Vieste ama il teatro, e forse non ne ha ancora piena consapevolezza. Ogni spettacolo proposto in città ha registrato grande partecipazione, e il Cineteatro Adriatico ha fatto più volte il tutto esaurito, anche quando la stessa commedia è stata replicata in più serate.
È accaduto anche con “Dopp i cunfitt ven’n i… D’fitt!!!”, brillante commedia in due atti scritta e diretta da Filippo D’Errico, che segna il suo esordio come autore e regista.
L’opera racconta con leggerezza il dopo‑matrimonio: finiti i confetti, emergono i difetti del vivere insieme. Una regola senza geografia, valida nel Nord Italia come negli Stati Uniti o nella nostra Vieste, dove il matrimonio sembra quasi aver bisogno di una “prima prova” prima di approdare a una seconda occasione più aderente a ciò che siamo e desideriamo. Persino la paziente e servizievole donna del Sud, se non arriva al divorzio, può arrivare a sperare nella prematura dipartita del marito mezzo ammalato, mentre lui si consola con la badante. Situazioni che, sulla pagina, potrebbero sfiorare il dramma, qui si trasformano in un vortice di equivoci e gag che mantengono la platea nella risata continua.
Uno dei meriti più preziosi della commedia è la riscoperta del dialetto viestano: termini ormai quasi dimenticati dalle nuove generazioni e modi di dire che, pur strappando il sorriso, custodiscono la saggezza di un popolo. Il testo non si limita a divertire, ma restituisce identità, colore e memoria linguistica, riportando in scena una viestanità autentica, riconoscibile e affettuosamente caricaturale.
Il cast è composto da attori non professionisti che, come sottolinea lo stesso regista nell’intervista video, hanno saputo reggere con sicurezza le quasi due ore di spettacolo. Spicca Marinella Solitro, dotata di tempi comici che sembrano innati, capace di misurare battute e silenzi con sorprendente naturalezza. Rosa Ciliberti, “gran maestra” formatasi nelle scuole dell’oratorio parrocchiale, è presenza costante in scena e conferisce solidità e ritmo all’intera narrazione. Battista Troia affronta un personaggio sordomuto, lontanissimo dalla sua persona, riuscendo però a renderlo espressivo e irresistibilmente comico a ogni intervento. Chiude idealmente il gruppo la più giovane, Maria Aliota, che si muove con disinvoltura tra tre lingue – inglese, italiano e viestano – aggiungendo allo spettacolo un ulteriore tocco di vivacità.
A dare ancora più valore all’iniziativa è la destinazione del ricavato delle serate, al netto delle spese, all’associazione onlus “I Bambini di Antonio”, nata nel 2009 e impegnata soprattutto nel distretto di Nakaseke, in Uganda, per progetti educativi e di solidarietà a favore dei più piccoli.
All’uscita dal teatro, tra risate ancora fresche e battute ripetute sottovoce, si avverte forte il senso di appartenenza: Vieste riscopre se stessa, il suo dialetto, i suoi caratteri, le sue contraddizioni. Che si scelga la via dei “confetti” o quella di una fuga radicale, come fa la figlia della protagonista, una cosa resta chiara: il teatro, a Vieste, continua a essere uno degli specchi più sinceri e divertenti in cui riconoscersi.
Gaetano Simone



