Anche questa volta, come ad ogni cambio di gestione, si materializza la domanda fatidica: come si deve valutare l’avvio della stagione Decaro in Regione? La domanda è legittima, tanto più per un presidente arrivato con il soffio del vento nelle vele: il più suffragato, in termini percentuali, dall’avvento dell’elezione diretta (64%). La risposta è articolata. E al di là delle dichiarazioni ufficiali – encomiastiche a sinistra, demolitrici a destra – si deve tener conto delle situazioni di fatto e di qualche analisi a microfono spento.
Finora, annotano gli osservatori più attenti, Decaro si è concentrato sulla messa a regime del funzionamento della macchina amministrativa. Al di là dell’adozione di un modello sperimentale per il taglio delle liste d’attesa in sanità e dello stop al sistema delle agevolazioni alle imprese (che rischiava di andare in tilt), non vi sono stati atti di alta programmazione. Ossia il cuore dell’attività della Regione che è innanzi tutto un ente che progetta e dispiega le politiche pubbliche nelle materie in cui è competente.
Difficile, dunque, poter dire come si sia caratterizzata la stagione Decaro, semplicemente perché questa gestione non si è manifestata. Finora sono state approvate poche leggi (anche a causa dell’esaurimento del capitolo di finanziamento delle nuove iniziative) e di scarso valore programmatorio. È arrivata viceversa qualche iniziativa simbolica, come il «mare democratico», per allargare i servizi comunali sulle spiagge pubbliche.
Si capisce anche la ragione di questo avvio lento: il primo nodo, rilevante, che Decaro si è trovato a sbrogliare (nelle vesti di commissario ad acta) è stato il deficit del sistema sanitario
da 350 milioni e l’aumento dell’Irpef per farvi fronte. Un atto obbligato, checché se ne dica. Difficile che Decaro potesse fare diversamente: altra cosa è la programmazione per l’anno in corso (e gli anni futuri) allo scopo di impedire il riformarsi del disavanzo.
Qui però si para un’obiezione. Decaro, si osserva, avrebbe dovuto essere più determinato e più pugnace nei confronti del governo, per trovare il modo di rivendicare maggiori risorse per la sanità. Vero è che per la prima volta il Fondo sanitario 2025 ha introdotto il criterio della «deprivazione economi- cosociale» facendo arrivare qualche decina di milioni in più. Ma quel criterio pesa solo per lo 0,75% sul Fondo. Poca roba. Ecco perché, da sinistra, sono rimasti disorientati dalla contenuta reazione di Decaro. Il quale, si aggiunge, non ha sottolineato a sufficienza che Irpef è aumentata in una Regione che, a differenza di quasi tutti altre, aveva le aliquote al minimo. Il punto è che Decaro – è stato notato – non vuole assumere un atteggiamento conflittuale con il governo. In ciò manifesta un approccio opposte al predecessore Emiliano, il quale è entrato più volte in (rumoroso) conflitto con Palazzo Chigi.
Corrieredelmezzogiorno



