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QUEL CATASTO ONCIARIO RECUPERATO A VIESTE

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Il catasto Onciario di Vieste. Un documento recuperato alla comunità che invita ad investire sulla cultura. Giovedì 18 ottobre, nell’austera sala normanna del Castello di Vieste, affidato alle cure della Marina Militare, ha avuto luogo la presentazione del volume "Catasto onciario 1753, Famiglia, proprietà e società a Vieste" di Federica Ragno, e al contempo la consegna al Comune dell’Onciario restaurato a cura della Società di Storia Patria per la Puglia sezione di Vieste,con il contributo finanziario della fondazione “Natalino Notarangelo”. Sono intervenuti: Saverio Russo, relatore, Ersilia Nobile, sindaco del Comune, Nicola Rosiello, ass. alla cultura, Girolamo Notarangelo, della succitata fondazione, Federica Ragno, autrice. Hanno coordinato Franco Ruggieri e Matteo Siena, rispettivamente presidente e socio di Storia Patria. Il restauro del Catasto è connesso alla pubblicazione della tesi della dott.ssa Ragno. Entrambe le operazioni sono state apprezzate dai cittadini, che numerosi gremivano la sala, e fa sentire orgogliosa anche per l’amministrazione comunale, che può vantare di possedere uno dei più antichi documenti socio-economici della comunità – così come ha affermato G. Notarangelo – il quale ha auspicato che in avvenire si facciano investimenti mirati sulla formazione e sulla professionalità, per consentire la crescita della cittadina viestana. Le bellezze paesaggistiche e la risorsa del turismo vanno, dunque, declinate con la ricchezza della cultura per vincere le sfide della globalizzazione. Il prof. Russo nella Introduzione al volume di F. Ragno osserva: “Da qualche anno anche nella storiografia relativa alla nostra Provincia si sta manifestando un grande interesse verso il complesso documentario costituito dal Catasto onciario, come mostrano, per fare alcuni esempi, il volume su Ascoli Satriano curato da Antonio Ventura, quello di Vincenzo Maolucci e Paolo Lombardi su Bovino e, da ultimo, quello di Dina Crisetti su Cagnano Varano”. E proprio al docente di storia moderna all’Ateneo di Foggia, Saverio Russo, un uomo che coltiva anche diverse passioni civili (socio e membro del direttivo della Società di Storia Patria della Regione Puglia, operatore in difesa dei beni culturali, ispettore artistico onorario) affidiamo il compito di fornire elementi di conoscenza sull’Onciario, fonte preziosa ma non esente da “vizi”, utile per indagare sugli aspetti demografici, economici e sociali del Mezzogiorno d’Italia del XVIII° secolo. L’Onciario, che copre quasi tutti i Comuni del Regno di Napoli (oltre 1800), è una fonte molto importante, voluto dal figlio di Elisabetta Farnese, il re Carlo III di Borbone, con l’intento di modificare il carico fiscale. C’era prima il “sistema a gabella2, che prevedeva imposte indirette sui consumi e colpiva maggiormente i ceti meno abbienti.
Carlo III, grazie ai suoi collaboratori, in sintonia con interventi simili già effettuati da sovrani illuministici di altri Regni (Lombardo-Veneto, Sardegna e, di lì a poco, nel Regno Pontificio), si propose di istituire una nuova tassazione. Con una Prammatica (legge), si afferma la necessità di redigere in ogni Comune un catasto che tassi i beni fondiari, i proventi dei commerci, il reddito da masserie e allevamento di animali, le attività lavorative (carpentiere, vaccaio, mulattiero, scarpaio, falegname …) , escludendo tuttavia quelle liberali (avvocato, giudice, notaio) – sulla base di una logica culturale ed economica dura a morire. Per la prima volta si afferma la volontà di far pagare le tasse anche gli ecclesiastici, non su tutto il patrimonio, ma sui beni acquisiti a partire da una certa data. Sono esentasse anche i beni feudali, provenienti da concessioni feudali, ma non quelli burgensatici, costituenti libera proprietà. Il catasto è detto Onciario perché l’unità di misura fittizia, su cui si basa la tassazione, è l’oncia, un multiplo del ducato. È questa una fonte importante e innovativa, perché per la prima volta per procedere alla tassazione sono richieste dichiarazioni – rivele, verifiche, interventi di apprezzatori e agrimensori che compassino i terreni, li ispezionino e fissino la tassa, una volta stabilita la rendita. La redazione del Catasto da parte dei Comuni non fu né rapida, né indolore. Molte furono le resistenze registrate da chi si rifiutò di effettuare la rivela dei propri beni, al fine di eludere le tasse. Occorse, perciò più di un decennio affinché quasi tutti i Comune si dotassero del proprio catasto (dal 1741 al 1753), mentre alcuni Comuni non lo hanno redatto ed altri ne hanno commissionato la sparizione, coltivando quell’attitudine all’evasione fiscale giunta fino a noi. La letteratura parla di “catasto fugati”, poi ritrovati. L’Onciario, sebbene non esaustivo – meglio sarebbe analizzarne i dati alla luce degli Apprezzi e degli Stati delle anime – resta, in ogni caso, un documento interessante che si presta a diversi livelli di lettura: demografica, di storia di famiglia, di struttura professionale, di analisi reddituale, di nascita e tipologia delle proprietà, della stratificazione sociale. Anzitutto il catasto è importante fonte di censimento della popolazione, decisamente in crescita nel periodo considerato. Prima c’erano i fuochi fiscali e le imposte si pagavano in base per comunità familiare, falsando i dati. Alcune Universitas civium (comuni) negoziavano, infatti, con la Camera della Sommaria (ministro delle finanze) il numero dei fuochi su cui pagare, partecipando alcune calamità (ad es. una scorreria di pirati, nel caso di Vieste), così riducendo il numero dei fuochi fiscali e pagando meno tasse al fisco. Il numero dei fuochi denunciato fino al 1732, dunque, non è veritiero, sicuramente in ribasso. Allegato all’Onciario abbiamo, invece, una rivela esatta delle anime, censite dai parroci delle varie diocesi per assolvere l’obbligo del precetto pasquale. L’Onciario si presta ad una lettura della famiglia del Settecento, la cui tipologia più diffusa, contrariamente a quanto si è pensato finora, era di tipo nucleare, non estesa o allargata. In ciascuna pagina si leggono, infatti i nomi del marito, della moglie di due o tre figli e solo in qualche caso anche della sorella o del fratello non sposato. Il numero dei componenti, inoltre, era elevato solo tra le famiglie più agiate, che avevano in casa anche un ecclesiastico, quasi sempre per pagare meno tasse. Lo stereotipo della famiglia estesa e numerosa, perciò, non sembra affondare le radici nel Settecento. L’Onciario consente anche una lettura della struttura professionale della popolazione (mestieri e occupazioni). Un dato sorprendente che interessa la città di Vieste, ad esempio, concerne il numero dei pescatori-marinai, il 2% della popolazione, numero inferiore alle aspettative. Vieste non può dirsi, perciò, città marinara ma comunità rurale, con il 52 % di addetti all’agricoltura. Numerosi sono, dunque, i bracciali, che sono i lavoratori salariati ma anche i piccoli coloni. Elevato il numero degli ecclesiastici (l’11% della popolazione). Grazie all’Onciario, è possibile effettuare, inoltre un’analisi della distribuzione del reddito, procedendo, però, con cautela. Si può ricostruire, insieme alla topografia sociale della città, la stratificazione sociale. È possibile prendere atto della connotazione di ogni forma di proprietà. Si scopre, ad esempio, che quasi tutti hanno una casa, una vigna, un orticello, mentre non tutti hanno degli ulivi. Di più non si può chiedere a questa fonte.

 

Leonarda Crisetti

 


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