Ludo — che chiamavamo anche Lupo — era un fustigatore nato, un anarchico scapigliato che, di tanto in tanto, sentiva il bisogno di sgridarsi da solo. Davanti allo specchio amava ripetersi:
«Per istintiva e quasi rabbiosa reazione tendo a risospingermi verso i lidi del pensiero anarchico, che il mio cuore si ostina ancora a vedere, all’orizzonte, come rassegnato approdo a quell’isola che non c’è, dove l’anima dei disillusi come me immagina di trovare un po’ di pace».
Si fa presto a dire “anarchico”. Così come “libero” o “indipendente”.
Insieme a un manipolo di “briganti”, ai tempi di Radio Vieste1, curammo una fortunata trasmissione satirica sospesa tra sarcasmo e caricatura: “’A Caiela!”.
Una trasmissione che non temeva di affrontare i problemi della nostra società. Come si dice, finché c’è satira c’è speranza, perché significa che esiste un pensiero e, con esso, un’altra possibilità.
C’era poi “il Lupo” delle partite a calcetto, quello che non ti passava mai la palla. Ma questa è un’altra storia.
C’era l’avvocato di grande capacità, uno di quelli che sapevano tenere insieme rigore e intelligenza, studio e intuito. Nel lavoro era affidabile, brillante senza ostentazione. Il suo percorso, però, si è interrotto troppo presto, lasciando la sensazione di qualcosa di incompiuto, come un discorso che aveva ancora molto da dire.
E poi c’era l’altra faccia della luna, quella che di Ludo non si coglieva subito: una profondità silenziosa, fragilità custodite con pudore, domande mai pronunciate ad alta voce. Talvolta tentava di farsi sentire con grida “fesbukkiane”, ma non era lì che abitava la parte più vera di lui: quella che resta ancora oggi nel ricordo di chi ha saputo guardare oltre.
E… poi c’era Ludo. Il suo equilibrio, il suo ego. Un altro Ludo ancora….
Ma non si può non accarezzare chi ama la poesia. Le parole migliori di “Lupo”.
Ha scritto sul rammarico di una Vieste “riminizzata”, senza mai scadere nel declinismo. E come dargli torto? Quando decidemmo di portare su vinile il brano cantato da Bruno Castiglia, “Vieste sei Bella”, sul lato B del 45 giri incidemmo due sue liriche: “A Vieste” (poi rinominata “Nostalgia di Vieste”) e “Vecchio Maestrale”, declamate da Ettore Fasani.
Per trovare i finanziamenti per il disco interpellai “la meglio imprenditoria”. Naturalmente, per loro ciò che dovevamo incidere non era consono al nostro turismo. Incredibile.
Se è vero che il turismo non è altro che “vendita di bellezze ed emozioni”, senza quell’immaginario che quelle poesie esprimevano non si comprende quale anima abbia il nostro turismo, né cosa si creda di “vendere”.
Restano liriche che hanno il volto più vero di quella Vieste: quella della nostra infanzia, della nostra giovinezza, e, in fondo, quella da cui proveniamo.
NOSTALGIA DI VIESTE
Nel tempo i ricordi ora sono più forti,
correvo nelle tue strade e i giorni erano corti.
Rivedo gli amici, il tempo e l’allegria,
peccato che tutto questo si chiami nostalgia.
Tutti i denari non valgono un bicchiere di vino
e l’odore di fritto che usciva dal camino,
le storie del nonno e il vento che fischiava,
io giocavo e mia madre cucinava.
Fuori pioveva e giù sotto la coperta,
ogni mia idea diventava una scoperta.
Vieste ingrata, mai avrei pensato
che tutto questo un dì avrei lasciato.
sono cresciuto, ormai sono un uomo,
la mia città è quella del Duomo.
Ora ho la macchina e non più il traìno,
ho una moglie e anche un bambino.
Buttata nel mare come in una culla,
Vieste, tu mi davi la gioia del nulla.
Scoppi di sole, di sale e di amaro
per me che ti ho lasciato per qualche denaro.
VECCHIO MAESTRALE
Sciocco, ingenuo maestrale,
perchè rincorri ancora
l’antica verginità delle sue mura?
Perchè le urli il tuo superbo amore?
Lei non ti cura!
Credi ancora alle sue fiacche luci,
i portoni, i baci e le mani in tasca.
Non t’ama più. Il suo cuor non bruci.
Non ride più. Non è tempo di burrasca.
Rompi i chiusi vicoli,
urlando nelle fessure,
ma le tue ire non sono pericoli.
Urli più forte e non sorride neppure.
Questa volta non ce la fai,
vecchio maestrale ma dove vai?
Le fave al fuoco, le rape cotte,
vino, ceci, cicorie e pagnotte.
Sono tempi passati,
ora son tempi dannati.
Torna indietro vecchio maestrale,
lascia stare i capricci del fortunale.
Gli amori, le panchine, i portoni,
non sono veri e nemmeno i lampioni.
I nonni, le figurine, il luponero.
No, non c’è più, niente è più sincero.
Anche tu rimpiangi i tempi stati,
le toppe al culo, le risa e i giorni passati?
Siamo soli vecchio maestrale,
io e te nelle sue tante scale.
Non giocare con i suoi mulinelli,
muore un paese, passano i tempi belli.
Sei sfinito, torna indietro,
è lunga questa notte,
ma non ti girare,
non ti dirà “buonanotte”.
Ciao vecchio barracuda ci vediamo alla solita ora….
La vicinanza e sentite condoglianze alla famiglia dalla redazione di ReteGargano.
ninì delli Santi



