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“LEONARDO MIUCCI ERA AI SUMMIT SU OMICIDI E ARMI”: RADUANO INGUAIA “L’UOMO DEGLI APPALTI”, FRATELLO DEL BOSS ENZO

Il pentito ed ex capoclan di Vieste ricostruisce equilibri, alleanze e strategie del clan Li Bergolis-Miucci. Netto sull’imprenditore edile: “Condivideva la nostra politica mafiosa”.

È una ricostruzione dettagliata, che attraversa anni di alleanze, tradimenti e decisioni di sangue, quella fornita in aula dal collaboratore di giustizia Marco “Pallone” Raduano, ex boss di Vieste, nel processo “Mari e Monti” in corso a Foggia contro il clan dei montanari Li Bergolis-Miucci.

Davanti ai giudici, rispondendo alle domande della difesa dell’imputato Leonardo Miucci detto Dino, 48 anni, fratello maggiore del capo Enzo detto “Renzino”, Raduano ha delineato il ruolo dell’uomo all’interno dell’organizzazione mafiosa, inserendolo stabilmente nei momenti decisionali più delicati del gruppo.

Raduano ha chiarito la propria posizione all’interno del clan, indicando un momento preciso di svolta: “Ero a capo dell’articolazione di Vieste a seguito della morte di Angelo Notarangelo, avvenuta nel 2015”.

Un ruolo che, ha sottolineato, avrebbe mantenuto anche durante i periodi di detenzione: “Sono sempre stato a capo del mio gruppo, anche quando ero detenuto”.

Il pentito ha ripercorso i suoi rapporti con la fazione dei montanari, nata già durante un periodo di detenzione nel 2012 insieme a Enzo Miucci e Angelo Grilli, quando vennero presi accordi per collaborare una volta tornati in libertà.

Rientrato a Vieste e ancora agli arresti domiciliari, Raduano ha raccontato di aver ricevuto a casa Giovanni Caterino, il basista della nota strage di San Marco, inviato da Enzo Miucci: “Da lì abbiamo iniziato a organizzare l’omicidio di Angelo Notarangelo”.

Dal 2014, con incontri settimanali nell’abitazione di Enzo Miucci, Raduano ha detto di aver conosciuto il gruppo ristretto del clan, tra cui proprio Leonardo Miucci.

È su questo punto che si concentra uno dei passaggi più rilevanti della deposizione. Raduano ha infatti affermato che Leonardo Miucci “presenziava ai summit mafiosi dove si parlava di omicidi, armi e strategie”.

Non un semplice spettatore, secondo il collaboratore: “Era presente, acconsentiva, condivideva la nostra politica mafiosa. Già il solo fatto di essere lì dimostrava che era a conoscenza e partecipava”.

Durante questi incontri, ha aggiunto, si discuteva non solo dell’omicidio Notarangelo, ma anche di altri progetti criminali, tra cui il tentato omicidio di Emanuele Finaldi e altre azioni violente.

Raduano ha attribuito a Leonardo Miucci anche un ruolo di collegamento e supporto: “Portava informazioni sui movimenti delle persone, su Pasquale Ricucci e Matteo Lombardi, e accompagnava Caterino Giovanni agli incontri”.

Secondo il pentito, Miucci operava anche come figura imprenditoriale legata al clan: “Faceva il finto imprenditore, gestiva appalti a Manfredonia con influenza mafiosa e si occupava dei soldi del fratello”. Un ruolo che lo vedeva attivo anche nelle cosiddette “ambasciate”, cioè mediazioni tra gruppi rivali, attraverso contatti con figure come Leonardo D’Ercole. “Gli appalti che prendeva con il Comune di Manfredonia comunque erano gestiti parte da D’Ercole Leonardo in parte dal loro gruppo perché ad esempio quando io andavo a Manfredonia e mi dovevo incontrare con La Torre, vi faccio un esempio, mi dicevano: ‘Non passare per là che ci sta il cantiere di D’Ercole Leonardo, non ti far vedere’”.

Raduano ha poi ricostruito il proprio percorso criminale, segnato da un cambio di schieramento. Inizialmente vicino al clan Notarangelo, dopo contrasti interni e accordi maturati in carcere, si era avvicinato ai montanari.

Successivamente, però, dopo l’omicidio del cognato Gianpiero Vescera, ha deciso di passare al gruppo rivale Lombardi-Ricucci-La Torre, oggi noto come Lombardi-Scirpoli-La Torre.

Un passaggio che ha generato nuove tensioni e interferenze: “Miucci Leonardo cercava di mediare, dicendo che non dovevamo prendercela con Caterino e che loro non ci davano fastidio a Manfredonia”.

Raduano ha ribadito che le decisioni finali venivano prese da Enzo Miucci, ma sempre in un contesto condiviso: “Eravamo tutti attorno a un tavolo, con lui c’erano Leonardo Miucci, Angelo Grilli, Giovanni Caterino e altri”.In questo quadro, la presenza di Leonardo Miucci viene descritta come costante e consapevole, anche senza gesti eclatanti: “Non faceva cose particolari, ma era partecipe e informato su tutto”.

Il processo “Mari e Monti”, in corso a Foggia, vede imputate otto persone, tra cui Leonardo Miucci. Parallelamente, altri 42 imputati, tra cui il boss Enzo Miucci, sono a processo a Bari con rito abbreviato. La sentenza è attesa entro l’estate.

Le dichiarazioni di Marco Raduano rappresentano uno dei tasselli centrali del dibattimento, offrendo uno spaccato interno sulle dinamiche del clan e sui ruoli dei suoi componenti.

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