta dilaniato, ancora alle prese con le ferite aperte dell’unificazione del 1861. È un’Italia dove anche la letteratura viene arruolata nella propaganda, incaricata di occultare la disgregazione reale dietro il racconto di una modernità compatta e felice. “Specie sotto il profilo letterario – ha spiegato il professor Di Carlo ai nostri microfoni – l’Italia era più unita prima dell’unità politica che dopo. Paradossalmente, è proprio la letteratura nata dopo il 1861, spesso asservita al potere politico, a contribuire a un racconto distorto e rassicurante, che cancella le fratture sociali e geografiche del Sud.
La vicenda di Del Giudice diventa così una lente per leggere non solo il fascismo, ma l’intera storia nazionale: cosa viene raccontato, cosa viene rimosso, chi paga il prezzo della rimozione. E Vieste, con le sue strade, le case, gli archivi toccati durante la mattinata, diventa un laboratorio di memoria collettiva che costringe a fare i conti con una verità ancora scomoda ma necessaria.
Segue un intervista ai tre relatori: Elena nipote di Matteotti, la studiosa Rauzino e il professore Di Carlo che offrono il loro punto di vista su memoria, giustizia e Sud, cucendo insieme il filo che da un’aula di tribunale degli anni Venti arriva fino a una sala affollata di studenti a Vieste, nel 2026.
Gaetano Simone



