Il pentito “Pallone” indica Leonardo Miucci, fratello del boss Enzo, come figura chiave nel reimpiego dei proventi mafiosi tra edilizia e lavori pubblici a Manfredonia e Macchia.
“I proventi delle estorsioni li ho portati anche nella cassa del gruppo Li Bergolis-Miucci”. È uno dei passaggi chiave della lunga deposizione del collaboratore di giustizia Marco Raduano, detto “Pallone”, ex boss di Vieste, nel processo “Mari e Monti”, in corso a Foggia per la tranche dibattimentale che vede imputati otto indagati.
Un racconto fitto, spesso incalzato dalle domande della difesa e interrotto dagli interventi del presidente del collegio, che ha toccato uno dei nodi centrali dell’inchiesta: il presunto coinvolgimento del clan negli appalti pubblici e nei lavori edilizi tra Manfredonia e il Gargano.
“Le estorsioni a Vieste e i soldi al clan”
Raduano ha rivendicato apertamente il proprio ruolo nelle attività estorsive sul territorio viestano, spiegando che i proventi venivano convogliati nella cassa comune del gruppo Li Bergolis-Miucci.
Un’affermazione netta, che colloca le estorsioni in un sistema organizzato e condiviso, anche se sulla partecipazione diretta dei vertici del clan, e in particolare di Leonardo Miucci detto Dino, il collaboratore ha mantenuto una posizione più sfumata.
Alla domanda se Miucci avesse partecipato alle attività criminali, Raduano ha risposto chiarendo che la partecipazione va intesa “nella misura della conoscenza”, ovvero nella consapevolezza delle riunioni e delle decisioni operative, senza necessariamente un coinvolgimento diretto nelle azioni.
Il nodo appalti: “Dino riciclava nel settore edilizio”
Uno dei passaggi più rilevanti riguarda proprio il sistema degli appalti. Raduano ha riferito di aver appreso da altri esponenti del suo gruppo – Lombardi, Ricucci e La Torre – che esisteva una competizione per il controllo dei lavori pubblici, in particolare a Manfredonia.
“In più di una occasione mi hanno detto che in quel ramo se ne stava occupando anche Miucci Dino perché ricicla in quel settore, ricicla i soldi della famiglia Li Bergolis e di suo fratello Enzo”, ha dichiarato.
Secondo il collaboratore, si trattava di lavori legati a edilizia e strade, anche se non è stato in grado di indicare appalti specifici, committenti o procedure precise.
Cantieri da evitare e zona industriale di Manfredonia
Nel corso dell’udienza, Raduano ha spiegato di aver ricevuto indicazioni dal proprio gruppo di evitare determinati cantieri proprio per la presenza di Miucci.
“Non ci vediamo nella zona industriale di Manfredonia perché là sta cantiere di Miucci Dino”, sarebbe stata una delle indicazioni ricevute.
Un elemento che, pur privo di riferimenti tecnici agli appalti, rafforza – secondo l’accusa – l’idea di una presenza stabile del clan nel settore edilizio.
Il collaboratore ha inizialmente fatto riferimento a un’area vasta tra Mattinata e Vieste, salvo poi correggersi indicando come epicentro degli interessi Manfredonia e la zona di Macchia, frazione di Monte Sant’Angelo.
Le estorsioni legate ai lavori stradali
Raduano ha inoltre collegato le estorsioni alle attività nei cantieri, citando un episodio relativo a lavori sulla pedegarganica.
“Mi indicavano di stare attento, devono fare un lavoro di asfalto sulla pedegarganica”, ha spiegato, aggiungendo che in quel contesto “abbiamo incendiato un escavatore ma non è andata a termine l’estorsione”.
Un episodio che, secondo il collaboratore, sarebbe stato discusso anche “in casa Miucci”, alla presenza dello stesso Leonardo.
Il ruolo dei fratelli Miucci nel clan
Nel delineare la struttura dell’organizzazione, Raduano ha indicato i fratelli Miucci come vertici del gruppo. “Non faceva omicidi, però ci informava dei movimenti”, ha detto riferendosi a Leonardo Miucci, descrivendolo come una figura che forniva indicazioni strategiche e informazioni sui clan rivali, come quello Lombardi-Ricucci-La Torre.
Secondo il collaboratore, il linguaggio all’interno dell’organizzazione non prevedeva ordini formali, ma decisioni condivise: “Concordavamo con rispetto le persone da ammazzare”.
“Insospettabili” e rete di contatti
Altro elemento emerso è la presenza di soggetti “insospettabili” vicini al clan, anche se Raduano non è stato in grado di fornire nomi specifici oltre a quelli già noti.
Ha parlato di una rete di conoscenze ereditata dal gruppo Li Bergolis-Miucci e utilizzata per favorire attività illecite, in maniera riservata e difficilmente individuabile.
Un racconto contestato e incalzato dalla difesa
Nel controesame, la difesa ha più volte messo in evidenza le lacune del racconto, sottolineando l’assenza di riferimenti precisi su appalti, cantieri e responsabilità dirette.
Raduano ha ammesso di non conoscere dettagli tecnici, committenti o procedure, ribadendo che le sue informazioni derivano da quanto appreso all’interno del gruppo.
In più occasioni il presidente del collegio è intervenuto per chiarire il senso delle risposte e limitare la ripetizione delle domande.
Il processo e gli altri imputati
Il procedimento “Mari e Monti” rappresenta uno dei filoni più rilevanti delle indagini sulla criminalità organizzata nel Gargano.
A Foggia si sta celebrando il dibattimento per otto imputati, mentre altri 42 attendono la sentenza con rito abbreviato a Bari, tra cui il boss Enzo Miucci.
Tra i nomi di maggiore peso nella tranche foggiana figura proprio Leonardo Miucci, indicato come presunto “uomo degli appalti” del clan.
Un processo che, attraverso le parole del pentito Raduano, prova a fare luce non solo sulle dinamiche violente dei clan, ma anche sui loro interessi economici, con particolare attenzione al settore degli appalti pubblici.
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