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 SANTANCHE’: FRANCAMENTE NON CAPISCO E NON MI ADEGUO.

Intorno a quella santa donna e fiore di ministra, che tutto il mondo ci invidia, Daniela Santanchè, si sta furbescamente montando un baillamme per sfuggire alle responsabilità della maggioranza meloniana. Dopo le dimissioni del sottosegretario alla Giustizia Delmastro e della signora Bartolozzi, la Meloni ha tiepidamente invocato anche le dimissioni della Santanchè in attesa di diversi processi; i principali riguardano l’accusa di truffa aggravata all’INPS e il rinvio a giudizio per falso in bilancio:”Auspico che, sulla medesima linea di sensibilità istituzionale, analoga scelta sia condivisa dal Ministro del Turismo Daniela Santanchè», ha detto la Meloni in serata 24 marzo. Risponde la Daniela ministra, con il piglio dell’intoccabile:”Il caso che coinvolge Delmastro è molto più grave del mio.

Non sono stata io a far perdere il referendum e quindi non vedo perché dovrei andarmene proprio adesso». Si continua a menare il can per l’aia su quale entità istituzionale e politica deve presentare richiesta di dimissioni. Esiste un precedente rapido ed indolore: il caso del ministro Filippo Mancuso” (1995); guarda la coincidenza, anche lui alla Giustizia. Filippo Mancuso era Ministro nel governo guidato da Lamberto Dini.

Il Senato approvò una mozione di sfiducia individuale nei suoi confronti. Mancuso contestò la legittimità della procedura, sostenendo che la Costituzione non la prevedesse. La questione arrivò alla Corte costituzionale, che con la sentenza n. 7 del 1996 stabilì che: la sfiducia individuale è ammissibile, anche se non espressamente prevista. Rientra nel rapporto “fiduciario” tra Parlamento e Governo.  Quindi, se la Meloni vuole davvero le dimissioni della sua ministra, non deve fare altro che invocare il voto della sua maggioranza. Punto.

Cordialmente, come sempre!

michele angelicchio