Di recente ci siamo imbattuti in un interessante articolo scritto dal compianto Filippo Fiorentino sulle memorie legate alla tormentata storia garganica (e pugliese) delle incursioni barbaresche e saracene, tra cronache locali e tradizioni orali.
Una storia complicata e affascinante, degna di un film d’avventura. Vediamola nel dettaglio.
Il Gargano, quello sperone proteso sull’Adriatico, non è mai stato un luogo tranquillo. Troppo esposto, troppo visibile sulle rotte del Mediterraneo, quasi un balcone che guarda l’Oriente. Qui, sin dall’Alto Medioevo, si sono intrecciati incubi di incursioni, memorie di saccheggi e speranze di traffici redditizi. Saraceni, Slavi, Turchi: popoli venuti dal mare, pronti a lasciare un segno profondo, talvolta sanguinoso, talvolta fecondo.
Storie mitiche e incredibili, come le cronache che parlano di Sueripolo, condottiero slavo che, nel 970, scacciò i Saraceni e fondò Peschici e Vico, riunendo villaggi dispersi sulle colline. La sua impresa racchiude l’essenza di quel tempo: conflitti, alleanze fragili, colonizzazioni improvvise. Intorno, le popolazioni vivevano in uno stato di perenne paura, scrutando l’orizzonte in cerca di vele sconosciute. La memoria del saccheggio dell’869, quando Sawdan, emiro di Bari, osò violare la Sacra Grotta di San Michele, rimase come una ferita aperta.
Dal VII secolo, il Gargano fu terra di sbarchi e di morte. Gli Sclaveni giunsero a Siponto, uccisero Ajo, duca di Benevento, e si insediarono. Poi vennero i Saraceni, che già nel 718 piantarono steccati sul Monte Saraceno. Non agivano soltanto per fede: jihad era sì guerra santa, ma anche pretesto per razziare, rapire, vendere schiavi nei mercati del Mediterraneo. Così accadde a Bari, trasformata in emirato da Khalfun, mercenario berbero al soldo di un principe longobardo.
L’Adriatico diventò un mare conteso. Venezia, i Croati, i Bizantini, i Longobardi: tutti giocavano la propria partita. Intanto bande di Saraceni tenevano in pugno intere regioni. Lo racconta Bernardo Monaco, pellegrino dell’870: trovò migliaia di cristiani in catene, destinati ai mercati africani. Eppure non mancarono reazioni: Ludovico II riconquistò Bari, in quella che molti definiscono la prima crociata antimusulmana.
Il Gargano conobbe così un secolo di assedi, distruzioni e alleanze ambigue. Nel 914 i Saraceni devastarono Merinum, poi si arroccarono sulle montagne garganiche. Solo Sueripolo li respinse. Poco dopo, nel 926, una nuova ondata slava portò Michele Vysevic e la sua gente a stabilirsi pacificamente lungo i litorali. Da allora, i rapporti tra le due sponde dell’Adriatico si fecero fitti: scambi, matrimoni, comunità miste. Documenti del XI secolo attestano nomi slavi a Peschici e Devia; iuppani governavano con autonomia relativa, sotto l’occhio bizantino.
Il nord del Gargano divenne una zona franca, sospesa tra Bizantini e Normanni. Le Tremiti furono crocevia di traffici e contrabbando, tanto che l’ordine benedettino venne soppresso per collusione con i pirati slavi. Anche Federico II, con la sua corte multiculturale, seppe sfruttare questa mescolanza, accogliendo musulmani a Lucera e intrecciando rapporti con l’altra sponda.
Poi, nel 1300, la strage di Lucera pose fine alla civiltà araba in Capitanata. Seguì un silenzio apparente, interrotto da episodi di pirateria: nel 1313 corsari di Omis saccheggiarono le Tremiti. Ma il vero incubo tornò nel Quattrocento, quando gli Ottomani dilagarono nei Balcani. Scanderbeg combatté, ma molti Albanesi fuggirono e si stabilirono anche sul Gargano. Nel 1480 il sacco di Otranto, nel 1480-81 quello di Vieste: due ferite che riaprirono la frattura tra Oriente e Occidente.
Nel Cinquecento, la Mezzaluna tornò a terrorizzare i litorali. Barbarossa devastò Castro, Dragut Ra’is nel 1554 insanguinò Vieste con tradimento e massacri. Migliaia di abitanti furono deportati come schiavi. Il vescovo stesso scrisse al Papa di non governare più anime, ma solo pietre. Nel 1557 un’altra incursione fu respinta grazie agli Albanesi e ai monaci delle Tremiti guidati dal frate Alberico, detto “testa di ferro”.
La corona spagnola reagì potenziando le difese costiere. Le torri di avvistamento nacquero così: vedette isolate contro le flotte turche e barbaresche. Ma i costi di tali difese gravavano sulle popolazioni, che spesso vedevano nei soldati “pirati interni con veste di protettori”. Intanto, dal mare, continuavano sbarchi improvvisi: nel 1567 le Tremiti resistettero a un assedio di Pialy pascià; nel 1620 Manfredonia subì un sacco terribile, con centinaia di morti e deportati, bottini ingenti e persino la leggenda della bella Giacoma Beccarini portata a Costantinopoli.
La scia di sangue proseguì: Candia, Malta, Vieste, Rodi, Mattinata, San Nicandro. I registri delle parrocchie raccontano porte murate per difendere le chiese, nomi cambiati per nascondere identità, villaggi saccheggiati. Nel 1672, a Vieste e San Nicandro, le bande turche colpirono con la complicità di rinnegati locali. Nel 1678, a Rodi Garganico, gli abitanti guidati dal sindaco Tarallucci respinsero un’incursione: alcuni prigionieri turchi si convertirono e presero i cognomi dei padrini cristiani. Ma gli sbarchi continuarono: nel 1680 i pirati devastarono le chiese di Vieste, nel 1685 uccisero il romito del Crocifisso presso Varano.
Fu solo con la battaglia di Vienna del 1683 e il declino dell’Impero Ottomano che il Gargano respirò. Tre secoli di paura e di sangue lasciavano spazio, finalmente, a un futuro diverso. Nel Settecento i traffici marittimi ripresero: a Rodi e Vico flotte di trabaccoli solcavano di nuovo l’Adriatico, carichi di sale, olio, agrumi. Il tempo delle incursioni era finito, ma la memoria restava.
E quella memoria non si limitava ai libri. Era nei canti popolari, nelle nenie che invocavano San Michele contro i Turchi, nei soprannomi, nei cognomi slavi rimasti nei registri. Era nei dialetti stessi: parole come ciurcia, jale, scisciorche, scilicch, tutte con radici slave, sopravvissute nei secoli. Era nelle torri solitarie, nei ruderi di fortificazioni che raccontavano di un Gargano sempre sospeso tra paura e resistenza.
Un promontorio che ha conosciuto il saccheggio e il sangue, ma anche lo scambio e la mescolanza. Un avamposto che ha visto passare Saraceni, Slavi, Turchi e Albanesi, che ha tremato al rumore delle vele nemiche, ma che ha imparato a trasformare la minaccia in identità. Il Gargano non è stato soltanto vittima: è stato frontiera viva del Mediterraneo, specchio delle sue contraddizioni, crocevia di culture e popoli.
Così, quando ancora oggi il vento fischia tra le torri costiere, o le onde battono i lidi di Peschici e Vieste, sembra di sentire un’eco antica: lo scalpiccio di pirati in fuga, le grida di schiavi incatenati, il suono di una nenia che invoca protezione. È la memoria lunga di un Gargano che, pur ferito, non è mai stato domato.
Archivio di Giovanni BARRELLA.
Fonte: “Saraceni, Slavi, Turchi dal Levante al Gargano”, Filippo Fiorentino, 1986
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