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FIAMME SUL GARGANO, L’OMBRA DEI CLAN DIETRO GLI INCENDI: TORNA IL SOSPETTO DELLE SPECULAZIONI EDILIZIE

L’ultima settimana di luglio è diventata una firma dei piromani. È una battaglia difficile, che le forze dell’ordine non possono vincere. Perché il Gargano è vastissimo e non è possibile controllare il territorio con le telecamere.

Qualcuno comincia a pensare che non sia una coincidenza. E ci si comincia a chiedere se non siano le date a parlare. Il 24 luglio del 2007. Il 20 luglio 2025. Il 26 luglio 2026. Sono i giorni in cui le fiamme hanno avvolto le zone più preziose del territorio del Gargano, in un caso – 19 anni fa – lasciando sul terreno anche tre morti. Quella settimana, l’ultima di luglio, è diventata una firma dei piromani: perché non c’è alcun dubbio sul fatto che si tratti, sempre, di roghi dolosi.

È una battaglia difficile, che le forze dell’ordine non possono vincere. Perché il Gargano è vastissimo, non è possibile controllare il territorio con le telecamere, le ricognizioni con i droni sono rare e comunque nessuno è dotato dei dispositivi di ultima generazione che possono volare per molte ore. Chi mette fuoco, insomma, spesso sa di poter stare tranquillo.

Il sospetto principale, da sempre, conduce alle speculazioni edilizie. Le norme impediscono di costruire per dieci anni sulle aree percorse dal fuoco, ma questa è gente che sa aspettare.

Lo scorso anno, quando una mano ignota aveva colpito l’oasi di Lago Salso, nell’area di Manfredonia, alle pendici del Gargano, era venuto fuori un «link» tra le organizzazioni criminali locali e i clan campani, da sempre interessati a mettere le mani sul turismo. Sono meccanismi noti, perché mettono insieme i mafiosi e l’imprenditoria che fa parte di quella «zona grigia» ormai molto nota: i clan mettono i soldi, gli imprenditori mettono la faccia e poi affidano a imprese «amiche» tutte quel le attività (cemento, movimento terra) che tradizionalmente rappresentano il mondo criminale. Sono gigantesche lavatrici del denaro proveniente dalle attività come droga ed estorsioni, quelle che vedono i clan garganici da sempre in prima fila: sul Gargano, tra Peschici e Vieste, la mafia è discreta ma non per questo meno presente. E investe, come spiegano fonti qualificate, attraverso le sue persone di riferimento.

L’incendio scoppiato domenica a Peschici potrebbe aver avuto quattro distinti inneschi, uno dei quali sembra dovuto a fuochi d’artificio. «Un bosco non si incendia da solo», ha detto il sindaco Luigi D’Arenzo, pure lui da sempre volontario della Protezione civile. Su questa storia ci sono troppe coincidenze che confermerebbero l’ipotesi di una regia. Nei prossimi giorni la prefettura di Foggia dovrebbe convocare una riunione con le forze dell’ordine per fare il punto della situazione, convocando anche le organizzazioni di categoria con lo scopo di valutare i danni: al momento non si registrano criticità relative alle infrastrutture di trasporto, ulteriore conferma del fatto che chi ha colpito non voleva disturbare più di tanto il business del turismo.

Ma nel frattempo partiranno le indagini per provare a mettere a fattore comune gli elementi già raccolti e la proprietà dei suoli percorsi dal fuoco: pineta e macchia mediterranea tra Sfinale, Zaiana, Manaccora e Calalunga. Capire ciò che tenta di fare chi appicca gli incendi no è semplice, ma diventa più facile incrociando i dati catastali con gli atti di compravendita recenti e con i nomi di quei rappresentanti della «zona grigia» pronti a investire senza farsi troppe domande.

gazzettamezzogiorno