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 “IL SETTORE BALNEARE ITALIANO NON È VITTIMA DI UNA RIFORMA, MA DI UN’ESECUZIONE SOMMARIA”

riceviamo e pubblichiamo

“Questa non è liberalizzazione: è colonizzazione. Si vuole svendere il nostro litorale ai giganti della finanza, radendo al suolo quel presidio sociale che solo le micro-imprese familiari sanno garantire”.

Non chiamatela “riforma”. Non è un adeguamento alle norme europee. È un’esecuzione coordinata, un esproprio spoliativo del lavoro, del sudore e del valore d’impresa costruito in decenni di sacrifici. Piove, governo ladro” non è più un modo di dire, ma il grido disperato di chi vede il proprio futuro svenduto al miglior offerente. Uno Stato che mette all’asta le concessioni ignorando il valore aziendale e l’avviamento commerciale non sta “europeizzando”: sta violando il diritto sacro al lavoro scritto nella nostra Costituzione.

Il settore balneare italiano non è vittima di una riforma, ma di un’esecuzione sommaria. Sotto il paravento della legge, si sta consumando un esproprio di Stato che calpesta la vita di 30.000 famiglie. Siamo di fronte a un caso di “legalismo predatorio”: un uso distorto del diritto che cessa di tutelare il cittadino per farsi strumento di spoliazione violenta.

Questa non è liberalizzazione: è colonizzazione. Si vuole svendere il nostro litorale ai giganti della finanza, radendo al suolo quel presidio sociale che solo le micro-imprese familiari sanno garantire. Ma il dato più inquietante è che questa operazione poggia su un colossale castello di falsità giuridiche e invasioni di campo giudiziarie.

 La distorsione delle fonti: il falso mito della Bolkestein. La politica e parte della magistratura (Consiglio di Stato e TAR) hanno forzato una direttiva generale interpretandola in malam partem. È necessario ristabilire la gerarchia: una direttiva è subordinata ai Trattati. L’articolo 195 del TFUE esclude esplicitamente l’armonizzazione legislativa e regolamentare nel settore turistico.

Le concessioni italiane sono regolate dal Codice della Navigazione, non da quello degli Appalti. Inoltre, una direttiva generale e astratta non è una legge: appartiene al diritto derivato, fonte di secondo grado subordinata ai Trattati e ai regolamenti europei. La stessa Direttiva, all’articolo 12, chiarisce che le gare sono un’eccezione. Se così non fosse, il testo non esordirebbe con la clausola condizionale “Qualora…” (nel caso di scarsità di risorse), ma imporrebbe procedure astratte erga omnes. Attribuire alla Bolkestein un effetto “self-executing” per scavalcare le leggi nazionali non è diritto: è un esercizio creativo che viola la gerarchia delle fonti.

La deriva nomopoietica: quando il giudice si fa re. Le “sentenze gemelle” dell’Adunanza Plenaria hanno inferto un colpo mortale alla certezza del diritto. Siamo usciti dal perimetro dell’interpretazione (nomofilachia) per entrare in quello della creazione della norma (nomopoiesi).

Il giudice non spiega più la legge: la inventa. Ma una “norma giudiziale” non può avere valore di legge universale; deve limitarsi al caso singolo. Trasformarla in un comando generale che sostituisce il legislatore è un atto autoritario che scardina l’equilibrio tra i poteri dello Stato e umilia la sovranità parlamentare.

L’Anatema giudiziario: il processo al futuro. Esiste un principio cardine: il giudice amministrativo non può pronunciarsi su poteri non ancora esercitati. Eppure, l’Adunanza Plenaria ha lanciato un vero “anatema” preventivo contro leggi non ancora scritte, blindando scelte politiche non ancora compiute. Come si può giustificare una pronuncia su poteri pubblici inesistenti? È un corto circuito democratico: si processa il futuro per condannare il presente.

I martiri del litorale: siamo stati costruttori nel deserto.

Noi balneari siamo stati l’unico argine al degrado quando lo Stato era un fantasma e le coste un deserto. Abbiamo costruito valore dal nulla, con il rischio d’impresa come unica bussola. Oggi, quello stesso Stato che ci ha ignorato per decenni torna come un esattore spietato, non per gestire, ma per banchettare sui resti dei nostri sacrifici e consegnare le chiavi di casa nostra al miglior offerente.

Il lavoro e la dignità delle famiglie italiane non sono merce di scambio da mettere all’asta. Oggi “governo ladro” è il verdetto di un popolo che vede lo Stato farsi complice della propria spoliazione. Non aspettatevi il silenzio di chi è stato spinto sul baratro e sta perdendo tutto: questa non è solo sabbia da calpestare, è la storia, è il lavoro, sono i sacrifici e l’ardore delle nostre famiglie. Non è solo la nostra spiaggia: è la nostra vita e la difenderemo con ogni mezzo.

“Mettere all’asta il sacrificio di una vita ignorando il lavoro, il valore dell’azienda non è ‘europeismo’, è un tradimento di Stato. Si usa l’Europa come paravento per demolire il diritto al lavoro scolpito nella nostra Carta Costituzionale.”  

Faraco Pasquale

Imprenditore balneare del Metapontino – Policoro – Basilicata