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CLAN DEI MONTANARI, I PENTITI: “DINO MIUCCI SAPEVA TUTTO E MANTIENE CATERINO IN CARCERE”. VIESTE, DROGA E ALLEANZE CRIMINALI

Le dichiarazioni dei collaboratori Matteo Pettinicchio, Matteo Lauriola e Gianluigi Troiano nel fascicolo “Mari e Monti” delineano il ruolo del fratello del boss Enzo Miucci all’interno dell’organizzazione criminale garganica

Nuovi particolari sulla struttura del clan dei montanari Li Bergolis-Miucci emergono dai verbali di interrogatorio – presenti nel maxi fascicolo “Mari e Monti” – dei collaboratori di giustizia Matteo Pettinicchio, Gianluigi Troiano e Matteo Lauriola. Davanti ai pm Francesco Giannella ed Ettore Cardinali, il pentito Pettinicchio, ex numero due dei montanari, ha ricostruito la composizione dell’organizzazione, indicandone vertici, uomini di fiducia, attività illecite e rapporti con altri soggetti della criminalità garganica.

Secondo il suo racconto, al comando ci sarebbe il 43enne Enzo “Renzino U’ Criatur” Miucci, mentre accanto a lui operavano persone di fiducia impegnate in estorsioni, traffico di droga e rapine, mantenute anche con veri e propri stipendi provenienti dai proventi dello spaccio. In “Mari e Monti” sono oggi a processo 50 persone, 42 a Bari con l’abbreviato tra cui Miucci e lo stesso Pettinicchio, 8 a Foggia con rito ordinario tra cui Dino Miucci, fratello maggiore del capoclan.

Uno dei passaggi più rilevanti del verbale riguarda proprio Leonardo “Dino” Miucci, che Pettinicchio descrive come uomo perfettamente a conoscenza delle dinamiche del clan. Secondo il collaboratore, Dino “era a conoscenza di tutto”, avvisava in caso di possibili azioni di fuoco contro il gruppo ed era informato sui fatti di sangue, pur non venendo da lui indicato come partecipe diretto alle esecuzioni.

Pettinicchio racconta che, dopo l’omicidio di Franco Romito, Dino Miucci avrebbe incontrato casualmente il fratello minore Mario Luciano Romito (ucciso nella strage di San Marco), il quale gli avrebbe confidato l’intenzione di uccidere prima Enzo e poi lui stesso.

“Dino incontrò casualmente Mario Luciano il quale gli disse che avrebbe voluto uccidere prima suo fratello Enzo e poi lui stesso. Uno dei suoi referenti era D’Ercole Leonardo”. Quest’ultimo, appartenente al clan ex Romito, oggi Lombardi-Scirpoli-La Torre, avrebbe dunque, stando al pentito, girato “soffiate” ai rivali montanari.

Sempre secondo Pettinicchio, Dino Miucci avrebbe fornito supporto logistico “per incontri presso la sua abitazione fuori paese e faceva da trait d’union tra suo fratello Enzo ed altri esponenti della criminalità che venivano anche da fuori. Il giorno in cui avvenne l’omicidio di Vescera Gianpiero, dopo essere stato contattato da Enzo, andai a parlare con Dino. Aveva una impresa con la quale lavorava molto; ciò anche in considerazione del suo cognome. Affidare a lui i lavori significava stare certi di non avere problemi di sorta. Nel nostro ambiente si diceva che negli anni 90 Dino fosse il più pericoloso tra gli esponenti dei Li Bergolis. L’impresa di Dino Miucci ha aumentato il proprio giro di affari soprattutto dopo l’omicidio di Mario Luciano Romito”.

E infine: “Miucci Dino era a conoscenza di tutto, ci avvisava di eventuali azioni di fuoco nei nostri confronti; era a conoscenza di tutti i fatti di sangue, anche se non ne è mai stato coinvolto”.

A complicare la posizione del fratello maggiore del boss ci sono le dichiarazioni di Lauriola, un tempo “il barbiere del clan”. Parlando dell’assistenza dei boss ai detenuti del gruppo ha dichiarato: “So che Miucci Dino cura il mantenimento carcerario di Giovanni Caterino“. Quest’ultimo si trova all’ergastolo dopo sentenza definitiva per la strage di San Marco in Lamis del 9 agosto 2017 quando vennero uccise quattro persone compreso l’obiettivo principale dell’agguato, il boss rivale Mario Luciano Romito.

I pm della DDA di Bari hanno incalzato anche un altro pentito, il viestano Gianluigi Troiano che su Dino Miucci ha rivelato: “Pur non avendolo mai conosciuto direttamente so che fa parte del clan Miucci e che faceva le veci di suo fratello Enzo – ha riferito il collaboratore -. È un imprenditore. Enzo lo usava per compiere estorsioni proprio nel campo dell’edilizia. Furono Enzo Miucci e Prencipe Roberto a dirmi che Leonardo faceva parte del gruppo. Sempre loro mi dissero che era il sostituto di suo fratello. Questo mi fu confermato da Scarabino Lorenzo. So che tramite Leonardo riuscivano a prendersi degli appalti anche perché costui non era conosciuto alle FF.OO”.

“Dino Miucci ha subito un tentato omicidio dopo l’omicidio di Pasquale Ricucci – ha aggiunto Troiano -. Di questo fatto mi parlò anche Scirpoli Francesco, in carcere, ad Agrigento. Mi disse che se lo erano fatto scappare e attentarono alla sua vita per vendicare gli omicidi di Pasquale Ricucci e di Pio Francesco (Gentile, ndr), ‘passaguai’. Era stato designato quale vittima di ritorsione in primis perché era il fratello di Miucci Enzo e perché, tramite i D’Ercole, acquisiva informazioni utili al clan di suo fratello”.

Nel lungo interrogatorio Pettinicchio cita numerosi nomi. Tra questi Roberto “Piter il cacciatore” Prencipe, indicato come uomo di fiducia di Enzo Miucci, attivo nel traffico di droga su Manfredonia e, secondo il collaboratore, utilizzato anche come killer. Pettinicchio sostiene che Prencipe custodisse armi, comprese armi automatiche, che sarebbero state nella disponibilità del gruppo per compiere azioni di fuoco.

Tra gli altri soggetti menzionati figurano Girolamo Perna detto “Peppa Pig”, boss viestano ucciso nel 2019, descritto come molto capace nel commettere omicidi, Raffaele Palena, indicato come impegnato nel traffico di droga con una propria squadra, Saverio Tucci, attivo nel narcotraffico dall’Olanda dove venne ammazzato e sulle zone di Barletta, e ancora Claudio e Gianni Iannoli, entrati nel gruppo su Vieste dopo la morte di Vescera.

Dettagli anche su Giovanni Caterino, basista della strage di San Marco in Lamis: “Faceva parte del gruppo; ci riportava molte cose del gruppo Romito (oggi ribattezzato Lombardi-Scirpoli-La Torre, ndr). Aveva rapporti con alcuni di loro”.

Pettinicchio colloca il baricentro del potere criminale in capo a Enzo Miucci, spiegando che gli ordini partivano sempre da lui.

Una parte consistente del verbale riguarda Vieste. Pettinicchio riferisce che Marco Raduano (oggi pentito) sarebbe entrato a far parte del gruppo poco prima dell’omicidio di Angelo Notarangelo e che per circa due anni lui ed Enzo Miucci sarebbero stati molto legati.

Nel verbale vengono richiamati anche i rapporti con Omar Trotta e il suocero Piergiorgio, descritti come impegnati negli sbarchi di marijuana dall’Albania. Pettinicchio racconta di aver saputo da Enzo Miucci dell’esistenza di una piantagione di marijuana e di essere andato a vederla con lui. Aggiunge poi che Enzo lo avrebbe portato una sera a cena nel ristorante di Omar, presentandolo come un amico. Lo stesso ristorante dove Omar Trotta trovò la morte per mano dei rivali a fine luglio del 2017.

Pettinicchio descrive il clan come un gruppo temuto in tutta la provincia di Foggia, con una fama criminale consolidata nel tempo. Dice che il gruppo aveva dimostrato il proprio valore nella capacità di compiere delitti di ogni genere e che anche nelle richieste estorsive l’atteggiamento era particolarmente deciso e spregiudicato.

Nel verbale il collaboratore afferma inoltre di aver pagato fino al 2012 uno stipendio mensile di 2.500 euro a Francesco Li Bergolis, denaro che proveniva dalle estorsioni. Li Bergolis alias “Calcarulo” è il capo storico del gruppo, all’ergastolo nell’ambito del processo “Iscaro-Saburo” che per la prima volta riconobbe l’esistenza della mafia garganica. Lo stesso trattamento, secondo il suo racconto, sarebbe stato riservato anche ad altri detenuti, tra cui Angelo Grilli e Giuseppe Silvestri. In un’occasione, aggiunge, sarebbero stati raccolti e consegnati circa 70-80mila euro.

L’interrogatorio riassume così un quadro ampio, che non si limita alla sola struttura del clan ma tocca anche i collegamenti tra diversi territori del Gargano, i rapporti tra famiglie criminali, la gestione di droga e armi, il sostegno economico ai detenuti e il ruolo di uomini ritenuti centrali nel mantenimento degli equilibri interni.

Le dichiarazioni di Pettinicchio, naturalmente, restano al centro del vaglio investigativo e processuale, ma delineano un racconto molto articolato della geografia criminale garganica e del peso che il gruppo Li Bergolis-Miucci avrebbe avuto per anni tra Monte Sant’Angelo, Manfredonia, Vieste e San Giovanni Rotondo.

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