Menu Chiudi

“MARI E MONTI”, IL PROCESSO ENTRA NEL VIVO: DINO MIUCCI E IL PRESUNTO CONTROLLO DEGLI APPALTI

Prime parti offese in aula a Foggia. Per la Dda sarebbe stato il riferimento imprenditoriale del clan Li Bergolis-Miucci, mentre la difesa respinge ogni accusa.

 E’ entrato nel vivo il processo “Mari e Monti” a Dino Miucci, 47enne fratello maggiore del reggente del clan Li Bergolis-Miucci, Enzo Miucci detto “Renzo” o “U’ Criatur”. Leonardo “Dino” Miucci è a processo a Foggia con rito ordinario insieme ad altre sette persone. Nei giorni scorsi sono apparse in aula le prime parti offese che hanno dato il via alla fase dibattimentale vera e propria.

A parere dell’accusa, Dino Miucci, imprenditore edile, pur rimanendo dietro le quinte, avrebbe controllato la piazza sipontina del clan dei montanari con un’attenzione particolare verso il settore delle costruzioni. Per gli inquirenti sarebbe “l’uomo degli appalti” dell’organizzazione criminale “fondata” da Ciccillo Li Bergolis “U’ Calcarulo”, zio dei fratelli Miucci, ucciso nel 2009 da killer ignoti.

Sfuggito ad un agguato il 29 novembre 2019 nella zona industriale di Manfredonia, presunta risposta all’omicidio dell’11 novembre precedente del rivale Pasquale “Fic secc” Ricucci, Dino Miucci è attualmente detenuto a Siracusa con le accuse di mafia, concorso in due estorsioni e un tentativo di estorsione ad aziende locali.

La Dda, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, ritiene che Miucci ricoprisse un ruolo di peso nel clan, pur mantenendo – secondo quanto riferito dall’ex boss di Vieste, Marco Raduano detto “Pallone”, collaboratore di giustizia – una posizione appartata, “perché il fratello Enzino preferiva tenerlo lontano da troppi contatti”.

Miucci respinge con decisione questa ricostruzione. Nell’interrogatorio seguito al suo arresto sostenne di non aver mai fatto parte di alcuna organizzazione mafiosa, di essere totalmente estraneo alle estorsioni contestate e di non avere avuto problemi giudiziari negli ultimi venticinque anni. Rivendica inoltre di essersi costruito “con lavoro duro e onesto” una vita e una carriera nel settore dell’edilizia, lontano da qualsiasi contesto criminale.

Riguardo alla posizione dell’imputato, la difesa ha fornito una produzione documentale. Tale documentazione, finalizzata a dimostrare l’assenza di un legame associativo, include atti relativi a un precedente penale estinto, come l’affidamento ai servizi sociali e la successiva ordinanza di riabilitazione e il provvedimento di rigetto di una precedente richiesta di applicazione di una misura di prevenzione.

A giudizio con Dino Miucci ci sono Fatma Dridi, 29 anni, di Lucera, accusata di spaccio, Michele Libero Guerra, 40 anni, di Manfredonia, accusato di mafia, traffico di droga, spaccio e armi, Giacomo Loperfido, 63 anni, di Noci (false dichiarazioni al pm), Alessandra Muraglione 65 anni, di Bitritto (spaccio), Lorenzo Ricucci, 38 anni, detto “Ciacciamucc”, di Monte Sant’Angelo (trasferimento fraudolento di beni), Mario Totta, 25 anni, di San Marco in Lamis (traffico di droga e spaccio) e Pasquale Vignola, 46 anni, di Gravina di Puglia (false dichiarazioni).

Altri 42, tra cui il boss Enzo Miucci, 43 anni, scelsero invece il rito abbreviato, in corso a Bari, con sentenza prevista entro l’estate 2026. L’accusa ha già formulato le richieste di condanna invocando pene fino a 20 anni di reclusione.

Nutrita, nel processo foggiano, la lista di testimoni dei pm della DDA, Cardinali e Silvestris: ben 76 tra cui 18 pentiti; addirittura 101, tra cui una testimone di giustizia e 21 pentiti (molti in comune con i pubblici ministeri), in quella della difesa di Dino Miucci.

Si prospetta un processo piuttosto lungo: oltre a vari investigatori e parti offese saranno sentiti i collaboratori di giustizia, Matteo Pettinicchio, ex braccio destro di Enzo Miucci, Matteo Lauriola (“il barbiere del clan”), Carlo Magno, Giuseppe Stramacchia, i viestani Marco Raduano alias “Pallone”, il nipote Liberantonio “Antony” Azzarone, Gianluigi “U’ minorenn” Troiano, Danilo Della Malva “il meticcio”, il padre Giuseppe, Giovanni “Lupin” Surano, Orazio Coda detto “Balboa”. E ancora, i foggiani Ciro e Giuseppe Francavilla (fratelli, detti “Capelloni”), Carlo Verderosa, il sammarchese Patrizio Villani, i fratelli mattinatesi Antonio e Andrea Quitadamo detti “Baffino”, i baresi Domenico Milella e Arcangelo Telegrafo, il brindisino Andrea Romano, e l’altamurano Pietro Antonio Nuzzi. Completa il quadro la testimone di giustizia Sabrina Campaniello, foggiana, ex compagna di Emiliano Francavilla, uno dei vertici del clan Sinesi-Francavilla.

Parti civili i Comuni di Manfredonia, Mattinata, Vieste e Monte Sant’Angelo, l’associazione antimafia Giovanni Panunzio, la Fai Antiracket, la Regione Puglia e alcune aziende vittime di estorsione.

immediato