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Firenze: tra gli “Angeli del Fango” c’era anche Jean Annot.

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In molti si chiedevano come fosse capitato a Vieste quello strano pittore, dall’aspetto trasandato, un po’ bohemien, che se ne andava a dipingere per le contrade del Gargano a cavallo di una vecchia moto Guzzi. 

In realtà, non pochi lo prendevano per vagabondo e, perfino le suore di San Francesco ebbero a preoccuparsi quando Jean prese dimora in una casamatta del bastione, una specie di grotta, ora murata.

Il sindaco di allora Ludovico Ragno, le tranquillizzò dicendo che si trattava di una brava persona  che non faceva male a nessuno. Ed infatti, aveva modi gentili e cordiali con tutti, con il primo cittadino o con l’ultimo dei derelitti. Si vedeva che doveva appartenere ad una buona famiglia.

Degli amici del Wwf, io sono stato uno degli ultimi a conoscerlo nel 1980, Antonio Cirillo uno dei primi. Insieme, con Giuseppe Ruggieri e Franco Matassa, abbiamo vissuto esperienze bellissime, arricchite da dissertazioni culturali e filosofiche, con temi che spaziavano dall’ecologia all’agricoltura tradizionale.

Ci raccontava della zia missionaria cattolica nelle Filippine, degli studi presso l’Accademia di Belle Arti di Bruxelles, del suo incontro a Cannes con Picasso. Della triste esperienza vissuta con la sua fidanzata da cui aspettava un figlio, obbligata poi dai suoi genitori ad abortire. Quell’ episodio lo sconvolse dentro, al punto che abbandonò tutto e tutti dedicandosi al servizio civile internazionale. Per dimenticare. Incominciò a girare il mondo alla ricerca di una nuova strada.

Con questo spirito arrivò a Firenze all’indomani di quel tragico 4 novembre del 1966.

Vi rimase a restaurare antichi manoscritti e mobili d’epoca, fino al 1968 quando desideroso di conoscere il meridione d’Italia, approdò a Vieste sul Gargano.

Dell’esperienza fiorentina ci raccontava che fu ricca e coinvolgente. Migliaia di giovani da tutta Europa arrivavano a Firenze per salvare un pezzo importante di civiltà. Era fiero di essere stato definito tra quella anonima moltitudine «un angelo del fango». Diceva che il momento più bello della giornata era la sera, quando stanchi morti si raccoglievano a cantare canzoni in voga tra la gioventù internazionale di quell’epoca, come «We shall over come», «John Brown» ed i più recenti successi dei Beatles.

Quando arrivò a Vieste portava un paio di scarpe rotte ed uno zaino sulle spalle (testimonianza di Attilio Piracci della Pro Loco) e con la stessa tenuta continuò a percorrere le polverose strade del Gargano, dell’Asia e dell’Africa (ove riposa nella savana di Tamale in Ghana dal 19 marzo 1990) alla ricerca di paesaggi da dipingere. Per le vie del mondo, quell’angelo di fango ci piace ricordarlo così: con la cartella per dipingere sotto il braccio, un fagotto in spalla ed il suo cane a guinzaglio.


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