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La figlia di Cariglia alla Fondazione Turati Processo per circonvenzione d’incapace

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Sotto processo anche il genero dello scomparso presidente Antonio Cariglia.

 

Una vicenda legata al passaggio di poteri all’interno della Fondazione Filippo Turati onlus, colosso pistoiese dell’assistenza sociosanitaria, quella che ieri mattina ha portato al rinvio a giudizio del più conosciuto notaio della città, Giulio Cesare Cappellini. Assieme al 69enne professionista pistoiese, a comparire davanti al tribunale il prossimo 27 gennaio saranno anche Maria Vincenza Cariglia, figlia 50enne dell’ex senatore ed ex segretario nazionale del Partito socialdemocratico Antonio Cariglia, scomparso all’età di 86 anni lo scorso febbraio. Sul banco degli imputati, inoltre, il marito e due collaboratori domestici della donna, Massimo Dami, 50 anni, di Monsummano, Daniela Bellan, 43 anni, ed Helen Ramos, 40 anni. A giudizio, infine, anche un avvocato romano, Claudio Giannelli. Le imputazioni.Il notaio Cappellini – così come Cariglia, Dami, Bellan, Ramos e Giannelli – è accusato di falsità ideologica in atto pubblico. Cariglia e Dami, anche di truffa e sequestro di persona, il solo Dami anche di violazione di corrispondenza e violazione di domicilio, l’avvocato Giannelli anche di uso di atto falso. Maria Vincenza Cariglia ed il marito erano accusati anche di circonvenzione di incapace: ieri il gip del tribunale, Matteo Zanobini, pur mantenendo i fatti contestati li ha derubricati accorpandoli alla già presente imputazione di truffa. A far partire le indagini fu una denuncia presentata dal fratello dell’ex segretario del Psdi, Nicola Cariglia, 67 anni, fino all’inizio del 2009 consigliere delegato della Turati. Fin dall’inizio, nel mirino del procuratore capo Renzo Dell’Anno c’erano stati gli atti con i quali, tra gennaio e febbraio 2009, Dami ricevette la delega di direttore generale della fondazione e Maria Vincenza Cariglia fu designata presidente al posto del padre. In questi passaggi di poteri, la procura aveva ravvisato l’ipotesi di reato di circonvenzione di incapace, a fronte dell’infermità mentale diagnosticata in precedenza ad Antonio Cariglia. Falsità ideologica. A tutti gli imputati, eccetto Giannelli, viene contestato ciò che il 13 gennaio 2009 avvenne nello studio del notaio Cappellini. Sono accusati di falsità ideologica commessa dal privato in atto pubblico perché «in concorso tra loro, Cappellini come notaio, Bellan e Ramos come testimoni dell’atto, Cariglia e Dami anche come istigatori, formavano l’atto di designazione con il quale Antonio Cariglia, quale presidente della Fondazione Turati, rinunciava a tale carica e designava suo successore la figlia; atto nel quale si attesta che Cariglia dichiara di essere impossibilitato a firmare a causa di un forte tremolio alle mani, di rinunziare alla carica e di designare la figlia come successore: tutte dichiarazioni non rese al notaio da Cariglia, soggetto in condizioni di palese deficienza psichica». La truffa. Maria Vincenza Cariglia e il marito sono imputati anche di truffa. La procura ritiene che, l’8 gennaio 2009, approfittando dell’incapacità di intendere e di volere, a causa di gravi deficit intellettivi, di Antonio Cariglia, lo abbiano costretto a sottoscrivere a favore di Dami un contratto di collaborazione con delega di direttore generale della Fondazione Turati. Contratto che prevedeva una retribuzione annua di 48mila euro. L’ex senatore sarebbe stato inoltre indotto a firmare una lettera indirizzata al comitato direttivo della Fondazione, in cui comunicava la nomina di Dami, nonché una raccomandata diretta ai membri del Cda e ai revisori dei conti. Sequestro di persona. La figlia e il genero dello scomparso senatore, il 14 gennaio successivo, avrebbero, secondo il pm, commesso il reato di sequestro di persona: «Previo accordo, facevano ingresso nella sede della Fondazione Turati. Maria Vincenza Cariglia si indirizzava verso lo studio di Nicola Cariglia, mentre Dami prendeva per un braccio Giovanni Spiti, responsabile amministrativo della Fondazione, costringendolo ad entrare nel suo ufficio e trattenendolo contro la sua volontà» mentre Maria Vincenza e Nicola Cariglia davano vita ad un burrascoso colloquio. Alla fine, Spiti, era riuscito a divincolarsi e ad uscire dalla stanza. Falsità ideologica/2. Una seconda accusa di falsità ideologica in atti pubblici il pm Renzo Dell’Anno l’ha contestata a Cariglia, Dami e Giannelli per un atto compiuto davanti a un notaio di Roma il 26 marzo 2009: «ben consapevoli che il gip del tribunale di Pistoia, tre giorni prima, aveva applicato alla Cariglia la misura cautelare interdittiva del divieto di esercitare la carica di presidente della Fondazione (provvedimento notificato il 25 mediante lettura integrale effettuata dalla polizia giudiziaria), si presentavano dal notaio Pistilli di Roma in compagnia di Vittorio Cariglia»; lì, Maria Vincenza Cariglia, mostrando l’atto di designazione stilato davanti al notaio Cappellini (tra l’altro sequestrato dalla procura), dichiarava di rinunciare alla presidenza in favore dello zio Vittorio. Per tale episodio l’avvocato Giannelli è accusato anche di uso di atto falso. Falsità ideologica/3. Un altro notaio, un’altra contestazione di falsità ideologica per Cariglia e Dami. Reato che i due avrebbero commesso quando avevano sollecitato il notaio Ottavi a recarsi a casa di Antonio Cariglia per stilare una procura generale a favore della figlia, inducendolo in errore circa le reali condizioni psicofisiche dell’ex senatore promettendogli di produrre in seguito un certificato medico che avrebbe attestato le sue buone condizioni di salute. Nell’occasione avrebbero affermato che Antonio Cariglia, pur non essendo in grado di firmare, voleva nominare la figlia procuratore generale della Fondazione. Nel processo la Fondazione Turati sarà parte civile. 


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