The news is by your side.

ALLARME COCAINA

22

In Italia, entro il 2010, i consumatori di “polvere bianca” saranno più di un milione

 

Il problema «cocaina» non riguarda più solo i ricchi, ma anche i poveri. E non più solo il mondo dello spettacolo e della moda, ma anche la fascia dei lavoratori e professionisti sotto i 30 anni. Come pure la popolazione universitaria.
E’ quanto emerso la settimana scorsa nella giornata di studi «L’altra faccia della coca» promossa dall’Unità di ricerca in Psicologia dell’emergenza e dal Centro pastorale dell’Università Cattolica di Milano.
Le previsioni degli esperti sono allarmanti. Entro due anni, la dipendenza da cocaina potrebbe colpire da 800 mila ad un milione e 100 mila connazionali (il 3% circa degli abitanti della Penisola, tra i 15 ed i 54 anni), con un aumento dei consumi pari al 40% nel 2010.
La vera novità è che sta cambiando l’identikit dell’italiano “schiavo” della cocaina. Gabriella Gilli, psicologa della personalità alla Cattolica, tratteggia un 30enne lavoratore precario, «free lance» o libero professionista. Resta, però, fermo che anche i più giovani consumano sempre più spesso cocaina. «A 23, 25, 27 anni (se non prima, n.d.r.) si sniffa per gioco, per stare con gli amici, perché è di moda. Si tratta – ha puntualizzato la Gilli – di giovani sportivi, che frequentano non solo discoteche, ma anche palestre e piscine».
Da tempo, il Sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, va dicendo come fronteggiare sul serio la «piaga sociale» dello spaccio di sostanze stupefacenti.
La sua ricetta è semplice: bisogna colpire non solo chi la droga la vende, «ma anche il professionista che la compra e magari al mattino al bar, sfogliando il giornale, è fra i primi a fingere di indignarsi sugli articoli di Tossic Park» (un parco pubblico di Torino, strapieno di spacciatori).
Al Sindaco delle Olimpiadi del 2006 si associò, più di un anno fa, un parlamentare della Margherita, Mauro Marino, il quale promise che si sarebbe fatto al più presto promotore di un disegno di legge in tal senso. Se abbia mantenuto la promessa, non è dato saperlo. Quel che è certo è che non c’è stato un gran coro.
A provocare l’interessamento di Marino fu un episodio che gli accadde qualche tempo fa. «Era circa l’una e mezzo di notte e tornavo da una riunione di partito – racconta – quando, non riuscendo a parcheggiare sotto casa, mi sono accorto che tutto quel traffico era legato alla presenza di undici, dico undici spacciatori. Mi sono allora tornate alla mente le parole del compianto vicesindaco di Torino, Carpanini: uno spacciatore o una prostituta ogni isolato è tollerabile, di più cominciano a costituire un problema serio».
Naturalmente, Marino ha subito incontrato la solidarietà del Sindaco Chiamparino, che in un’intervista ha dichiarato: «Sono mesi che ripeto cosa farei se fossi al Governo per risolvere il problema dello spaccio. Andiamoci sul serio pesanti con gli acquirenti di droga, la finta gente perbene che fa uso di cocaina, pasticche varie o eroina: se un professionista finisce in galera anche solo per una settimana, ha la carriera stroncata e finisce per pensarci due volte prima di diventare un cliente abituale dello spacciatore».
Chiamparino (allora diessino, oggi del partito democratico) è stato indubbiamente il primo – e, forse, l’unico – politico italiano ad aver avuto il «coraggio» di dire apertamente che, in giro, ci sono tanti «perbenisti» cocainomani. E che andrebbero puniti allo stesso modo degli spacciatori.
Nell’autunno del 2006, “Le Iene” di Italia 1 sostennero di avere in pugno le prove positive dell’uso di sostanze stupefacenti da parte (addirittura) di alcuni nostri parlamentari. L’Autorità garante della «privacy» (con provvedimento del 10 ottobre 2006) dispose il blocco immediato del servizio realizzato da alcuni inviati del noto programma televisivo, riguardante il «test» sull’uso di sostanze stupefacenti effettuato, all’insaputa degli interessati, su 50 parlamentari. Trattavasi, infatti, di raccolta illecita di dati di natura personale, consistenti in informazioni, immagini e risultanze di «test». Dura lex, sed lex.
Gli effetti di questa, dilagante «pestilenza sociale» vengono, però, un po’ troppo sottovalutati da certa politica libertina, il cui atteggiamento eccessivamente «indulgente» finisce – involontariamente – col mettere in crisi le basi stesse della legalità, della stabilità sociale e della salute dei cittadini.
Quando, negli anni ottanta del secolo scorso, i consumatori di «hashish» e «marijuana» furono, in Francia, più di un milione, l’allora presidente François Mitterrand dichiarò senza esitazione «guerra alla droga». Creò, infatti, la «Missione interministeriale di lotta contro la tossicomania» per coordinare l’attività di governo contro il traffico di stupefacenti. Le forze d’attacco furono potenziate non solo sul fronte della «repressione», ma anche – e soprattutto – su quello della «prevenzione».
Nel 1983, nel lontano Pakistan, in seguito alle insistenti richieste di leggi più severe da parte della gente, l’allora presidente Mohammed Zia ul-Haq invitò i giudici a considerare anche la condanna all’ergastolo per i trafficanti.
In quegli anni, in certi paesi asiatici (Filippine, Thailandia, Malaysia e Singapore), fu, perfino, introdotta la pena di morte per i grossi trafficanti. Per i piccoli spacciatori, fu, invece, prevista la pena della fustigazione. Il governo dello Sri Lanka si spinse ancora oltre, approvando una legge che stabiliva l’obbligo della pena di morte o dell’ergastolo per chiunque detenesse, commercializzasse, esportasse o importasse due grammi o più di eroina o cocaina.
Quali sono stati i risultati di leggi così severe? Positivi, a giudicare dai risultati ottenuti. A Singapore, per esempio, in soli nove mesi, furono consegnati alla giustizia 1686 spacciatori e 280 trafficanti. Di lì a poco il grosso del «mercato della morte» si trasferì altrove.
Noi italiani, per credo e cultura, siamo convinti oppositori – e tali rimarremo – della pena di morte. Ma non dell’ergastolo. Intanto, sarebbe il caso di assicurare (quanto meno) la certezza della pena. Chi diffonde la «morte» deve, cioè, scontare effettivamente la pena irrogatagli. Dal primo all’ultimo giorno. Senza abbuoni di sorta. Solo così la «previsione» degli esperti, riunitisi a Milano la scorsa settimana, potrebbe (forse) non avverarsi.

Alfonso Masselli


error: Il contenuto di questo sito è protetto dal Copyright