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Peschici/ Monsignor D’Ambrosio. “Calena una ferita aperta”

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Mons. Domenico D’Ambrosio, da qualche mese arcivescovo metropolita di Lecce, non dimentica la sua Peschici, dove ha le sue radici, e non dimentica la madonnina di Calena e la sua abbazia, nel giorno della ricorrenza della sua festività e in occasione dell’incontro delle associazioni garganiche riunitese per richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica e delle istituzioni sulla necessità di adoperarsi per il recupero della millenaria abbazia benedettina. “Credo sia quasi pleonastica – scrive D’Ambrosio – la mia adesione. Per me, da sempre legato a Calena e alla sua storia è scontato, ovvio, normale, che sia con tutte le iniziative che tentano di non buttare nell’angolo il problema Calena. Purtroppo – continua – siamo sempre ad incominciare”, chiedendosi fino a “quando anche la denunce e le imposizioni della Sovrintendenza sortiranno un qualche effetto, e a tollerare di essere ‘turlupinati’?”. L’arcivescovo conclude sottolineando che Calena per me peschiciano, ora salentino a tutti gli effetti, è “una ferita che non si rimargina. Le abbiamo provate
tutte? Cos’altro resta da fare? cosa è ancora da esperire in possibilità inesplorate?”
I componenti le tante associazioni che si sono dati appuntamento a Calena, non solo hanno molto apprezzato il messaggio di D’Ambrosio, rassicurano che, “non solo ci onora ma ci fortifica nell’impegno per la difesa della Sua amata abbazia di Santa Maria delle Grazie.
Le promettiamo di compiere ogni sforzo e ogni tentativo per dare il nostro personale contributo per la salvezza di Calena. La chiesa, senza tetto, caduto dal 1943, aveva ed ha un grande fascino; sono infatti tante le leggende che si raccontano. Una memoria raccolta in un libro di una scrittrice locale, Angela Campanile, che in occasione della festività della Madonnina, visitava l’abbazia, per
pregare, ma c’era anche chi batteva un grosso sasso situato in una grotta per sentire poi l’eco
(secondo una leggenda i passi dei cavalli dei briganti), chi beveva l’acqua freschissima del pozzo più profondo di Peschici, antistante la chiesa e al centro del recinto, e poi tutti nel boschetto a schiacciare noci con i sassi: la tradizione voleva che si mangiassero le noci nuove, ancora annerite perché troppo fresche. I bambini portavano le loro noci legate in un fazzoletto; gli adulti invece in fagotti ricavati da strofinacci tessuti al telaio.
Franco Mastropaolo


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